Belle parole


Tra le belle parole e i fatti c’è sempre il mare. A volte anche quello che divide una vecchia da una nuova vita


di Piero Buscemi pubblicato il 9 gennaio 2019

Anno nuovo, tempo di celebrazioni. Spesso legate a omicidi culturali, quelle che non dimenticheremo mai, senza il bisogno del solito dovuto, ripetuto con movenze ormai imparate a memoria. Ogni anno inizia con le scoppiettanti ricorrenze degli omicidi Fava e Mattarella, senza dimenticare ovviamente tante altre vittime della mafia, Beppe Alfano, Mario Francese, Carmine Pecorelli, Giuseppe Insalaco, Natale Mondo, Vincenzo Miceli, Angelo Gullo, Giuseppe Di Matteo e tanti altri che meriterebbero di essere citati e il cui omicidio sarà commemorato nei prossimi giorni. Apertura dei tg sulle notizie del momento, politica, economia e il più recente fatto di cronaca nera familiare. Poi una foto sullo sfondo, dietro il primo piano della giornalista, e le parole di rito per contare un nuovo anno da inanellare agli altri già trascorsi. Sarà così, anche il prossimo anno.

C’è qualcosa di più di una ricostruzione affrettata sulla vita di un uomo ucciso dalla mafia. C’è un comune denominatore che unisce un rappresentante stoico della carta stampata a un presidente di regione. Un obiettivo mai sottoscritto unisce le vite di due esseri umani, apparentemente a sé stanti, originari sì da un unico sangue isolano che, a volte è utile ribadirlo, fa la differenza con altre realtà.

E’ quella voglia di comunicazione che ha spinto Giuseppe Fava a cercare un ruolo involontario, principale, forse anche temuto, in una Sicilia, ed una nazione, che cercava su un giornale di inchiesta la verità negata da un’assuefazione alla latitanza di uno stato legittimo, sostituito da un ambiguo ma "presente" stato parallelo che, alcune volte anche oggi, si è preferito negarne anche l’esistenza.

La stessa voglia che Sergio Mattarella sentì il bisogno di utilizzare nei confronti dei suoi corregionali, dei politici, dello stato civile, di tutto quanto fa parte di una vita che dovrebbe essere soltanto normale per essere vissuta. Quella comunicazione che, in quegli anni, ha determinato il sottile confine tra ciò che si avvicinava il più possibile alla verità e quanto si preferiva non ascoltare.

Comunicazione. Il processo e le modalità di trasmissione di un’informazione da un individuo a un altro attraverso lo scambio di un messaggio elaborato secondo le regole di un determinato codice. Recita così un preambolo a questa voce, consultando Wikipedia, così di moda di questi tempi. E’ quella precisazione, che fa riferimento a "un determinato codice", che fa riflettere. Lo possiamo collegare istintivamente a "etico", perché si dà per scontato che comunicare debba, in ogni caso, rispettare una regola ben precisa di correttezza, forse anche di coerenza. Una deontologia richiesta, per accreditare il permesso di potersi occupare di comunicazione.

Tutto questo non sembra collimare con i tempi che stiamo vivendo. Siamo oppressi e circondati da troppa informazione. In qualsiasi contesto ci inoltriamo, nozioni di comunicazione ci vengono donate dietro un apparente "nulla a pretendere". Un marasma di informazioni dove facilmente perdersi. Difficile solo scegliere da quale argomento farsi catturare. Assurdo pretendere di poterne soltanto verificarne la veridicità. Quell’elemento imprescindibile, come abbiamo visto, che riconduca il tutto a quel sospirato codice etico.

Il confronto con la realtà ci spiazza. Una qualsiasi notizia, spesso senza fondamento, rimbombata su fonti di comunicazione da scegliere su internet, diventa una possibile verità. Inconfutabile, da non perderci il tempo neanche per una probabile smentita. Sono argomenti di discussione in ogni contesto di scambi culturali, dalla bocca di nuovi esperti dello scambio di notizie, o più "veritiere" fake news, così intarsiate di nozioni psicologiche, antropologiche, sociologiche da aggiungere altre ipotesi di informazioni da verificare, già partendo da questi stessi detentori di tutte le risposte a qualsiasi fenomeno sociologico.

Non è un argomento facile da trattare, questo della comunicazione. In diversi crocicchi culturali si prova a dare un segnale per sensibilizzare i vari strati sociali ad una maggiore sensibilità verso una verità più tangibile. Ci sono sindacalisti, intellettuali, giornalisti e semplici cittadini che, ogni giorno, colloquiano con altri lavoratori, vicini di casa, altri intellettuali per invitarli a pretendere un’informazione più variegata, più verificabile se possibile. In altre parole, una sorta di barriera difensiva che, nel limite di ogni singolo livello di percezione, possa difenderli da un assorbimento passivo e propagandistico che, con arrogante frequenza, ci ha condotto tutti ad occuparci di problemi, falsi e manipolati da caste politiche che, su allarmismi, slogan e dichiarazioni enfatizzate allo spasimo, si garantiscono le future poltrone del potere.

Non è un nuovo sistema di comunicazione di questi tempi. Trova le sue radici in un passato indefinibile. Chiunque ha detenuto un ruolo di potere nel mondo, a qualsiasi livello, ha già utilizzato questi metodi per ribadire questo ruolo. Sotto certi aspetti, si sono affinate le tecniche di trasmissione di queste informazioni manipolate e create ad effetto per colpire, senza scrupoli, i lati deboli di ogni essere umano e deviarli a proprio uso e consumo.

Chi governa oggi, gli ex-leghisti, i pentastellati, anche chi - qualche teoria ha paventato quella sempre presente forma di potere occulto - manovra i fili del baraccone restando opportunamente nell’ombra, chiunque non potrà mai rivendicare l’esclusiva di aver inventato qualcosa di nuovo in campo di comunicazione. Un identico sistema utilizzato da chi li ha preceduti. Le "minacce" di abbandono della politica di Renzi per insuccessi referendari, non sono molto diverse dalle colorite adunanze patriottiche di Salvini. Si accusano alternativamente tra loro, negli intervallati momenti in cui rivestono il ruolo principale del comando. Dichiarazioni, smentite, e poi ci sono i selfie, i messaggi su internet, Berlusconi in passato, ha pure usato il cellulare per inviare sms di propaganda. Hanno tutti un privilegio: poter contare sulla svogliata amnesia storica degli italiani.

In mezzo a tutta questa confusione comunicativa, come si pongono i tradizionali mezzi di informazione, ai quali il compianto Pippo Fava aveva riconosciuto la responsabilità di provocare dolore o, quanto meno, di non evitarlo? Un’accusa etica, per la quale fu ucciso dalla mafia. Non semplice rispondere. C’è solo la consapevolezza che, schiacciati da miliardi in belle ed inutili parole, si rischia di assuefarsi alla rinuncia totale della ricerca della verità. Deviare l’attenzione della gente verso falsi problemi, o di rilevanza irrisoria rispetto a quelli che troppi decenni hanno costruito l’immagine del nostro Paese oltre confine, minimizzando l’interesse verso quei misteri italiani che, anche gli omicidi Fava e Mattarella, hanno rappresentato, è anch’essa una scelta etica. Etica, dottrina o indagine speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo di fronte ai due concetti del bene e del male. Ancora una volta, internet ci viene in aiuto. Il sacrificio di Fava e Mattarella non merita questo lassismo rassegnato.

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo