L’estate del cane nero (Marsilio, 2008)


Recensione del romanzo di Francesco Carofiglio.


di Giovanna Marchese pubblicato il 22 agosto 2012

“C’è qualcosa nei ricordi dell’adolescenza che disegna una traccia imperfetta nell’anima. Sta lì e non si muove più, per tutto il resto della vita. Ci sono odori, profumi che sotterri per trenta o quarant’anni e che improvvisamente ti sorprendono, regalandoti un contatto imprevisto. Una cosa che abbraccia due vite distanti e per un’istante le rende un’unica vita.

Penso a quelle file di biciclette lungo la discesa per il mare e sento come una grinza, nell’anima. (…) Eravamo noi, in quel momento esatto, e non saremmo stati più gli stessi” Chi di noi non ha dei luoghi della memoria? Una casa, un paesaggio, un sentiero, che fanno da sfondo ai nostri tormenti adolescenziali? Chi di noi , in un’estate qualsiasi , non può dire di essere diventato grande?

Nell’estate del 1975 succede a Matteo, un ragazzino di 13 anni con la passione per i fumetti gialli. Matteo trascorre l’estate in una masseria pugliese con i genitori, gli zii e la cugina Valentina, di cui è segretamente innamorato, e i compagni di sempre: Beppe Carella, che faceva disperare la madre perché mangiava in continuazione e Alessandro, un ragazzo dai riccioli neri, bello, “di quelle bellezze inconsapevoli senza vanità”.

Sarà nel corso dell’estate che Matteo, con la sua Leopard nuova di zecca, regalo di compleanno, affronterà il mondo. Un mondo popolato di strane figure nel bosco, segreti, bugie, tradimenti, verità mai rivelate, di quelle che, affrontate da soli, fanno crescere.

E’ un romanzo di formazione quello di Francesco Carofiglio, dolce e malinconico al tempo stesso, quasi come se nei luoghi, in quella distesa di mandorle e ulivi, in quelle corse in bicicletta fino alla spiaggia o dentro grotte abbandonate, si nascondesse un tempo andato, che mai più potrà tornare. Quella tranquillità inconsapevole che i bambini felici portano con sé, frutto di una famiglia serena, lascia posto ai pensieri che vanno affrontati in solitudine, anche se fanno paura.

Sarà così che tra indianate, damigiane di vino rubate e risse, i primi istinti sessuali, la preparazione delle bottiglie di pomodoro tra i racconti e le superstizioni degli adulti, si consolideranno le amicizie tra i nostri e si creerà una linea di demarcazione tra il vecchio, così rassicurante, e il nuovo, l’inesplorato. Un po’ come la foresta, che vista dal mare sembrava una cosa lontana, compatta e scura, un cane nero che corre.

Matteo affronterà davvero quel cane parecchi anni dopo, quando ritornando sui luoghi della sua infanzia, farà pace con i suoi ricordi, con le sue perdite, con la sua solitudine e il senso della mancanza. Perché in fondo basta dare una rispolverata alle cose, perché ridiventino nuove e riacquistino una nuova luce… “Man mano che questa casa ha ripreso a respirare ho cominciato a respirare anche io. (…)

Le cicatrici restano cicatrici e il dolore rimane dolore, ma c’è è lì. E posso guardarlo. Posso pensare che la linea più chiara sulla pelle ancora abbronzata è un segno che non dimenticherò, ma che fa parte del braccio, del corpo e non devo cancellarlo” Perché “Le cose non cambiano, ma cambiano. Lentamente, bisogna dargli il tempo alle cose”

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