L’eredità del suonatore di campane


Recensione del romanzo di Giuseppe Lissandrello. A spasso tra Vittorini ed Hemingway, Carducci e Schopenhauer, Sciascia e la birra Moretti, guardando al jazz e alla musica pop…


di Donatella Guarino pubblicato il 3 aprile 2013

Succede che tra le tante citazioni (troppe per me!) ci sia anche la sua. Quella di Califano, dico. Del califfo. Non è la più colta, ma di sicuro quella che meglio di altre sintetizza tratti del libro. L’eredità del suonatore di campane, primo romanzo di Giuseppe Lissandrello, è un libro complesso. Stratificato. Contemporaneo. Che strizza l’occhio agli anni ’70, alla libertà sessuale (o alla schiavitù del sesso!). Alla relazione tra uomo e donna. E all’abuso.

Il tema centrale è quello di sempre. L’universo delle donne e il maschio, spavaldo. Che tutto sa e tutto può. Il gallismo brancatiano, rivisitato e corretto. Il Casanova forever …Le femmine oggetto di desiderio, mito di cui parlare. Di cui vantarsi. Bottino di guerra. Ma poi chi è il vincitore?

Il narratore è un giovane che vive un po’ sulla scia di Turi, il suonatore di campane, morto di “pompo-embolia”. Almeno così si fa credere al lettore! E’ il suo erede “fimminaro” (?), in qualche modo. E attraverso i suoi ricordi si sviluppa la storia di morte, ma anche di vita che chiama, che attira, che continua, nonostante tutto. E’ un romanzo sulla gioia di vivere. Sulla leggerezza. E sul ripiego interiore. “La mia è solo stanchezza, ma non ho ancora perso la voglia di vivere… E intanto mi farò coccolare dai centri benessere amici “ (p.94). Molto bello il passaggio sul dolore della morte, che nessuno insegna a un bambino “Avevo dieci anni quando morì mio padre e nessuno mi aveva spiegato cos’era la morte e soprattutto coma la si dovesse affrontare…Solo Turi con il sorriso impacciato…cercò di consolarmi. Per questo gli volevo bene: perché era stato l’unico…che aveva provato a consolare il dolore di un bambino…Il dolore dei bambini è diverso da quello degli adulti: è fatto di assenza e di vuoto piuttosto che di pianto e di rabbia”. E ancora sul dolore e sulla morte: “Inseguendo l’impresa di salvarne almeno una dal baratro della loro intelligente femminilità, dalla voragine sempre aperta, come le fauci incandescenti di un vulcano, della loro stupida sensibilità (p.78)”. Per questo, soprattutto, nella parte finale del romanzo ci sono le pagine più belle. Intimiste.

Il linguaggio è versatile. Accanto a espressioni dialettali, a incursioni del parlato, a ritmi ora lenti , ora velocissimi, la narrazione si dipana (attraverso i flashback) con un sottofondo di amarezza e malinconia. Forse per un mondo che è stato. E non è più. O forse per una stagione di vita, che inevitabilmente è trascorsa. La gioia è anche altro, proprio come la vita. Vi sono passaggi più onirici, altri più realistici, con metafore di uso corrente, dove il linguaggio è crudo, immediato ed efficace, mai volgare. E meno male che le pagine bianche erano finite. A Lissandrello piace parlare, piace scrivere, piace vivere.

Giuseppe Lissandrello – L’eredità del suonatore di campane – Melino Nerella Edizioni / euro 13

www.melinonerella.it

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo