Gli intellettuali e la mancata crescita della cultura politica


I partiti tradizionali rappresentano ormai la netta minoranza dei cittadini; il loro ultraventennale bipolarismo parlamentare, entro il quale si erano arroccati dopo “tangentopoli”, è stato infranto, sulla forte spinta del disagio sociale.


di Gaetano Sgalambro pubblicato il 28 agosto 2019

“Le capacità di sapersi costruire una visione complessiva dei problemi del paese e di saperne pianificare organicamente le soluzioni, insomma di “sapere fare vera politica” nel nome e negli interessi di medio-lungo periodo della società e del sistema-paese, diventa una superflua qualità politica nel contesto partitocratico.”

Mi è tornata in mente con molta amarezza questa espressione che chiudeva una mia riflessione su temi reali della nostra politica, che io stesso mi ero posto :“Partitocrazia e Costituzione Materiale” (2011 - “normalizziamolapolitica.com”).

L’amarezza è tanta, perché quel contesto è ulteriormente peggiorato. Ciò, nonostante sia stato attraversato nel 2013 da due importanti fenomeni positivi, di opposti aspetti politici, ma di netta e identica matrice culturale, che avrebbero dovuto apportargli un effetto stimolante e nettamente migliorativo.

Uno di questi, di portata storica internazionale, è rappresentato dall’ingresso in parlamento in maggioranza relativa di un movimento di protesta pacifica e democratica, il M5S, nato solo da alcuni anni nelle piazze di periferia.

A prescindere dagli intrecci rocamboleschi, per scarsezza di mezzi economici, con gli apparati digitali di supporto di cui si è avvalso sin dalle sue origini, che si prestavano a pennello alle romanzate narrazioni digito-mediatiche –fattesi poi eterne, come fiori che non marciscono-, questo fenomeno ha indubbiamente avuto una portata politica di dimensioni sorprendenti, mai registrate in nessun paese.

In parole povere, la corazzata parlamentare della partitocrazia, cantierata (da lungo tempo) dai partiti tradizionali, veniva gravemente perforata dal giovanissimo movimento politico.

Il secondo è costituito dal contestuale riscontro elettorale che il partito di maggioranza quasi assoluta del paese è divenuto quello dei non votanti e degli astenuti.

In parole povere dalla corazzata erano sbarcati la maggior parte dei suoi passeggeri originari.

Inoltre, il totale numerico di questi due fenomeni attesta due fatti indiscutibili: i partiti tradizionali rappresentano ormai la netta minoranza dei cittadini; il loro ultraventennale bipolarismo parlamentare, entro il quale si erano arroccati dopo “tangentopoli”, è stato infranto, sulla forte spinta del disagio sociale.

In parole semplici e significanti i cittadini avevano definitivamente infranto la consuetudine del voto dovuto per dovere di appartenenza ideologica, ovverosia acritico.

E questo perché, finalmente, avevano imparato a leggere pragmaticamente le gravi condizioni reali del paese e a collegarle alla responsabilità delle diverse classi politiche, che alternativamente erano state al governo e all’opposizione. E’ stata questa una novità culturale assoluta in un panorama politico peraltro stagnante (o tendente al peggio?): l’unico vero segnale di discontinuità nella storia patria!

Eppure, non ha potuto sortire l’effetto sistemico rinnovatore che ci si poteva aspettare, per la confluenza sullo stesso punto critico di due opposte ragioni. Una ragione è connaturata ad alcune caratteristiche della nuova forza politica: il dirompente impeto antisistema partitico (e non istituzionale!) e la sua totale radicalità, ambedue giustificate dalla grave situazione economica e sociale del paese; la mancanza di un (impossibile) progetto d’uscita, sia pure nel lungo tempo, dalla detta crisi.

L’altra è dovuta a quegli intellettuali e cittadini acculturati, orbitanti attorno ai partiti tradizionali e ai media: invece di controbilanciare la motivata azione di protesta prima solo sociale e poi anche parlamentare, suggerendo loro nuovi e adeguati contenuti politici, acciocché potessero dare le opportune risposte alla società, hanno avuto paura di perdere la loro forza di gravità satellitare, e, dall’alto della loro sacra autorevolezza, hanno rappresentato l’evento come un’orda di incompetenti e di eversori (Napolitano), all’attacco delle istituzioni democratiche e non del sistema partitocratico. E anche questa mistificazione è stata altrettanto dirompente.

Siamo passati, quindi, dalle abituali crisi di un paese con regime parlamentare bipolare, a quelle più complesse di un paese con regime tripolare.

Ecco uno dei seri motivi perché il progetto sistemico del futuro del paese sia rimasto fermo al palo. Anzi, mentre il paese sprofonda sempre di più nella crisi sistemica, continuiamo a discutere e a litigare sulla gestione di un potere solo condominiale.


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