“Vi ar bast!” di Lukas Moodysson, meraviglioso percorso di libertà



di Davide Rossi pubblicato il 15 ottobre 2013

In una edizione veneziana 2013 decisamente inferiore a quella precedente (“La quinta stagione”, “La bicicletta verde”, “Bellas maripopas”, solo per ricordare tre opere tra una decina davvero eccellenti), brilla per riuscita intelligenza cinematografica “Vi ar bast!”, ovvero “Siamo le migliori!” del grande regista svedese Lukas Il registaMoodysson, che, ispirato dalle novelle grafiche della moglie Coco, realizza il suo film più vivace, più colorato, più vitale. È certamente quest’opera, presentata in Orizzonti, la migliore di quest’anno.

Ancora una volta è un film di ragazze, per ragazze, sulle ragazze, come “Fucking Amal Il coraggio di amare” (1998), storia d’amore tra due compagne di scuola superiore, Insieme - Tillsammans (2000), storia di una comune svedese degli anni ’70 vista con gli occhi dei ragazzi che la abitano, Lilja 4-ever (2002), storia di agghiacciante violenza subita da una ragazzina della minoranza russa in Estonia, rapita e obbligata allo sfruttamento sessuale in Svezia.

Con “Vi ar bast!” siamo a Stoccolma nel 1982. Due ragazzine dodicenni si autodeterminano come anarco - punk e decidono di mettere insieme una band hard - rock, salvo che loro non hanno mai preso in mano uno strumento. Le loro famiglie, di chiara ispirazione libertaria, lasciano alle ragazze la più assoluta libertà di costruire la loro vita attraverso le esperienze che possano aiutarle a diventare mature e consapevoli, una realtà genitoriale assolutamente estranea al mondo familistico Liv LeMoynemediterraneo. Le due amiche cercano una chitarrista e la trovano in una compagna di scuola con un paio di anni di più, bella e sensibile, ma evitata da tutti per il suo rigido sentimento religioso. La coinvolgono, o meglio, le stravolgono la vita, al punto che, infilatole il crocifisso sotto il maglione, tagliati i suoi biondi e sinuosi capelli con un’acconciatura da metallara, iniziano a portarla a perlustrare un mondo a lei sconosciuto, che diventa, anzi è a tutti gli effetti, spazio di libertà, soprattutto rispetto alle ansie e alla rigidità materna.

È anche il tempo dei primi amori e le ragazze decidono di incontrare il gruppo di coetanei della periferia cittadina che suona la loro stessa musica. È un incontro tra mondi diversi, dentro i casermoni sepolti nelle gelide nevi degli inverni svedesi, con i primi baci scoprono anche una realtà sociale differente, un mondo che grazie al grande impegno dell’avanzatissimo sistema sociale scandinavo attenua le disparità e costruisce uguaglianza nel comune diritto di cittadinanza.

Saranno le ragazze, più spigliate, più informate, a spiegare sorridendo ai ragazzi che cantano per il capodanno 1983 “Fanculo Reagan, Fanculo Breznev!”, come da un mesetto il sovietico non ci sia più. Mira Grosin Non ci sono computer, facebook, cellulari, eppure con la loro strepitosa energia, chiudendosi in camera per ore con il filo del telefono fisso chiuso a mezzo della porta, con la loro voglia di vivere, di crescere, di pensare, di essere libere, le tre ragazze dimostrano una straordinaria possibilità di diventare grandi dentro un percorso di libertà, restituitoci magistralmente da Moodysson con la sensibilità che gli è propria, con la cura di ogni fotogramma, con il contrappunto di una colonna sonora incalzante e appropriata, tutta giocata dentro le musiche non solo svedesi di quei primi anni ’80.

Il mondo sarebbe cambiato ed è cambiato, ma Moodysson ci ammonisce, solo nella libertà e attraverso la libertà vi può essere un cammino di crescita, di autentica educazione.

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo