La poesia della settimana: Giuseppe Marco Calvino


Che ci fosse un modo diverso per descrivere la realtà del proprio tempo, utilizzando versi duri e arditi, se n’era accorto qualche secolo fa Cielo D’Alcamo. Il resto lo ha fatto il dialetto, nei secoli successivi.


di Piero Buscemi pubblicato il 21 gennaio 2014

Lu Seculu Decimunonu

Seculu filosoficu!...
 Seculu di stu cazzu...
 Seculu minchiunissimu!
 Minchiuni! porcu! e pazzu!

Basta a diri stu seculu,
 Seculu illuminatu!
 L’omo chi voli futturi
 Si chiama sciliratu.

Rubari cu politica,
 nun è piccatu affattu:
 Vinniri la giustizia
 E’ sociali pattu:

 Ammazzari pri boria
 Di li conquistaturi,
 Ragiun di statu, gloria!
 Cose chi fannu onuri!

Scurciari anchi li poveri,
 Drittu di proprietà:
 Imposturari un miseru,
 Geniu di verità.

Sulu sulu lu futtiri,
 Chissu è piccatu sulu...
 Tempi illuminatissimi!
 Tempi di cazzi n’culu!

L’erotismo e la sana volgarità sono ingredienti irrinunciabili della sicilianità. Anche nel dialetto, una vera lingua autonoma, condita di influenze arabe e francesismi, tra le spezie più suadenti, si possono decantare intercalari coloriti, dove l’oggetto sessuale fa da cornice, talvolta per ribadire un concetto, tal altra per opporsi ad una congettura che non si condivide. Spesso, per ilarità e ironia, a giudicare un mondo che, ci illudiamo, non ci appartenga.

Delle espressioni colorite, sfacciate e irriverenti, ce ne eravamo già occupati quando trattammo nella nostra rubrica il poeta catanese Domenico Tempio (vedi: http://www.girodivite.it/La-poesia-della-settimana-Domenico.html). Questa settimana ci spostiamo verso occidente, a lambire le spiagge dorate del trapanese, lungo le impervie vie del sale e dei mulini a vento, ubriacati ma satolli di profumi e di nettare color rubino delle famose cantine locali.

E ce ne occupiamo ricordando un poeta stravagante e dialettale che, con i suoi versi, raccontò i suoi tempi, le eterne dominazioni della sua terra, l’ipocrisia, il falso pudore e la dubbia moralità, censora di predicatori loquaci e invettivi, ma da sempre, arditi razzolatori di debolezze umane.

Giuseppe Marco Calvino (Trapani, 6 ottobre 1785 – Trapani, 21 aprile 1833) è stato un poeta e commediografo italiano. Insieme al catanese Domenico Tempio e al palermitano Giovanni Meli, è ritenuto esponente di vertice della poesia dialettale satirica e licenziosa siciliana dell’Ottocento.

Figlio di Giuseppe Calvino Via e di Anna Patrico, seguì studi di filosofia e di diritto: dal suo atto di morte risulta, infatti, essere stato «utrusque juris doctor». Sposò Maria Scichili (figlia del raiss Nicolò), da cui ebbe i figli Anna (moglie del medico Giuseppe Cascio Cortese) e Nicolò. Fu Consigliere degli Ospizi, Consigliere provinciale e Deputato di salute, e si batté per la costruzione a Trapani del Teatro Ferdinandeo. Partecipò a varie accademie: Arcadia (col nome di Taliso Smirnense), Reale Istituto Peloritano, Tiberina e Civetta. Sepolto nell’ex convento dell’Itria di Trapani, nel 1884, nello stesso capoluogo gli fu eretto un cenotafio nella Cattedrale di San Lorenzo e gli fu intitolata - per una forse involontaria ma felice coincidenza - una via in cui, prima della legge Merlin, sorgevano dei postriboli, alle cui operatrici egli dedicò molti versi e novelle pieni di riguardi, comprensione e gratitudine.

La sua fama è soprattutto legata alla sua produzione poetica "pornografica", che ha riscosso le attenzioni critiche di molti studiosi di letteratura erotica. Suo capolavoro sono ritenute Le poesie scherzevoli, da lui segretamente distribuite e recitate agli amici, e uscite in stampa per la prima volta soltanto nel 1900, a cura degli anarchici della sua città. Da allora sono state pubblicate altre quattro edizioni (1969, 1978, 1990 e 1997) di questa silloge, piccante ma anche molto attenta ai profili sociali e politici della Sicilia del suo tempo. Essa si caratterizza per un linguaggio esplicito e corposo, sanguigno e pieno di vitalità e sapienza. Calvino maneggia, peraltro, lo strumento vernacolare, sul quale aveva anche "teorizzato", con estrema perizia e consapevolezza. Egli fu scrittore precoce e prolifico. Si cimentò in una molteplicità di generi letterari: dal teatro (tragedie, commedie, cantate) alla poesia, dalla novellistica bernesca alle traduzioni. Gran parte della sua produzione rimase a lungo inedita, anche a causa della sua prematura e improvvisa morte nel corso di un’epidemia di tifo.

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