Salvador Dalì e i Sassi di Matera


"La Persistenza degli Opposti", Dalì riesce ancora ad incantare e Matera, Capitale della Cultura 2019, gli da una mano con l’esposizione a lui dedicata


di Piero Buscemi pubblicato il 11 settembre 2019

Matera è tra quelle città che, inevitabilmente, ci si propone di visitare prima o poi. Come un atto incompiuto verso se stessi e la propria curiosità di ritrovare in quei Sassi qualcosa dell’attaccamento al passato, dal quale si finge ancora di potersi occultare.

Scelta come Capitale della Cultura 2019 ci ha dato l’occasione per addentrarsi tra le sue cavee, le case abbandonate, quelle recuperate. E poi le chiese rupestri, gli antichi opifici e la raccolta di tante storie di donne e uomini che ci hanno lasciato questa testimonianza umana ed architettonica con la quale indecoroso sottrarsi al confronto.

Il fascino di questa città di pietra, spopolata a metà degli anni ’50 del secolo scorso. Lo scrittore Carlo Levi a raccontarci le condizioni di povertà e di precarie condizioni igieniche di un popolo antico che occupava queste grotte scavate nella roccia, accanto agli animali simbolo della loro atavica indole pastorizia. Quella povertà che lo scrittore ci descrisse nel suo Cristo si è fermato a Eboli e che costringe i politici del tempo a prendere coscienza con questa cruda realtà.

Oggi rimane quell’impatto visivo di pietra che si tinge d’oro nelle giornate di sole, o quando lo stesso astro torna oltre quei tetti e i campanili al tramonto. E poi le luci che addobbano questo perenne presepe che attira i turisti, ammassati ad aspettare la sera sulla di fronte collina delle Murgie.

Basterebbe questo per andare e tornarci con lo stesso entusiasmo della prima volta. L’occasione della nomina a Capitale della Cultura ha dato lo stimolo giusto per non perdersi il pretesto di entrare nella Storia dalla porta principale. Le opportunità di perdersi, volontariamente, tra i vicoli di Matera sono innumerevoli. Sedersi tra le scalinate, osservare la città tra fessure strettissime che uniscono le case, sedersi sulle terrazze panoramiche ad aspettare la luna sorgere dietro la Chiesa di San Pietro e Paolo. Si potrebbe aspettare il nuovo giorno e ripetere l’esperienza ogni nuovo giorno, all’infinito.

Ci si è messo anche Salvador Dalì a tenderci un’altra trappola culturale, dalla quale farsi catturare passivamente. Il complesso rupestre di Madonna delle Virtù, che ospita la mostra, esterna i secoli del suo misticismo, con le sue tre navate in stile romanico e quegli affreschi che fanno davvero concorrenza alle 200 opere esposte dell’artista spagnolo. La mostra si estende anche all’interno della chiesa di San Nicola dei Greci, altro capolavoro ricco di affreschi di epoca bizantina.

Sulle opere esposte si ha l’imbarazzo della scelta riguardo alla scultura o al dipinto dal quale farsi catturare. La tematica è quella tradizionale dell’artista. Il confronto tra il "duro" e il "molle" della materia che diventa metafora dell’esistenza umana, è qui rappresentata dalle sue più famose sculture, ammirabili all’interno delle "grotte" espositive e la distribuzione di gigantesche riproduzioni collocate in varie strade e piazze della città.

Anche la relatività del tempo, che affascinò l’artista dopo le varie formulazioni sull’argomento da parte di Einstein, in questa mostra trova i suoi riscontri con i famosi orologi molli, a dimostrazione del suo pensiero sul tempo, intangibile ed imprevedibile. Incontrollabile, nonostante la presunzione dell’uomo, inutile e dispersiva delle forze dell’intelletto che Dalì paragonò ad una paranoia, degenerata in cronica durante tutta l’esistenza.

Soffermarsi davanti alla plasticità delle sue sculture, Adamo ed Eva è una di quelle che inchioda il visitatore con una irrefrenabile voglia di rimanere in contemplazione davanti alle due figure storiche e mitologiche, divise dal serpente a forma di cuore, in una immagine allegorica e dai significati più reconditi da interpretare.

Lasciare librare la mente in quel viaggio onirico ereditato dall’artista spagnolo, avvolto dai Sassi di un tempo che non pretende ritorni, in persistente scivolamento lento nelle nostre vite distratte che dovremmo rendere magiche, trasformando il sogno in realtà, se solo avessimo il coraggio di unirci al messaggio-testamento di Salvador Dalì che, testimone del suo tempo, tra una guerra mondiale e lo scoppio della bomba atomica, nel 1956 ebbe a dire:

“C’è una sola differenza tra me e un pazzo: io non sono un pazzo.”

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