La poesia della settimana: Aïcha Arnaout


Espressione letteraria del tormento di un popolo. Uno dei tanti appartenenti a quell’angolo di mondo, accomunato solo da una guerra perenne.


di Piero Buscemi pubblicato il 7 gennaio 2014

La traversée du blanc

Tes plantes de pied brûlées
 entre deux infinis
 et tu n’es qu’à mi-chemin
 vers ce blanc vertige

 les dunes migratrices
 attisent les distances
 froissent les temps

 ne restera de toi
 qu’une ombre sans pas
 dans l’assonance des abîmes

 qu’un regard compacté
 dans la chair des mots

Pronunciare la parola "Siria", oggi più di ieri, obbliga la mente ad accostarsi a pensieri di guerra, che sanno di profughi, di bambini nudi a giocare con ordigni inesplosi, di vedove in cerca di un ruolo sociale, che sia diverso da quello trascinato nei decenni di vedove in silenzio. Nella migliore delle ipotesi. Un paese che un Dio occidentale, o un Allah mediorientale, o una qualsiasi utopia che funga da capro espiatorio e che giustifichi guerre per ristabilire non si sa bene cosa, ha deciso di porre questo paese al centro di una deflagrazione di culture, religioni, estremismi. Ma anche povertà, fame, disperazione. A volte, anche rassegnazione.

Basterebbe pensare ai paesi confinanti. Turchia, Iraq, Libano, Israele, Giordania. Senza andare troppo indietro nel tempo, negli ultimi cinquanta anni, è davvero difficile trovare un periodo di pace che abbia coinvolto i cinque paesi confinanti contemporaneamente. Eppure la Siria fa parte anche di quei territori storici, tra il Tigri e l’Eufrate, che hanno originato la civiltà moderna, direttamente dal antichi Egizi e Greci, e già questo basterebbe per riconoscerle un debito storico che, forse, il mondo occidentale non ha voluto mai saldare del tutto.

Anzi, storicamente, è sempre stata terra di conquista. Con un destino molto simile a quello della Sicilia e con accostanti periodi di dominio straniero. Identico anche per il susseguirsi delle etnie di dominio, tra Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Francesi. Una indipendenza che apparentemente fu conquistata solo nel 1946. Apparentemente, perché i decenni di guerra civile che ne seguirono, dimostrò come sia difficile, se non impossibile, liberarsi in quei territori dalla guerra.

Tralasciamo volontariamente qualsiasi cenno storico degli ultimi anni, fino ai giorni nostri. Lasciamo ad altri il compito di raccontare le ipotetiche verità sulla minaccia atomica lanciata da Asad o quelle sulle armi chimiche utilizzate dall’esercito siriano. Preferiamo dedicarci alla voce, spesso consolatrice, della poesia siriana e di una delle maggiori espressioni liriche di questo tormentato paese.

Aïcha Arnaout è nata a Damasco il 13 ottobre 1946, si è trasferita a Parigi nel 1978. Autrice di raccolte di poesie e di romanzi, scritte in arabo e in francese, è stata tradotta in diverse lingue europee. Tra i suoi successi letterari, possiamo ricordare Eau et Cendre, Fragments d’Eau, La Fontaine (scritta a quattro mani con Alain Gorius) e La Traversée du Blanc., dalla quale abbiamo estratto il frammento poetico proposto nella nostra rubrica.

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