Cento chilometri


Come cacciatori con il loro trofeo, stiamo davanti alla macchina fotografica. Un mese. Ora si è ridotto tutto a due cifre, e suona diverso.


di Antonio Cavallaro pubblicato il 26 gennaio 2005

Ho sempre immaginato la colonnina che segna i cento chilometri a Santiago diversa dalle altre. Sarebbe stata speciale. Vedevo nelle mie fantasie un sentiero di campagna aprirsi su un panorama indefinito e qualcosa lontano imporsi alla mia attenzione, sulla destra. Una macchia di un colore diverso, non gli avrei staccato gli occhi di dosso e negli ultimi metri il mio passo senza tradirlo, sarebbe stato più veloce, mi sarei voltato verso i miei compagni e ci saremmo guardati negli occhi. Qualcosa di celebrativo, con fiori e devozioni, diversa dalle altre nella forma e nella sostanza. E invece è uguale. Alta poco più di un metro e mezzo ha incisa sulla pietra una conchiglia. Ma non è come le altre. Si certo, è vistosamente imbrattata di vernice gialla, la stessa che indica il percorso, e qualcuno più del solito si è soffermato ha lasciare la propria firma, ma non è questo. Tutto lì intorno si è misurato col pellegrino, lo si può leggere nella base in pietra che non ne ha sopportato il peso o nei ciuffi d’erba, ormai sporadici dietro la colonna. Da anni essa si consuma al tocco del pellegrino la cui gioia per un traguardo raggiunto incontra il sollievo per un’attesa che sta per finire, accarezza e segna la pietra. Da qui ogni distanza è più piccola, ogni metro, significativo. Se mi volto all’indietro non li vedo tutti, ma so quanti siano: 670. Seicentosettanta chilometri, metro più metro meno. Come cacciatori con il loro trofeo, stiamo davanti alla macchina fotografica. Un mese. Ora si è ridotto tutto a due cifre, e suona diverso.

Anche stamattina, lasciando Samos, abbiamo inseguito il Cammino attraverso i boschi. I folti rami degli alberi mischiandosi fra loro oscuravano il sole, abbiamo oltrepassato corsi d’acqua camminando su pietre, attenti a non scivolare. Su sentieri mutevoli, sconnessi: ampie discese in cui è facile rimetterci le ginocchia si chiudevano ad imbuto pronte a ripartire, tratti in salita dove mi aiutavo aggrappandomi alle radici degli alberi portate in superficie dal terreno smosso. In alcuni tratti la strada si riempiva completamente di sterco, lasciato dagli animali di ritorno o diretti ai pascoli. Tutta quella merda che io mi preoccupavo di scansare e a cui finivo sempre per arrendermi, segnava anche l’ingresso o l’uscita da piccoli villaggi che la fitta vegetazione aiutava a nascondere, e che io, senza rendermene conto raggiungevo e superavo. Le case erano basse, costruite in pietra con i tetti di paglia come le pallozas di Cebreiro, ognuna accanto aveva la sua stalla e i suoi cani, pronti ad annusare le impronte lasciate sul fango e ad abbaiarci dietro.

Siamo ancora ai 100 chilometri quando giungono due pellegrini, vedendoci celebrare il momento anche loro decidono di fare una fotografia, poi saputo che siamo italiani, loro che sono belgi, tengono a dimostrarci che conoscono la nostra lingua, una manifestazione come un’altra di amicizia.
- Vaffanculo porco Dio stronzo… Roma mafia… parmigiano, pasta spaghetti!
- "Amore", faccio io.
- Amore mafia porco Dio porca madonna…vaffanculo mandolino chitarra pasta spaghetti! Vorrei contraccambiare la cortesia ma non conosco nessun luogo comune sul Belgio. Sono due uomini alti di mezza età, con barbe bianchissime, i vestiti sono consumati ed ha protezione, indossano larghi cappelli, hanno un bastone per mano. Vengono a piedi direttamente da Liegi e per un attimo fanno sentire la nostra impresa piccola piccola. Allargano le braccia e parlano di qualcosa di simile alla pensione quando chiediamo da quanto tempo sono in viaggio. "No problema, vecchio!" Ci diamo appuntamento a Santiago, riprendendo la loro marcia ci salutano con un "allora vaffanculo", li guardiamo sparire dietro la collina poi anche noi riprendiamo a camminare.

Fuori dai boschi la strada si è aperta a tratti più agevoli, sentieri di campagna battuti dai viandanti e pastori dove il sole ha la sua rivincita sugli alberi gettando al suolo la loro ombra. Una curva o un tratto in salita può restituire alla vista la figura di un pellegrino, che lontano continua la sua marcia, io immagino d’essere gia in quel tratto a immaginare il tratto successivo, oramai da giorni, fatti 25 chilometri, soccombo a dolori indefiniti, come strane onde risalgono per il mio corpo, che infrango solo stringendo gli occhi. Il profilo di una chiesa ci viene incontro su un tratto pianeggiante, contro questo paesaggio solitario e verde, è così inusuale da confondere. Non è una chiesa, è una piccolissima cappella costruita con blocchi di pietra, sul tetto all’ombra di un albero sfoglio si erge una croce bianca. La porta è aperta su uno spazio meno grande di una stanza, raggi di luce penetrano le crepe del soffitto illuminando un piccolo altare di marmo bianco, su cui veglia un crocifisso in legno. C’è un forte odore d’animali, entrando nella cappella delle mosche si sono sollevate da un angolo, finito il momento di agitazione sono tornate a posarsi su qualcosa che assomigliano a escrementi di cane. L’altare è ricoperto da biglietti e da qualche fiocco di stoffa, in tanti hanno affidato a questo luogo preghiere e speranze, pezzi di carta strappati da un foglio e poi adagiati sul marmo, ma molti ormai sono finiti a terra sparsi per tutto il pavimento, coperti dalla sporcizia o da terra, calpestati dagli scarponi. Mi pare di poterlo vedere, il vento, entrare dalla porta e spazzare dappertutto, compiendo un naturale processo di selezione delle istanze rivolte al cielo. Anche noi scriviamo un bigliettino, Alessandro assicura il suo con una pietra trovata li dentro, ma non credo che basti. Io ho scritto qualcosa rivolto più a me stesso e agli altri che a Dio, l’ho lasciato all’altare mischiato agli altri, affidando anche questo al destino. Abbiamo atteso un po’ per poter uscire, fermi sulla soglia della porta osservavamo lo sciamare per strada di una mandria di mucche che nervose si affrettavano, diffondendo tutto intorno il tintinnare delle loro campane.

Ma in questi giorni ho potuto notare come anche altri messaggi vengano lasciati dai pellegrini, la strada impotente ne porta le tracce. Centinaia di nomi e parole, scritti con un pennarello o con una semplice penna, riempiono guard rail, cartelli stradali o quelli indicanti la direzione del Cammino. La maggior parte sono messaggi d’amore: universali o personali, con nomi chiusi dentro un cuore o liberi, ma tenuti ben saldi da una congiunzione. Alcuni testimoniano solo l’avvenuto passaggio, mentre altri si rivolgono a quelli che devono essere conoscenti rimasti indietro, nella speranza che vengano letti. Portano tutti delle date piuttosto recenti, non più vecchie del 2001. Se la gran mole di parole è una ulteriore testimonianza del recente boom del Cammino che raggiunge il suo apice in Galizia, lo strano particolare delle date mi porta a pensare che gli amministratori galiziani tutelino il proprio tesoro anche facendo ripulire le strade trascorsi un certo numero di anni; su un cartello stradale c’è scritto: << Il Cammino è la ricchezza più grande che un uomo possa chiedere a Dio>>. Sotto un cavalcavia ho trovato un altro genere di messaggio, accanto ad una freccia gialla su una parete, una croce celtica e la scritta << il pellegrino difende l’Europa>>, sotto c’erano disegnate una mezza luna, una stella di David e il simbolo del dollaro.

Un velo di nebbia si solleva dalle acque dell’invaso di Belesar e insieme alla notte avvolge Portomarin, con discrezione. E’ disturbante solo se si guarda il ponte in metallo che congiunge all’altra sponda, le luci al neon illuminano tratti che sembrano stati inghiottiti. Siamo giunti sfatti, sfiniti, laceri abbiamo faticato persino a lavarci in albergue, dove ormai ci siamo abituati a trovare acqua fredda e sporcizia, siamo in tantissimi, le brande vengono ammassate anche nei corridoi che si riempiono di odori. A cena abbiamo assaggiato finalmente il famoso pulpo galego di cui tanto si parla quando in strada ci prende la fame, eravamo in compagnia di Ana e Cati, pellegrine conosciute attorno ai cento chilometri, e c’era Ace che ha ritrovato gli amici musicisti di cinque anni fa. Con loro il dopocena si è trasformato in una concerto di musica gaelica, presto a noi si sono unite altre persone, abbiamo trascorso delle ore in una sala del ristorante a brindare e suonare.

L’albergue è immerso nel buio e nel silenzio quando vi facciamo ritorno, come sento lontane le sere in cui mi preoccupavo di non fare nessun rumore una volta spente le luci, scrivendo i miei appunti coprendo la luce della torcia con il corpo. Ora se qualcuno mi dovesse muovere un rimprovero gliela farei pagare facendomi offrire un caffé l’indomani. La verità è che mi sento come a casa pur dormendo ogni notte in un posto diverso. Seppur in maniera differente ormai ci conosciamo tutti e questo mi da qualcosa; per strada ci teniamo d’occhio, incontrandoci nei bar o nelle aree di sosta, poi in albergue scambiamo almeno una battuta sulla giornata e su quello che ci aspetta, ed è abbastanza. Ormai so a chi posso scroccare una sigaretta e a chi chiedere le informazioni giuste. Domani faremo 39 chilometri, forzato ossequio alla nostra tabella di marcia, saranno pochissimi fra loro quelli con cui dormiremo sotto lo stesso tetto la sera, ma non importa, sappiamo tutti dove ci ritroveremo.

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