Michele Placido contro il bunga-bunga


“Si fanno film - sostiene l’autore di origini lucane - sulla storia passata purchè non disturbi più nessuno. Ma ci manca il coraggio, non sfidiamo il potere e ci accontentiamo di vivacchiare con storie lontane dalla realtà o commediacce".


di Armando Lostaglio pubblicato il 5 giugno 2012

Nel recente numero de ‘L’Espresso’ l’attore e regista Michele Placido, in questo periodo a Parigi per un suo film, denuncia le problematiche che opprimono il cinema italiano, inducendo i maggiori interpreti a cercare fuori dai confini nazionali i canali di produzione delle loro opere. Sotto accusa un sistema che non consente al cinema d’autore di analizzare in chiave critica i fenomeni che hanno riguardato e continuano a condizionare pesantemente le sorti del nostro Paese.

“Si fanno film - sostiene l’autore di origini lucane - sulla storia passata purchè non disturbi più nessuno. Ma ci manca il coraggio, non sfidiamo il potere e ci accontentiamo di vivacchiare con storie lontane dalla realtà o commediacce. Ma un film sul bunga bunga tra dramma e commedia dove si dimostri che la depravazione non sta in quel che si fa nel proprio privato, ma nella trasformazione del privato in pubblico nominando ministri le veline, quello … non trova produttore in patria.”

Come dar torto a Placido, sebbene i nostri autori di livello si affermino in festival internazionali (da Berlino a Cannes). E sovviene un discreto mediometraggio realizzato, durante l’ultimo dei governi Berlusconi, dal regista lucano Gianni Maragno, dal titolo frizzante: “Ballata per bunga bunga e orchestra”. Come tutti i lavori indipendenti e a basso costo, e nonostante la critica locale abbia accolto il lavoro di Maragno, risente di una scarsa visibilità fuori dai nostri confini. Pertanto l’autore, pur di superare le barriere invisibili, al fine di dare risalto al proprio lavoro, ha invitato un compositore di opere liriche e direttore d’orchestra come il maestro Nicola Samale, a collaborare in uno spettacolo itinerante che abbini la proiezione della “Ballata per bunga bunga e orchestra”, con l’esecuzione dell’Opera del Maestro Samale “Fichi d’india”.

Lo studio della sessualità nell’anziano con problemi cognitivi fa da filo conduttore della “Ballata” di Maragno, mediante un sarcasmo ardito e pungente con espliciti riferimenti alla degenerazione culturale della politica italiana. Una satira, ispirata a particolari fatti e personaggi contemporanei, per un pubblico vocato alla dissacrazione di quello strato sociale ed egemone che tutto vuole e nulla concede.

Una elaborazione di acuta natura sordonica sorregge l’impalcatura della farsa “Fichi d’india”, una parodia riprodotta in termini di accurata e originale tecnica compositiva. Ambientata in Sicilia, prende a modelli ispiratori due atti unici che hanno scandito il rinnovamento del repertorio operistico del primo trentennio del Novecento: “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni e “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo.

Il maestro, con riverente sperimentalismo compositivo alla loro struttura drammaturgica, opera una traslazione, un ribaltamento di caratteri dal serio al burlesco ottenendo un provocante atto unico di piacevole visione e di gradevole ascolto. Sulla scena incedono trasognati protagonisti e comparse camuffati, che hanno animato con discutibili azioni la politica italiana degli ultimi anni.

L’opera, provocante e canzonatoria fin dal titolo, richiama le spinose piante che brulicano sul territorio dell’Isola e che possono pungere anche a distanza, quando il vento soffia e stacca le insidiose e sottilissime spine, e non risparmia aculei di sagace ironia verso personaggi che hanno fatto il bello e cattivo tempo nel pittoresco panorama politico del nostro Paese. Così con un parallelo sopraffino ogni pagliaccio dell’opera di Leoncavallo trova un corrispettivo in “Fichi d’India”, nella quale spiccano Salvo Panettòn (erotomane e capocomico), a cui si accompagna Don Berto Rossi (regista), e Bedda (l’Italia) vestita del tricolore; ma non mancano i comprimari, tra i quali spicca Serafino, artista circense che non riesce più a condividere la comunanza di intenti teatrali con il regista e il capocomico. Coraggio e sperimentalismo possono dare l’input verso nuovi linguaggi espressivi. Ma occorre che se ne accorgano anche altrove.

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