La poesia della settimana: Adalberto Ortiz


Un cantore ecuadoriano e i suoi versi che sanno di pelle nera, schiavitù, pregiudizi, razzismo. Scritti attualissimi in un mondo che non sa smentirsi.


di Piero Buscemi pubblicato il 29 ottobre 2013

Contribucion

Africa, Africa, Africa,
 tierra grande, verde y sol,
 en largas filas de mástiles
 esclavos negros mandó.

 Qué trágica fue la brújula
 que nuestra ruta guió.
 Qué amargos fueron los dátiles
 que nuestra boca encontró.

 Siempre han partido los látigos
 nuestra espalda de cascol
 y con nuestras manos ágiles
 tocamos guasá y bongó.

 Sacuden sus sones bárbaros
 a los blancos, los de hoy,
 invade la sangre cálida
 de la raza de color,
 porque el alma, la del Africa
 que encadenada llegó,
 en esta tierra de América
 canela y candela dio.

Adalberto Ortiz nacque a Esmeraldas il 9 febbraio 1914 e l’aria di rivoluzione e di rivendicazioni sociali la respirò già in famiglia. Il padre Leonidas Otiz era calligrafo e segretario prelle l’Estudios de Esmeraldas e la madre era la nipote di Simón Torres de la Carrera e quindi pronipote dell’eroe nazionale Luis Vargas Torres, noto rivoluzionario e martire al quale è stata dedicata l’Università della città.

La sua nascita coincise con periodo della rivoluzione contro il dominio spagnolo, che durava dal 1531 con l’arrivo in Ecuador del conquistatore Francisco Pizarro e il padre stesso si arruolò per combattere i governativi.

Influenzato in giovane età dalla zia Sara Quiñónez Torres e da un’educazione molto religiosa, nel 1929 si trasferì a Quito dove andò a lavorare presso una tipografia che stampava una rivista per conto dell’Ordine Domenicano, la Stampa Cattolica. Esperienza che lo indusse a seguire l’impulso di chiudersi in un convento, anche per far piacere alla nonna, anch’ella molto religiosa. L’intervento di alcuni cugini e zii anticlericali lo scoraggiarono nella scelta.

Dopo la morte della madre, nel 1931, si dedicò agli studi profondamente, e nel 1937 ritornò a Esmeraldas con il titolo di insegnante, attività che praticò fino al 1940. Nel frattempo, grazie al suo amico Carrion Kruger che gli aveva prestato il libro "Mapa de la Poesía Negra Americana" dello scrittore cubano Emilio Ballagas, Ortiz si appassionò alla letteratura da cominciare a scrivere proprie opere, di impronta e anima tipicamente nera.

Scrisse il suo primo libro di poesie tra il 1938 e il 1939, Tierra, son y tambor, che si trascinò contro le critiche di altri scrittori che giudicaro i versi di Ortiz poco poetici. Solo dopo le dichiarazione di Joaquin Gallegos Lara che descrisse il suo poetare come un’innovazione nel panorama letterario dell’America latina, ricco di umanità e sensibilità, Ortiz comprese che l’ambiente di Esmeraldas era particolarmente ristretto.

Cominciò così per Ortiz la collaborazione con il quotidiano "El Telégrafo", in veste di poeta negrista dell’Ecuador, difensonre della sua razza e della sua poesia, rappresentando una vera novità per la tradizione letteraria del sud America. Continuò la sua attività di insegnante in località rurali, che gli fecero conoscere le tristi realtà della popolazione locale sfruttata e resa schiava dai latifondisti. Una raccolta di esperienze che fu di ispirazione per la stesura del suo romanzo Juyungo, la storia di un negro e di un’isola, che descrive le popolazioni di Milagro e Guayaquil, tradotto in tedesco, francese e inglese.

Negli anni successivi, il colore della sua pelle non agevolò né la sua carriera letteraria, né quella lavorativa. Un razzismo spesso celato da accuse di comunismo che, come nel caso della sua nomina di Cancelliere presso il Consolato a New York. Nonostante questo, la produzione artistica di Ortiz vide l’esplosione creativa neglia anni ’50. Appassionato anche di pittura, nel 1954 realizzò quattordici stampe poetiche, con il titolo di El Vigilante Insepulto e, nello stesso periodo, il romanzo El Espejo y la Ventana.

Gli anni ’60 segnarono profondamente l’esistenza del poeta. Il periodo scuro dell’Ecuador sotto la dittatura militare, che limitò la libertà di stampa e riorganizzò i diritti d’autore controllando la stampa e le stazioni radio, ispirò la sua opera El Espejo y la ventana, storia di Mauro Lemos nel periodo della rivoluzione e il dominio peruviano.

Dopo le soddisfazioni della fine degli anni ’70 che lo videro impegnato come docente all’Università di Howard e ambasciato a Panama nel 1981 e nel 1982, dedicò gli ultimi anni della sua vita alla lettura.

Morì il 1° febbraio 2003.

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