Il Ponte sullo Stretto



di Vincenzo Raimondo Greco pubblicato il 23 marzo 2005

Entro il 2012 il ponte sullo Stretto di Messina potrebbe essere una realtà. Le Ferrovie pagheranno un canone annuo di 100 milioni di euro per far passare i treni. Soldi che, per gli ambientalisti, potrebbero essere spesi in modo migliore: 86 nuovi treni da 800 posti per il trasporto regionale; mettere in sicurezza 400 chilometri di linea ferrata; realizzare interventi di elettrificazione, potenziamento o raddoppio dei binari su 50-100 chilometri di linee ferroviarie. Sull’argomento abbiamo raccolto le dichiarazioni del vicepresidente di Italia Nostra, Giuseppe Giliberti.

State intensificando la lotta per bloccare la costruzione del Ponte: manifestazioni, sit-in, raccolta di firme. Nel frattempo, però, è partito il bando internazionale per il Project Management, mentre il prossimo 27 aprile la commissione giudicatrice sceglierà la migliore offerta per la scelta del General Contractor. Sembra proprio tutto pronto.

“Soprattutto ci sono 5 mila miliardi da spendere immediatamente: il vero oggetto del desiderio di tutta questa vicenda. Per il resto penso che, probabilmente, il ponte non si farà mai. E’ stato tecnicamente dimostrato che non è pensabile che si faccia. Noi stiamo cercando di far capire a tutta l’Italia, e quindi non solo alle regioni interessate, Sicilia e Calabria, che è uno spreco enorme di risorse finalizzato soltanto alla spesa in sé; l’opera non ha una giustificazione tecnica, né nel sistema dei trasporti italiani; tutti coloro che cominciano ad interessarsi si rendono conto dell’assurdità di questa opera. Si potrebbero utilizzare gli stessi soldi per mettere a punto un sistema di trasporti via mare che risolva l’intasamento delle autostrade e che aiuti la viabilità quotidianamente collassata da un incidente o dalla neve. Si tratta di agevolare il Sud nel trasporto dei propri prodotti e, soprattutto, di svincolare il sistema delle autostrade da questo peso di traffico intollerabile. Chi vive a Verona o a Bologna ha lo stesso interesse che il ponte non si costruisca di chi abita a Reggio Calabria o a Messina. Non è più un fatto locale.”

I tentacoli della mafia sulla grande torta; è l’allarme che avete lanciato; un pericolo confermato anche dai recenti arresti della DIA.

“Quello che è venuto fuori è più inquietante di quanto si pensava. La mafia non ha interesse ai lavori marginali. Si tratta, infatti, di un discorso molto più preoccupante; di un’ingente capitale che si vuole mettere in moto, non tanto nei lavori di subappalto, ma proprio nella gestione del ponte. Gli arresti effettuati dalla Dia a danni di un’organizzazione mafiosa a carattere internazionale, che aveva progettato di inserirsi negli appalti previsti per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, dimostrano quanto siano reali le preoccupazioni di tutte le realtà che si oppongono da tempo al progetto. I cinque milioni di euro che questi avevano pronti lasciano pensare, infatti, ad un interesse molto rilevante.”

Una Valutazione di impatto Ambientale alquanto lacunosa, un disimpegno governativo nei confronti delle tante opere che hanno bisogno di una messa in sicurezza: sono i punti dolenti e gli elementi di debolezza della proposta. Si può parlare di una modernizzazione monca? “Non credo. L’idea del ponte è stata concepita negli anni 50-60; di moderno, quindi, ha molto poco. Il sistema dei trasporti, ormai, non è più su strada, come si vorrebbe far pensare, ma multi modale: via mare, via aria, via terra.”

Ma l’attraversamento del ponte ridurrebbe i tempi di percorrenza? “Continuare a pensare ai venti minuti risparmiati per raggiungere, via terra, Milano dalla Sicilia significa ridurre tutta la problematica in termini inaccettabili.”

Chi pagherà il ponte? “I contribuenti italiani, non c’è nessun dubbio. Che poi queste somme non saranno nel bilancio dello Stato è un altro discorso però il costo è a carico dei contribuenti; saranno le Ferrovie, le Autostrade o Fintecna, ma tutti soldi nostri.”

Il che significa che non apprendiamo nulla dalla Francia dove il più grande ponte al mondo è stato costruito a totale carico dei privati? “Da noi è tutto il contrario”.

Un elemento da gestire con particolare attenzione è anche la fame di lavoro di tanti disoccupati. In questo contesto i sindacati di categoria potrebbero essere interessati a possibili sbocchi occupazionali a tutto svantaggio della tutela ambientale e sganciarsi dal fronte anti-ponte. C’è un rischio in questo senso? “Credo che i sindacati abbiano raggiunto una grande maturità: il fatto di avere qualche centinaio di addetti al movimento terra non potrà giustificare la perdita, a regime, di posti di lavoro (dal personale dei traghetti ai lavoratori dell’indotto), e poi un meccanismo di rivendicazioni in questo senso è stato ampiamente superato.”

Vincenzo Greco scritto per Oltrenews.it

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