Con quel governo un po’ così…


I ministri hanno giurato. Ma come si è giunti al Conte 2? E la sinistra cosa ha fatto in questi anni?


di Adriano Todaro pubblicato il 6 settembre 2019

Ieri mattina, mercoledì 5 settembre, i membri del nuovo governo Conte 2, hanno giurato davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Con questo giuramento (“Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione") il nuovo governo è formalmente in carica.

Da 2 giugno 1946, data del primo governo ufficialmente repubblicano con presidente Alcide De Gasperi, questo nato ieri è il 66° governo della Repubblica. Il precedente governo, il cosiddetto Conte 1, è restato in carica 445 giorni effettivi. Il governo più breve è stato quello del febbraio 1972. Più breve perché durò solo 8 giorni. Presidente era Giulio Andreotti e, al Senato, non ottenne la fiducia. Ebbe 152 voti a favore e 158 contrari provocando così le prime elezioni anticipate della Repubblica.

Prima però di dire qualcosa su questo governo e sui ministri, mi sembra importante analizzare a come si è arrivati alla formazione di questo governo e al ruolo che ha avuto la sinistra (chiamiamola così per comodità) in questi anni. Per fare il punto dobbiamo partire da una data ben precisa, il 2011. E chi c’è al governo in quell’anno? C’è Mario Monti che ha sostituito Silvio Berlusconi in piena crisi, con l’esplosione dello spread, i guai giudiziari, la diatriba con il suo vice Gianfranco Fini. Di contro ci sono dei segnali importanti per il movimento di sinistra. Il centro-sinistra che vince le amministrative a Milano, Genova, Napoli, Cagliari e la vittoria referendaria su acqua e nucleare.

Sull’onda di questi importanti momenti, anche di aggregazione, della sinistra, possiamo definire tre i filoni della stessa: il Pd che incarna la spinta moderata, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, movimento populista e giustizialista e la Sinistra ecologia e libertà-Sel di Nichi Vendola. Intanto è nato anche il Movimento 5 Stelle e cioè Ambiente, Acqua, Connettività, Sviluppo, Trasporti che gli osservatori danno fra il 4 e il 6 per cento.

Insomma, sembra proprio che esista un fermento, che esista un segnale di vita della sinistra. Il momento buono, quindi, per chiedere di andare a votare. E qua c’è uno dei tanti suicidi politici del Pd. Invece che chiedere di andare a votare si fa irretire dal presidente Napolitano e sceglie il sobrio loden di Mario Monti. In pratica significa scegliere i poteri forti a scapito delle forze del lavoro con le banche che dettano legge. E così il Pd ingoia o preferisce ingoiare vergognosi provvedimenti come la legge Fornero, il taglio delle pensioni, il regìme di austerità che significa una riduzione della spesa sociale a beneficio dei ceti più ricchi.

La coalizione si rompe. Assieme rimangono Pd, Sel e Partito socialista. Bersani, segretario Pd, ritiene inseguire il centro moderato, convinto che si possa vincere solo in questo modo. Un assurdo per un partito che si dice ancora di sinistra. E così alle elezioni del giugno 2013 nessuna forza sarà maggioranza per governare. A sinistra del Pd si costituisce un “cartello” fra Rifondazione, Pcdi, Di Pietro e Verdi tutti dentro ad Azione civile dell’ex magistrato Antonio Ingroia che non ottiene neppure il 3 per cento. Grillo, invece, ottiene il 25% e raccoglie voti di sinistra e di destra, aggrega il malcontento e si presenta come una forza antisistema. Napolitano incarica Enrico Letta di formare un nuovo governo. Siamo ancora alle larghe intese mentre la crisi economica morde sempre più.

Ne approfitta Matteo Renzi con la parola d’ordine di “rottamare” la vecchia politica e i vecchi politici. Sull’onda del dinamismo di questo personaggio, il Pd, alle europee, raggiunge il 40,8 per cento dei voti. Andato al potere ‒ dopo aver assicurato Letta che non gli avrebbe fatto le scarpe ‒ Renzi si comporta come tutti gli altri. Stravede per la politica che sta conducendo Tony Blair in Inghilterra, favorisce le privatizzazioni e smantella i diritti dei lavoratori e dello stato sociale. Tutte conquiste ottenute con fatica, con lotte e milioni di ore di sciopero, morti. Il grido, la vulgata comune è che bisogna essere “moderni”, via il posto fisso che atrofizza le menti, bisogna essere flessibili, delocalizzare le fabbriche dove la mano d’opera costa meno (anche perché quei lavoratori non hanno diritti). Che poi non è altro che quello che i politici hanno sempre fatto: regalare soldi di tutti alle parassitarie banche e penalizzare i lavoratori, inventandosi termini inglesi come job act per indorare la presa per il culo dei lavoratori. Alla fine Renzi, dopo il fallimentare tentativo di modificare la Costituzione italiana, deciderà di mangiare i “pop corn”. Sarà comunque il primo, anche per motivi di bottega, a capire che è necessario un governo con i 5 Stelle.

Alle elezioni del 4 marzo 2018 c’è l’affermazione della Lega e del M5S. La lega insiste (e lo farà anche al governo) sui temi della paura, della sicurezza, dell’immigrazione. Il M5S vince soprattutto al Sud promettendo il Reddito di cittadinanza ad una base elettorale che non crede più a nulla. I voti che il Pd perde dove vanno? Bersani e D’Alema sono convinti di recuperare voti dagli elettori in fuga da Renzi ma è un tentativo velleitario: prenderanno poco più di un milione di voti, gli stessi che ne aveva presi Sel nel 2013. Gli altri vanno ai 5 Stelle: ben due milioni.

La cosiddetta sinistra-sinistra si perde, come sempre, in mille rivoli. Nascono vari movimenti tutti in concorrenza uno con l’altro, si fanno scissioni di partiti che prendono magari l’1 per cento, ci sono personalismi e diatribe che nessuno capisce. Nasce La Sinistra con Rifondazione, Sinistra italiana e Altra Europa. Entra anche Potere al Popolo nata in un centro sociale napoletano, poi ne esce e anche il sindaco di Napoli, De Magistris, si ritira. In questo contesto diventa segretario del Pd Zingaretti. Nuova linea? Beh, intanto i gruppi parlamentari sono ancora in mano a Renzi e come segnale di novità, appena eletto, il nuovo segretario si pronuncia a favore del Tav e contro la patrimoniale lanciata da Landini. Insomma, un disastro.

E siamo ai giorni nostri. Il governo Conte 1 è formato da M5S e Lega, con due vicepresidenti, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il governo varerà anche cose importanti ma i 5Stelle si appiatteranno troppo sulla Lega difesa anche quando è indifendibile come sulla questione di poter indagare, da parte della magistratura, su Matteo Salvini per la questione della nave Diciotti. Sarà poi Salvini, fra un mojito e l’altro, fra un selfie e l’altro, fra una mutanda e una felpa a far cadere il governo. Convinto di vincere, sempre e comunque, fa un errore madornale perché, in pratica, Conte lo licenzia. Di Maio farà di tutto per riformare il governo con la Lega ma poi si accorge che è impossibile e dopo una serie di veti incrociati si forma il governo Pd-5 Stelle, un governo con 10 ministri del M5S e 9 Pd. Sette sono le donne fra cui la ministra dell’Interno.

È un governo, questo, che è anche un governo “giovane” con un’età media dei componenti attorno ai 47 anni. Tutto bene, dunque?

Questo lo vedremo fra qualche mese perché non è detto che essere giovani sia automaticamente anche segno di capacità. Quello che però è più interessante notare, a mio parere, è come sono stati distribuiti alcuni ministeri e a chi. E cosa rappresentano questi ministri. Forse sarebbe stato meglio non nominarli. Tutte brave persone, per carità. Però si poteva fare meglio.

Inizio, appunto, dalla ministra Luciana Lamorgese che va al posto di Salvini e che è stata capo gabinetto con Alfano e Minniti e, quindi, prefetta a Milano. Ha il compito, non facile, di far dimenticare Salvini. Ha due nei: il primo è una intercettazione con un personaggio chiacchierato come Isabella Votino, portavoce di Roberto Maroni, leghista ed ex governatore lombardo e l’altro che il suo vice sarà Emanuele Fiano, un renziano legato anche a Franceschini. Un uomo d’apparato.

Paola De Micheli, del Pd, ha preso il posto alle Infrastrutture dove prima c’era Danilo Toninelli. Sarà un caso ma quando la sua nomina è diventata ufficiale, il titolo in Borsa di Atlantia (Benetton) che controlla Autostrade è salito del 6% e sarà sempre un caso che i primi a congratularsi con lei sono stati quelli che in Francia vogliono il Tav. È vice di Zingaretti ed ex democristiana. Con Bersani segretario, entra in segreteria in quota Enrico Letta, ma nel 2014 entra nel governo Renzi come sottosegretaria e nel 2016 nominata commissario alla ricostruzione nei territori colpiti dal terremoto: non se ne accorgerà nessuno.

Roberto Gualtieri, Pd, va al Tesoro. Ha attraversato diverse correnti: è stato giovane turco prima con D’Alema e poi con Bersani, poi con Renzi ed ora con Zingaretti. Di professione fa lo storico ma è stato per tre mandati all’Europarlamento. Fautore del bail in, cioè il salvataggio di un istituto finanziario sull’orlo del fallimento facendo ricadere le perdite sui suoi risparmiatori, obbligazionisti e correntisti. “Coerentemente”, qualche anno dopo, dichiarerà a Report: “Io la ritengo una direttiva fatta male… l’ho votata perché era l’indicazione di voto di tutti i partiti”.

Dario Franceschini è stato tutto e, quindi, anche ministro di Renzi. È stato democristiano, popolare di cui diventa anche vicesegretario, entra nel secondo governo D’Alema come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, entra nella Margherita e poi nell’Ulivo. Nel Pd ci entra nel 2007, subito vicesegretario di Veltroni, deputato, segretario Pd. Dopo altri incarichi, diventa ministro nel governo Letta e con Renzi ancora ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. Insomma, certo non un verginello. Farà ancora disastri come ha fatto precedentemente? Si poteva trovare di meglio considerato come ha gestito non solo i musei ma anche il turismo. Non certo la discontinuità come auspicava Zingaretti.

Al nuovo governo si profilano giorni non facili. Al di là dell’ottimismo dei ministri, dovranno lavorare parecchio per recuperare i danni compiuti dai precedenti governi. E al di là della demagogia dei programmi sarà opportuno che non dimentichino qualche importante punto. Ad esempio che gli ultimi dati di Eurostat certificano che nelle mani del 10% più ricco degli italiani, si concentra oltre un quarto dei redditi totali. Nel 2018 i “benestanti” sono arrivati al 25,1%. Prima erano al 23,8%. Al 10% più povero resta solo il 2% dei guadagni. Dieci anni fa era il 2,6%. Quindi ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Non solo ma sarebbe opportuno anche impegnarsi per debellare le morti sul lavoro, gli omicidi che ogni giorno accadono nelle fabbriche italiane. Nel 2018 i morti sono stati 1.133, più di tre al giorno. È questa la vera emergenza. Altro che la Sicurezza dei vari decreti.

Sapranno fare questo i nuovi ministri? Sapranno fare poche cose ma essenziali per la vita degli italiani, per il futuro dei giovani? Sapranno dare speranza a questo povero Paese? È l’ultimo appello. Auguri!

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