Storicizzare o contestualizzare la politica italiana?


La storicizzazione, nel nostro paese, serve solo a spostare la valutazione degli elettori dal piano fisico e concreto della realtà politica a quello etereo metafisico


di Gaetano Sgalambro pubblicato il 4 settembre 2019

n Italia trovo improprio storicizzare la genesi e la qualità degli atti politici in ragione delle linee di pensiero internazionali, per poi misurarsi in appassionanti confronti nazionali di merito: porta inevitabilmente a stime avulse dalle reali responsabilità dei suoi protagonisti. Il suo diuturno impiego offre il quadro penoso di una politica che, per l’appunto impegnata in discussioni apparentemente dotte, quale pessimo retaggio residuale delle guerre ideologiche, annaspa nel mare dei suoi problemi e guai senza mai riuscire a risolverli radicalmente. Ciò nonostante, i partiti e, in concorso paritario, i media insistono nell’offrircelo, sostenuti dai cittadini acculturati che l’avallano invece di respingerla quale tecnica retorica di torsione della realtà e della responsabilità politica. Essa, infatti, è usata sia perché si presta bene a sollecitare in una sorta di correità ambientale con i partiti la stragrande maggioranza dei consumatori di politica: in particolare, i bramosi di stare ai suoi piani alti di cultura; sia perché si presta benissimo a tenere l’opinione pubblica lontana dal conoscere l’esistenza dei fruttuosi piani d’intervento di una politica nazionale, altrimenti pragmatica. Per certi versi è come quel cittadino che per affettare grande compassione e solidarietà per un paziente che soffre di una grave malattia, fa sfoggio di dettagliate indagini mondiali su tutte le sue manifestazioni e gradi di pericolosità. Nello stesso tempo, però, si guarda bene, per un proprio interesse, dal volere impiegare i presidi terapeutici, pur esistenti, idonei a guarirla, avendo cura tra l’altro che gli altri non possano cogliere i segni di questa sua mistificazione. La storicizzazione, nel nostro paese, serve solo a spostare la valutazione degli elettori dal piano fisico e concreto della realtà politica nazionale a quello etereo metafisico. E’ una vera e propria operazione dissimulatoria. Invece contestualizzare (e correttamente) il giudizio su un atto politico vuole dire circoscrivere il perimetro nazionale del suo raggio di valutazione e definire i fondamentali parametri di merito impiegati, che sono: la sua corrispondenza con i principi e i fini costituzionali; la sua corrispondenza con la volontà complessiva degli elettori; la sua utilità e efficacia rispetto alla risoluzione del problema del paese affrontato. Una cosa è rimproverare a una classe politica di essere neoliberista per avere assunto certe decisioni; ben altra cosa è accusarla per le stesse decisioni di non avere rispettato i valori della Costituzione Italiana e di non avere perseguito i suoi fini per interessi di bottega. Cosa che aveva giurato di non fare! Ma c’è di peggio: quando i giudizi di storicizzazione, per grettezza d’animo e di cultura politica, vengono completati dal suffisso dispregiativo ismo: populismo, sovranismo, giustizialismo e quant’altro. «In due parole: diffido degli “ismi” tanto quanto sono attaccati alle realtà sulle quali vengono a innestarsi, come il verme che s’intrufola in un frutto. Gli “ismi” — e Dio sa se pullulano oggi in tutti i campi — sono parassiti ideologici che svuotano le cose della loro sostanza proiettandole fuori dai loro confini», diceva, il secolo scorso, Il filosofo francese Gustave Thibon (curatore di alcuni manoscritti di Simon Veil). E’ evidente a tutti come la vermificazione dei suffissi ismi sia diffusa, oggi molto più di allora, in tutti gli ambiti della comunicazione politica, specie in risposta a spontanei fenomeni di maturazione democratica, stoltamente considerati inaspettati e insostenibili o, in una sola parola, indesiderati. Ne esemplifico solo due: il giustizialismo, in risposta alla diffusa richiesta di legittima giustizia; il populismo rampante che avrebbe portato al governo in Italia dei ciarlatani. Spero che non si sprofondi più in basso di questo livello tribale d’incultura democratica. Saremmo vicini alla provocazione dello sfacelo delle istituzioni pubbliche. Infatti, a prescindere da ogni difesa d’ufficio della politica del M5S, è innegabile che i motivi del suo successo elettorale non risiedono nelle meschine accuse di populismo, né risiedono nella sua capacità di sapere portare il paese fuori dalla crisi, che al momento nessuno vede: risiedono solo nella sua volontà di segnare la netta discontinuità con la politica del passato. Volontà oggettivamente legittimata dallo stato di crisi irreversibile in cui i partiti storici hanno precipitato il paese e da tredici milioni di consensi. E’ la gravità della situazione del paese, ben percepita dagli elettori e non dai politici, unitamente agli uomini dei media e della cultura, a segnare il punto di non ritorno al passato.

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