Italia terra di faide


La storia del nostro paese è da leggere nell’ottica della disunità piuttosto che dell’unità


di Emanuele G. pubblicato il 18 febbraio 2014

Ancora una faida nella millenaria storia dell’Italia. Mi riferisco a quella testé conclusasi con la vittoria di Renzi su Letta. La faida sembra – a pensarci bene – una costante storica per noi italiani. Dai tempi della leggendaria querelle fra Orazi e Curiazi. Credo che gli avvenimenti che si sono succeduti nel corso dei secoli ci diano la possibilità di considerare la storia italiana come il prodotto di processi afferenti alla disunità piuttosto che all’unità. Di casi analoghi la storia ne ha registrati parecchi. Non intendo in alcun modo farne l’elenco. Un’azione alquanto noiosa e inutile. Dovremmo, al contrario, capire i motivi.

Il primo motivo risiede nel fatto che l’Italia è un territorio dove la storia ha sviluppato modalità condivise rare e frammentarie. Il territorio – per certi versi – non è stato visto come l’humus di fondamento per una storia univoca. Non è avvenuto, infatti, ciò che è successo in altre nazioni. Ossia all’identificazione di un territorio con un’idea di Nazione. Il termine Italia è stato a lungo un termine alquanto vago e impreciso. Diciamo l’Italia è da rappresentare sulla falsariga di un contenitore di storie diverse. Un contenitore che non è diventato un bene comune.

Se guardate, inoltre, a una cartina geografica vedrete che l’Italia è una terra difficile per i collegamenti fra le sue parti. L’unica parte che sembra omogenea è quella afferente alla Pianura Padana. Il resto è costituito da zone con parecchie criticità per i collegamenti. Basti pensare alla dorsale appenninica che divide in due l’Italia. O alle isole Sardegna e Sicilia. Pertanto, questa particolarità si è sostanziata in un localismo geografico esasperato. Ogni territorio si è ritagliato la sua storia e raramente è entrato in contatto con quelli viciniori. Causando notevoli problemi alla formazione di un’identità nazionale.

La struttura sociale del nostro paese non è una struttura d’insieme. Patria, Nazione o Stato. Essa – la struttura sociale – si declina con altri etimi: famiglia, fazioni e localismo. A ben vedere l’Italia basa le sue dinamiche sociali sulla famiglia. Famiglia non da intendersi come nucleo di affetti. Bensì come centro di gestione di interessi. Interessi di parte. Interessi che non fanno rima con la parola “bene comune”. Ogni famiglia è un agglomerato, quindi, di interessi che entrano in conflitto fra di loro dando vita a modalità clientelari che incidono fortemente sugli assetti della società italiana. Una società italiana che ragione più per fazioni che per unità.

Roma non ha mai sviluppato un senso di Nazione in riferimento all’Italia. Non era interessata a questo. L’Italia era solo un tassello del suo Impero e uno dei tanti territori dove amministrava il suo imperio. L’Impero Romano non ha mai inciso sulla definizione del carattere nazionale italiano. Sotto l’Impero Romano, infatti, i mille popoli che rappresentavano la varietà della “gens italica” hanno mantenuto la propria identità e relativi caratteri distintivi. A Roma importava che questi popoli pagassero in maniera regolare i tributi. Il resto non aveva molta importanza agli occhi di Roma e della sua elite dirigenziale. Anzi Roma ha lasciato in eredità all’Italia il sistema delle clientele. Un aspetto non certo unificante per il nostro paese.

Anche la presenza della Chiesa non ha giovato molto all’unità dell’Italia. Dall’Editto di Costantino la religione cristiana ha sì sostituito l’imperio romano come potere costituito in Italia, ma non ha causato alcun processo di emersione di un’idea di unità o di bene in comune. Al contrario della Romania dove la Chiesa Ortodossa è davvero quel “quid” di identificazione nazionale. La Chiesa in Italia ha giocato sugli aspetti non unificativi per sedimentare il suo potere temporale. Per la Roma papalina era più importante l’obbedienza a “Santa Romana Ecclesia” che alla causa comune.

Dobbiamo prendere atto – in maniera realista – che difficilmente l’Italia andrà incontro a un modello di società che metta al centro il bene comune. Quanto è successo nel passato e sta accadendo ora non contribuisce certo a un’evoluzione in tal senso. Ci dobbiamo attendere a un ulteriore aggravamento della disunità nel nostro paese. L’unica possibilità di invertire la tendenza è la volontà dei cittadini di essere parte attiva nei processi economici, politici e sociali. Ma sarà così?

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