Preservare la memoria per non dimenticare la violenza mafiosa


Il libro "I Mille Morti di Mafia" persegue tale nobile obiettivo. Ed è per questo che abbiamo intervistato il suo autore, Antonio Calabrò.


di Emanuele G. pubblicato il 16 giugno 2016

Già preservare la memoria... Compito arduo in un paese dove esercitare tale finalità è considerata azione deleteria. Siamo essenzialmente un paese senza memoria e ciò lo si nota in occasione di quelle date cardine della nostra storia. O diventano oggetto di una "festività" eccessiva che le svuota di fatto di ogni significato oppure si dimenticano. Su questo fronte il lavoro di noi giornalisti diventa essenziale.

In questa ottica si inserisce il pregevole volume di Antonio Calabrò in riferimento alla seconda guerra di mafia che insanguinò Palermo negli anni ottanta e divenne il prodromo al maxiprocesso reso possibile dalle geniali intuizioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Quanto segue è il risultato di un’approfondita disamina del libro "I Mille Morti di Palermo" condotta assieme allo stesso autore.

Da quali esigenze nasce il libro "I mille morti di Palermo"?

"Offrire alle nuove generazioni un documento per la memoria d’uno dei periodi più drammatici della nostra storia. E consentire a chi c’era di ricordare, ricostruire, provare a capire meglio fatti e retroscena. Cercando di dare compiutezza alla storia del Paese. Un esempio: per tutti il 1982 è l’anno in cui la Nazionale italiana vince i Mondiali di calcio. Per noi, a Palermo, è anche l’anno in cui la mafia uccide Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre e decine di altre persone."

A quale periodo storico si riferisce?

"Soprattutto agli anni che vanno dal 1979 al 1986. Una lunga sequela di morti che comincia con gli omicidi del segretario della Dc di Palermo Michele Reina (un uomo dei tentativi di affrancamento della Dc dalla mafia), del giornalista Mario Francese (un cronista coraggioso, che scriveva degli affari dei “corleonesi”), del capo della Squadra Mobile Boris Giuliano (che indagava su mafia, droga e riciclaggio di milioni di dollari, anche per mano del bancarottiere mafioso Michele Sindona). E poi continua con l’assassinio di magistrati, poliziotti, carabinieri, politici, imprenditori, giornalisti, medici, tutte persone perbene che si opponevano alle violenze e alle illegalitàdi Cosa Nostra. Si va ancora avanti con le stragi ordinate dai “corleonesi” guidati da Totò Riina e Bernardo Provenzano (dei macellai senza onore né dignità) e dai loro alleati contro i boss e i “picciotti” che non si piegavano alla loro avidità di soldi e potere. Sino all’inizio del maxiprocesso, nel febbraio 1986: un grande evento giudiziario in cui lo Stato mette in ginocchio la mafia. Cosa Nostra assassina. E lo Stato che adempie bene al suo ruolo: punire gli assassini, colpire l’illegalità, mandare e tenere in galera i mafiosi. Una lunga stagione da non dimenticare mai."

Quali le conseguenze nel tempo di tale periodo?

"Quei morti sono una drammatica feritaper la Sicilia, ma anche per tutta Italia. Il maxiprocesso, con le condanne severe e documentate confermate dalla Cassazione, segna una svolta importante nella storia giudiziaria, ribadisce il primato delle istituzioni e della legalità. Una vicenda, insomma, da studiare, raccontare, prendere a esempio anche per l’attualità."

Mi può spiegare il sottotitolo "Uomini, denaro e vittime della guerra di mafia che ha cambiato l’Italia"?

"Quella “guerra di mafia” non è una vicenda locale, siciliana. Ma una storia con evidenti risvolti nazionali che toccano la politica, l’economia, le relazioni sociali. Non una semplice “cronaca nera”. Semmai, un capitolo tragico di una storia d’Italia in cui Cosa Nostra rivela il suo ruolo di “malgoverno” e di distorsione degli affari, degli appalti, dell’attività delle imprese. Adesso Cosa Nostra è indebolita. Ma la ‘ndrangheta calabrese, anche al Nord, continua a fare affari e inquinare l’economia e la politica locale. Mai allentare, insomma, l’impegno dello Stato e della società civile contro la criminalità organizzata, contro le varie forme in cui si esprimono le mafie."

Perché delle cartine topografiche di Palermo a inizio del libro?

"Per dare ai fatti una collocazione geografica precisa, anche agli occhi dei lettori che non conoscono Palermo. Per mostrare come gli omicidi, le stragi, le violenze, attraversino tutta la città. “Palermo come Beirut”, è il titolo fatto dal giornale “L’Ora” il giorno dell’autobomba che uccide il giudice Rocco Chinnici. Palermo dunque da rappresentare, con le strade, le piazze, i luoghi dei morti, i quartieri dominati dai mafiosi…"

Il suo libro parte dal maxiprocesso. Perché?

"Perché proprio nell’aula bunker costruita accanto al carcere dell’Ucciardone si trovano, tutti insieme, gli uomini dello Stato, a cominciare dai magistrati della Corte d’Assise, molti dei boss mafiosi dietro le sbarre delle celle, i parenti delle vittime di quei boss e di quei killer finalmente in gabbia, i testimoni che hanno avuto il coraggio di accusare gli assassini, i giornalisti che raccontano quei fatti all’opinione pubblica nazionale e internazionale, il pubblico e cioè la società civile che, giorno dopo giorno, assiste al trionfo della legge e alla sconfitta di Cosa Nostra. Una grande arena della legalità."

Un pregio del libro è di collegare la storia della mafia a quella dell’Italia...

"E cercare di inquadrare tutto in una cornice “politica”. Cosa Nostra, la camorra, la ‘ndrangheta non sono “fatti dei siciliani, dei napoletani, dei calabresi”. Ma un tumore della storia del Paese. Con forti implicazioni politiche, economiche, sociali. Un tumore dascoprire, conoscere e combattere, sia nei luoghi di insediamento tradizionale sia a livello nazionale. A Palermo, ma anche a Roma e a Milano. Un impegno ancora d’attualità."

L’Italia allora aveva contezza del fenomeno mafioso?

"Una conoscenza insufficiente. Erano gli anni della “Milano da bere”, ricca, modaiola, allegra, spensierata. E della “Palermo per morire”. Anche nel mondo della politica, c’erano troppi distratti, accanto ai conniventi e ai complici. E chi capiva e s’impegnava contro la mafia, era una minoranza, anche se seria, consapevole, combattiva. Poi, le cose sono cambiate, in meglio. L’impegno per la legalità e contro la criminalità va tenuto sempre vivo. Con attenzione. E senza retorica."

Che tipo di lavoro ha comportato raccogliere il materiale che sarebbe servito a scrivere il libro?

"Sono partito da un’inchiesta fatta alla fine del 1985 per “L’Ora”, proprio in preparazione del maxiprocesso. Una buona base, per approfondimenti, riflessioni, riscritture. E ho usato le sentenze del maxiprocesso come punto di riferimento essenziale: non ombre e dietrologie più o meno fantasiose, ma fatti, giudiziariamente accertati in via definitiva."

E’ un libro particolarmente attento alle date...

"Date. Nomi. Luoghi. Fatti. Gli avvenimenti, i protagonisti, le motivazioni. E’ il giornalismo, no? Andare, vedere, cercare di capire, raccontare…"

Per un giornalista cosa significava scrivere allora di mafia?

"Stare ai fatti, appunto. Cercare di coglierne e descriverne ragioni e conseguenze. Inquadrare i singoli omicidi, le terribili vicende dei cosiddetti “cadaveri eccellenti” nel loro contesto, mettendone in rilievo anche il peso “politico” (per gli assassini di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, innanzitutto) non solo siciliano ma soprattutto nazionale. E scrivere seguendo le regole della cronaca (esattezza, scrupolo, nessuna retorica…) ma anche con una sorta di senso di rispettoper i morti, per i loro amici e parenti che leggevano, per il dolore che comunque attraversava l’intera città. Cronaca severa. E civiltà del buon giornalismo. L’Ora ne è stato un buon esempio."

Alla fine del libro come si è sentito psicologicamente e moralmente dopo aver parlato di mille morti?

"Ricordare è spesso doloroso. Ma doveroso."

La mafia è una dannazione per la Sicilia?

"La mafia ne ha segnato e ne segna ancora drammaticamente la storia. Ne ha condizionato lo sviluppo economico e civile, impoverendo e umiliando i siciliani. Ma pur essendo viva e vitale, pericolosa e inquinante, è meno potente e invadente di prima. E c’è una coscienza civile, soprattutto nelle nuove generazioni, più vigile e attenta e su cui fare leva, per sconfiggere definitivamente i boss di Cosa Nostra e i loro complici. Contro la mafia, prevenzione e repressione giudiziaria. Ma anche battaglia culturale e civile. Facendo tesoro della lezione di Gesualdo Bufalino: “La mafia sarà sconfitta. Da un esercito. Di maestri elementari”."

I maestri elementari potrebbero essere uno strumento decisivo, ma cosa possono fare realmente se il livello politico dimostra in maniera preoccupante una generale sottostima del pericolo costituito dalla mafia? Una mafia oggi più pericolosa di prima in quanto ha avuto la capacità di dissimularsi nelle pieghe di una società debole ed estremamenete permeabile.

Note:

- Recensione del libro "I Mille Morti di Palermo"

- Pagina ufficiale su Facebook di Antonio Calabrò

- Crediti fotografici: la fotografia pubblicata mi è stata inviata da Antonio Calabrò.

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