Giuseppe Antoci, la difficile battaglia per la legalità


Nostra intervista al Presidente del Parco dei Nebrodi che da tempo sta esplicando una meritoria azione per ristabilire le regole del vivere civile in un territorio complesso


di Emanuele G. pubblicato il 6 febbraio 2017

Quando appresi che il Presidente del Parco dei Nebrodi Giusepep Antoci era stato oggetto di un attentato, nella notte fra il 17 e il 18 maggio dell’anno scorso, pensai ad alta voce: - Possibile che in Sicilia chi fa il proprio dovere debba rischiare la propria vita? Tale domanda ne anticipava un’altra: - Possibile che la Sicilia sia una terra irredimibile?

Abbiamo, cioé, la netta sensazione che in questa bella e stramaledetta terra siamo sempre alla casella di partenza di un gioco dell’oca piuttosto strano. Ad ogni evento dove la mafia esprime in maniera proditoria e pesante la sua presenza applichiamo sempre il medesimo protocollo. Una miscela di rassegnazione, frasi di circostanza, stupore, buoni propositi e... Dopo che l’evento è passato e non se ne parla più sugli organi di stampa ecco calare il generale silenzio. In Russia Napoleone si scontrò con il generale inverno, noi abbiamo un generale di differente ispecie. Il generale silenzio.

Eppure, dobbiamo andare avanti. La Sicilia eredita dal passato una situazione al dir poco disastrosa che rende il presente della nostra terra amaro e tragico. Nonostante tutto, abbiamo l’obbligo morale di andare avanti. Non di resistere perché chi vuole tenere in scacco la Sicilia vuole da noi atteggiamenti remissivi. Dobbiamo andare avanti. Essere dinamici, propositivi, fattivi e propensi al futuro.

Ecco perché ho deciso di fare una chiacchierata con il dr. Antoci in modo da capire due cose. Prima, come un singolo - nella fattispecie il Presidente del Parco dei Nebrosi - possa contribuire al futuro della nostra Sicilia. Secondariamente, avere strumenti di analisi di un fenomeno apparentemente marginale quale è la mafia agricola.

Da sempre uno degli aspetti più caratterizzanti la mafia è quello del controllo della terra…. Pertanto chi cerca di impedire tale forma di possesso rischia grosso?

“In effetti storicamente tale fenomeni è servito alle famiglie mafiose al controllo del territorio e successivamente e soprattutto negli ultimi anni, con l’avvento delle misure europee per l’agricoltura, si è trasformato anche in un business milionario.”

Al momento di prendere possesso della carica di Presidente del Parco dei Nebrodi che situazione ha trovato?

“Il Parco dei Nebrodi era commissariato da anni ed io sono il secondo Presidente in 23 anni. Quando sono arrivato ho cercato da subito di rimettere l’Ente al centro dello sviluppo del territorio facendolo diventare un motore per la cosiddetta Green Economy che può e deve essere il cuore pulsante di un comprensorio dove insiste un’area protetta. Cominciai da subito a dare anche segnali di trasparenza sostenendo che l’Ente sarebbe dovuto diventare una “casa di vetro”, e così attuai una serie di scelte come quelle di mettere all’asta alcune auto, attuare un regolamento per gli incarichi legali nonché una maxi rotazione che ha coinvolto quasi il 60% delle 122 unità in servizio al Parco. Iniziò un vero e proprio cambio di rotta con risultati e presenze turistiche nel Parco senza precedenti.”

Come si accorto che qualcosa non quadrava?

“Un giorno incontrai il Sindaco di Troina Fabio Venezia il quale mi presentò l’allora dirigente del Commissariato di Nicosia Daniele Manganaro appena trasferito a Sant’Agata di Militello comando competente sulla maggior parte dei comuni del parco. Venezia e Manganaro mi spiegarono il meccanismo di pressioni ed intimidazioni che veniva portato avanti contro imprenditori agricoli e proprietari terrieri al fine dell’accaparramento di appezzamenti di terreni da utilizzare per frodare la Comunità Europea. Le gestione dei pascoli demaniali ricadenti nell’area dei Nebrodi ha da sempre rappresentato un punto dolente nella tutela della legalità nell’ambito della gestione della cosa pubblica per l’ubicazione in territori marginali rispetto al controllo dello Stato e la presenza capillare e oppressiva di una mafia rurale attenta agli affari nel settore dell’agricoltura e dei fondi europei. La forza criminale di queste famiglie mafiose che controllano il territorio attraverso i reati tipici degli ambienti rurali (abigeati, furti, danneggiamenti, estorsioni) ha scoraggiato e in molti casi impedito alle aziende agricole, che operavano nell’ambito della legalità, di competere con le logiche del libero mercato nell’aggiudicazione di questi terreni, in alcuni casi addirittura concessi senza nessuna procedura di evidenza pubblica eludendo anche la normativa antimafia. Il sistema contorto che si venuto a creare era il seguente: gli affittuari in odore di mafia attraverso procedure illegittime e con l’esercizio della forza criminale sul territorio, sono riusciti a conquistare una buona fetta dei terreni demaniali da cui ricavavano ingenti contributi da parte dell’AGEA. In passato i terreni sono stati ceduti in affitto a prezzi irrisori (25-30 euro a ettaro), mentre i ricavi sono stati almeno 10-12 volte in più. Per ottenere questi contributi non occorrevano né investimenti né particolari attività economiche.

Occorreva avere tre requisiti:

- Il possesso di ingenti proprietà terriere adibite a pascolo;

- Il possesso dei cosiddetti “titoli” che possono essere acquistati o ceduti da parte dell’AGEA;

- Un numero di ovini o bovini proporzionati all’estensione dei terreni (unità UBA).

Mentre è semplice acquisire i titoli e acquistare i bovini, è molto più complicato avere in possesso un buon numero di ettari per presentare le richieste all’AGEA, per cui, gli interessi di queste famiglie sono rappresentati dal controllo e dalla gestione dei terreni di proprietà demaniale.”

Secondo quali modalità avveniva che i gruppi mafiosi si impossessavano dei terreni facenti parte del Parco e delle Amministrazioni?

“In buona sostanza il metodo utilizzato dalle associazioni mafiose era quello di partecipare ai bandi pubblici attraverso, spesso, nuove società e all’interno delle quali venivano inseriti 3/4 nominativi di buon calibro mafioso e dunque, intanto, ciò provocava come primo effetto la paura degli agricoltori perbene a partecipare al bando e la gara aveva, quindi, un solo concorrente che ovviamente se l’aggiudicava. Aggiudicata la gara, visto che i valori venivano mantenuti sempre al di sotto dei 150 mila euro (limite entro il quale bastava l’autocertificazione antimafia), gli aggiudicatari, in base alla norma, procedevano all’autocertificazione antimafia e dunque, a quel punto, il procedimento amministrativo era completato e a quel punto “l’affare” fatto.”

Ho saputo che utilizzavano dei prestanome.

“A volte.”

Quale l’obiettivo di queste attività illecite, l’ottenimento di fondi comunitari?

“Come ho detto prima, controllo del territorio ed accaparramento di fondi europei.”

Nei confronti di operatori del settore agricolo che si muovono all’interno della legalità questi gruppi mettevano in essere azioni di minaccia?

“Sono note pressioni su agricoltori attraverso uccisioni di animali sgozzati ed anche avvelenamenti di alberi, anche monumentali, iniettando diserbante nei tronchi. Insomma per stare tranquilli o dovevano lasciare i loro terreni o non dovevano avvicinarsi ai bandi europei.”

Che tipologia di attività ha inteso portare avanti per ristabilire legalità e trasparenza?

“Iniziai, insieme al Prefetto Trotta, il percorso volto alla creazione del protocollo di Legalità, con il quale di fatto si abbassava la soglia dell’obbligatorietà del certificato antimafia a zero evitando dunque che i terreni degli enti pubblici venissero dati in affitto solo producendo l’autocertificazione. Il Protocollo venne firmato con una cerimonia pubblica il 18 marzo del 2015 alla presenza di tanti Sindaci (dopo apposita delibera dei loro rispettivi Consigli Comunali) e avendo cura, su mia richiesta, di inserire anche il Comune di Troina, nonostante appartenesse alla provincia di Enna e con il chiaro obiettivo di tutelare e deresponsabilizzare il Sindaco Fabio Venezia e consentire anche a lui di applicare il Protocollo nel suo territorio. Alla cerimonia della firma del Protocollo, su mia richiesta, presenziò il Presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta che firmò anche lui il protocollo, insieme ai due Assessori Regionali all’Agricoltura e al Territorio e Ambiente, estendendolo così anche agli altri Enti regionali, così come venne inoltre firmato dall’Ente di Sviluppo Agricolo. Che la creazione del Protocollo fosse stata una scelta lungimirante venne acclarato quando fu bandito dal Parco dei Nebrodi apposita gara per l’aggiudicazione di 400 ettari di bosco e con scadenza immediatamente antecedente alla firma del protocollo del 18 marzo. Per quel bando, con la solita consuetudine, veniva creata una nuova società con 4 soci e il solito unico partecipante alla gara. Feci aggiudicare la gara in maniera provvisoria e subito dopo aver firmato il protocollo di Legalità inviai le carte al Prefetto Trotta per il controllo delle varie autocertificazioni antimafia le quali, neanche a dirlo, produssero ben 4 su 4 misure interdittive antimafia. A quel punto feci revocare l’aggiudicazione ed inviai le autocertificazioni alla Procura della Repubblica per gli atti consequenziali. Tutto ciò di fatto acclarò in maniera chiara ed inequivocabile che il Protocollo rappresentava veramente un atto importante per combattere un fenomeno che durava da anni e che da lì a poco sarebbe diventato un tema non più legato al territorio delle tre province di Messina, Catania e Enna bensì di carattere regionale e nazionale.”

Si è riusciti a fare un conto economico dell’insieme dell’azioni illecite compiute all’interno del parco di cui è Presidente?

“Il tema non riguarda solo il Parco ma è un tema regionale anzi direi nazionale. Anche in altre regioni certamente ci sono infiltrazioni mafiose sui fondi europei destinati all’agricoltura. Il dato dei cinque miliardi di euro, nella programmazione precedente, in Sicilia dedicato a questo settore se come sembra una buona fetta sono in mano alle famiglie mafiose, faccia Lei due conti. Intanto le misure interdittive antimafia a seguito del protocollo fioccano a ripetizione.”

Quali insegnamenti ha tratto da questa drammatica vicenda?

“Che basta che ognuno faccia il proprio dovere certe cose non avvengono. Nella vicenda bastava che qualcuno non si prestasse o controllasse e certamente non ci sarebbe stato bisogno del mio intervento.”

Perché parole come trasparenza e legalità sono ancora difficili da applicare in Sicilia?

“Rischio di ripetermi… è solo perché tanti preposti a fare o controllare le cose si girano dall’altro lato o con connivenza entrano nel sistema.”

La terra dunque come risorsa per tenere in scacco la Sicilia?

“La terra certamente come risorsa per controllare il territorio ed incassare milioni e milioni di euro che poi servivano certamente a foraggiare le attività criminali. Certamente da questo punto di vista una Sicilia certamente sotto scacco.”

A suo parere le normative sono sufficienti per contrastare tali attività criminose?

“In Sicilia con il protocollo che abbiamo fatto si è messo certamente un freno. In ambito nazionale si sta facendo una proposta di legge alla quale io stesso sto collaborando per replicare il protocollo in tutta Italia come già annunciato dal Ministro Martina.”

Come ha spiegato a sua moglie e alle sue figlie quanto accaduto?

“Non c’è stato bisogno loro conoscevano il mio impegno e i rischi che correvo. Quella mattina dopo l’attentato è bastato solo un abbraccio che ci siamo dati tutti insieme.”

Ha paura? o per meglio dire la paura diventa una molla per poter compiere il proprio dovere fino in fondo?

“La paura fa parte di noi, di tutti gli uomini e quindi le dico: certo che ho paura, ma questa paura è superata e gestita attraverso la consapevolezza di non essere solo e tutto a quel punto si trasforma in forza e coraggio. Si fino in fondo….”

Cosa ne pensa della solidarietà che ha ricevuto? C’è quindi una speranza?

“Grazie a Dio ho sentito subito la presenza dello Stato e dei cittadini, da tutte le parti d’Italia ed anche dall’estero mi arrivano spesso messaggi di forza e coraggio. Mi chiedono di non fermarmi e ciò rende meno dura una vita blindata che purtroppo non è facile soprattutto da far vivere alla mia famiglia. Ma la vera forza è proprio la mia famiglia. E’ grazie a loro che vado avanti. Certo che l’onorificenza concessami dal Presidente Mattarella mi ha dato grande forza perché non solo viene dalla più alta carica dello Stato ma anche perché la motivazione data è forte patrimonio personale e familiare del Presidente che purtroppo, per le vicende legate alla morte del fratello, ha vissuto sulla sua pelle il dolore che provoca un attentato mafioso. Si c’è speranza…. La nutriamo tutti…. E quando nella lotta alla mafia si raggiungono risultati come quello raggiunto con il Protocollo allora questa speranza cresce e prende sempre più forza e vigore.”

Possibile che una terra meravigliosa come la nostra debba ospitare nel suo seno un veleno così pericoloso come la mafia?

“Guardi…. io nella vita faccio l’uomo d’azienda e dunque mi piacciono i numeri. In Sicilia siamo circa cinque milioni e sembra che i mafiosi non siano più di settemila. Ma insomma se la matematica non è un’opinione siamo così tanti più di loro che se ci mettiamo d’impegno, quello vero e di squadra, non avranno certamente vita facile. Basta volerlo con un antimafia praticata e non predicata….”

Come lo vede l’avvenire della Sicilia?

“Vedo e spero una Sicilia che possa trovare la consapevolezza di essere una terra unica attraverso la quale i suoi abitanti possano utilizzarne le risorse migliori e le eccellenze migliori per creare Sviluppo e Legalità scrollandosi di dosso tanti luoghi comuni e tante scuse per non fare bene una semplice cosa: dare un futuro serio ai suoi figli…. Ecco così vedo la Sicilia ed io nel mio piccolo ho voluto fare solo la mia parte, insomma solo il mio dovere. Come dicevo prima dobbiamo però essere tanti, moltiplicarci e trasferire il messaggio che POSSIAMO FARCELA….. dobbiamo farcela soprattutto per i nostri giovani. Un giorno sono andato, su richiesta del Procuratore, i giovani detenuti del carcere minorile Malaspina di Palermo. Dopo aver raccontato del Parco dissi loro: “vedete ragazzi, vedete quelle sbarre? indicando loro una finestra. Ecco, voi pensate che la vostra libertà sia fuori da quelle sbarre, ma sappiate che se una volta fuori continuerete a dipendere dalla mafia, a spacciare per la mafia, a chiedere un lavoro alla mafia insomma se avrete loro come interlocutori, bene allora la vostra libertà è qui dentro”. Rimasero senza parole. Io sono convinto che è con la cultura e con l’indipendenza che si combatte la mafia. Sui territori ove non c’è, invece, un’alta densità mafiosa è come le malattie, a volte si pensa che riguardino sempre gli altri, poi quando ti tocca da vicino cominci a pensare che avevi da poter rimediare facendo qualcosa e non lo hai fatto. Ed a un certo punto è tardi…. Quindi anche là bisogna fare prevenzione. Penso che il tempo della lotta alla mafia e all’illegalità non possa aspettare tempi futuri ma solo tempi presenti per gestire meglio quel futuro che è patrimonio di tutti.”

Profilo Facebook:

Giuseppe Antoci

CREDITS: La foto di copertina è stata presa dal profilo Facebook dell’intervistato.

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