Quando in politica parliamo di crisi sappiamo dove stiamo di casa?


Della crisi del paese mandano a parlarne in giro i loro peones, accolti come superesperti negli accoglienti salotti dei media.


di Gaetano Sgalambro pubblicato il 11 settembre 2019

E’ la sempliciotta domanda d’uso paesano che sottintende, ironicamente, una saggia precauzione: prima di avventurarci in avventate imprese o d’impegnarci in obiettivi più grandi di noi, abbiamo almeno verificato se sappiamo dove stiamo di casa, dove dovremmo rifugiarci nel caso di un insuccesso, altamente probabile?

La domanda che pongo agli intellettuali, addottorati di varia specialità e giornalisti RAI-TV-Carta stampata c è proprio questa: sapete di che crisi state parlando e straparlando? Dovrei porre la stessa domanda prima ai politici. Non lo faccio perché so che negli angoli più oscuri delle loro segreterie di partito, declinano la crisi solo nei seguenti due termini significanti: perdere i posti di governo e di controllo degli organi intermedi dello stato o riuscire a mantenerli comunque, a prescindere dal merito saputo guadagnare.

Della crisi del paese mandano a parlarne in giro i loro peones, accolti come superesperti negli accoglienti salotti dei media. Ritornando ai primi, dico loro: state parlando di crisi dell’economia che s’intreccia con quella della produzione, della produttività, nonché dell’occupazione - bene! -; della scuola con quella della ricerca scientifica e dell’alta cultura – bene! -; di crisi della giustizia che s’incrocia con la questione morale – bene!- ; e così via, lungo il rosario di tutte le funzioni degli organi dello Stato -sempre bene!-. Ebbene, dovreste anche capire che tirando la somma delle moltitudini di crisi di settore, viene fuori un problema enorme, di altra natura: la crisi del sistema paese.

Questa non si può aggredire, come vedo fare a tutti da diversi decenni, trattando singolarmente ogni crisi di settore. Ognuna, per di più, affrontata con la sola conoscenza (di partito) dei rispettivi principi generici, ad esempio di economia, o, quando va bene, con il buon senso comune o richiamandosi alle varie carte internazionali dei valori, di cui siamo tutti dotti. La risoluzione di una crisi di sistema sta nella primaria capacità di sapere individuare e sciogliere i nodi del reciproco intreccio degli effetti collaterali (peggiorativi) della crisi di ogni singolo settore su tutti gli altri. Ha quindi bisogno di un’analisi d’insieme di tutte le crisi di settore per riuscire a farsi l’esatto quadro generale della crisi del sistema paese. Ed è questa primaria capacità che manca alla classe politica e alla classe intellettuale che le gravita attorno e della quale i media si guardano bene dal parlarne.

Diversi grandi paesi -la Francia che richiamò in servizio De Gaulle e fu costretta a cambiare due costituzioni, l’Inghilterra della Tacer, la Germania dell’unificazione- nel recente passato hanno attraversato crisi profonde, ma alla fine, entro un decennio o poco più, sono riusciti a formarsi gli anticorpi per venirne fuori con successo. Laddove la nostra continua crisi di sistema sembra avere prodotto autoanticorpi capaci di destrutturare totalmente il naturale sistema immunitario di difesa. Si prenderà mai coscienza della necessità di tirarne su uno, almeno provvisorio, che ci consenta d’iniziare il nostro lungo percorso di ripresa?

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