Diritto alla tutela della salute: non siamo tutti uguali


Un articolo di Nino Cartabellotta dalla rivista Altroconsumo di novembre 2017.


di Redazione pubblicato il 28 novembre 2017

Se l’art. 32 della Costituzione italiana affida alla Repubblica la tutela del diritto fondamentale alla salute, nei fatti questo compito è affidato ad una tanto leale quanto utopistica collaborazione tra Stato e Regioni: lo Stato assegna il finanziamento pubblico e definisce i livelli essenziali di assistenza (LEA) e le Regioni devono assicurare programmazione e organizzazione dei servizi sanitari.

Purtroppo oggi i dati dimostrano, oltre ogni ragionevole dubbio, che il diritto costituzionale alla tutela della salute è per molti cittadini compromesso da politiche regionali e decisioni locali che determinano gravi diseguaglianze nell’offerta dei servizi sanitari, generano sprechi e inefficienze e influenzano gli esiti di salute.

I 21 sistemi sanitari regionali sono oggi liberi di declinare in maniera eterogenea l’offerta di servizi e prestazioni, mentre il Governo si limita ad assegnare le risorse (113 miliardi di euro nel 2017) e a verificare l’adempimento del LEA con una griglia che, pur riuscendo a catturare sole le macro-diseguagliane, dimostra che i diritti dei cittadini di fronte alla salute sono fortemente condizionati dalla Regione di residenza.

Se "21 modi per dirti ti amo" - secondo Antonello Venditti - rappresentano una variabilità di espressione che arricchisce il sentimento più profondo tra uomo e donna, "21 modi di erogare l’assistenza sanitaria" configurano una modalità scellerata per sbiadire il tanto invidiato universalismo del nostro SSN.

Dalla lunghezza dei tempi di attesa per prestazioni diagnostiche e chirurgiche all’intricata giungla dei ticket, dalle eccellenze ospedaliere alla desertificazione dei servizi territoriali (assistenza domiciliare, residenze sanitarie assistite, hospice, ecc.), dalla dimensione delle aziende sanitarie alla capacità di integrazione pubblico-privato, dal variegato contributo di fondi integrativi e assicurazioni alla disponibilità di farmaci innovativi.

E oltre al danno anche la beffa e... magari fosse solo una. Nelle Regioni (prevalentemente del Sud) che non adempiono al LEA, i cittadini non solo hanno servizi sanitari peggiori con nefaste conseguenze sull’aspettativa di vita, ma pagano addizionali IRPEF più elevate per risanare i conti della propria Regione per poi essere costretti a spostarsi altrove per curarsi.

Il fenomeno della mobilità sanitaria nel 2016 ha spostato oltre 4,15 miliardi di euro, prevalentemente dal Sud al Nord: tutti a carico del SSN, ma i costi che i cittadini devono sostenere per i viaggi, disagi e quelli indiretti per il Paese sono enormemente più elevati. Senza contare che la mobilità sanitaria non traccia la mancata esigibilità dei LEA territoriali e soprattutto socio-sanitari, diritti che appartengono alla vita quotidiana, in particolare delle fasce socio-economiche più deboli, e non alla occasionalità di un intervento chirurgico in un polo d’eccellenza.

Il diritto costituzionale alla tutela della salute non può essere condizionato da ideologie partitiche, da politiche sanitarie regionali o da modelli organizzativi locali, ma è un diritto civile da garantire a tutti i cittadini. Ecco perché la Fondazione GIMBE si impegna a effettuare un monitoraggio di tutti i prossimi programmi elettorali rispetto alle proposte relative a sanità, welfare e ricerca, incluse quelle finalizzate a potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sui 21 sistemi sanitari regionali, nel pieno rispetto delle loro autonomie.

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