Documento: Voglia di nucleare in Italia


Voglia di nucleare in Italia. La legge Marzano autorizza l’ENEL ad acquisire e a gestire impianti all’estero


di Redazione pubblicato il 21 gennaio 2005

MILANO - Ancora pochi giorni, entro fine mese [gennaio 2005], e l’Italia rientrerà ufficialmente nel nucleare. Proprio così, perché l’Enel, controllata dal ministero del Tesoro, concluderà formalmente per 840 milioni l’acquisto di due terzi della Slovenske Elektrarne, la società di Stato della Slovacchia che tra i suoi impianti ha due centrali atomiche di tecnologia ex sovietica. Un aggiramento del referendum del 1987? Per nulla. È la legge sul riordino del settore energetico dello scorso agosto, meglio conosciuta come «legge Marzano», che consente all’ente di Paolo Scaroni di farlo: «I produttori nazionali di energia elettrica - si legge al comma 42 del primo e unico articolo - possono, eventualmente in compartecipazione con imprese di altri Paesi, svolgere attività di realizzazione e di esercizio di impianti localizzati all’estero, anche al fine di importarne l’energia prodotta». È così che si è ristabilito un principio opposto a uno dei vincoli fissati con il voto popolare di diciotto anni fa, quello che impediva all’Enel di mettere la testa fuori confine per progetti nucleari, e in particolare per il SuperPhoenix francese. Ma in teoria, si fa notare dal ministero delle Attività produttive, nulla osta perché in Italia si torni all’energia di origine nucleare, visto che le altre parti del referendum riguardavano l’eliminazione dei contributi in denaro alle comunità locali che avessero ospitato le centrali e le prerogative del governo.

Nei fatti, anche dopo lo spartiacque dell’87, l’Enel non ha mai abbandonato completamente il nucleare. Tra ingegneri e tecnici conta tra i suoi ranghi ancora un’ottantina di eccellenti esperti. Circa 600 sono alla Sogin, la società pubblica che si occupa dello smantellamento delle centrali dismesse e che fornisce, tra l’altro, l’assistenza tecnica a un impianto nucleare russo nella penisola di Kola. E poi, da un paio d’anni a questa parte, l’Enel ha allacciato stretti contatti con l’Electricité de France (Edf), il colosso elettrico d’Oltralpe che dal 2001 ha in corso un duro confronto politico-finanziario proprio in Italia per il possesso della Edison, il secondo gruppo nazionale nell’elettricità (con centrali a metano) e nel gas. Con i francesi, che producono quasi il 78% dell’energia con l’atomo e hanno in attività 59 impianti, fino a qualche mese fa l’Enel stava per concludere un accordo che prevedeva la possibilità di riacquisire competenze d’avanguardia e, in prospettiva, la partecipazione al progetto Epr, l’«European pressurized reactor», il reattore di terza generazione che sostituirà dal 2015 il parco transalpino.

Ma anche così è difficile sostenere che in Italia sia in atto un tentativo «strisciante» di reintrodurre il nucleare. Per diversi motivi. Roma andrebbe controcorrente: l’Europa non ha programmi specifici in corso e da una decina di anni conosce una stasi di progetti nucleari. L’unica eccezione è stata la Finlandia. E poi: quale comunità locale vorrebbe un sito nucleare? In Francia la scorsa estate tre località si sono contese come se si trattasse di Olimpiadi la decisione Edf di costruire il suo primo Epr sperimentale, e l’ha spuntata tra la rabbia dei concorrenti la normanna Flamanville. Stesso discorso, ancora più delicato, per il sito nazionale che dovrebbe ospitare rifiuti radioattivi. E in questo caso Scanzano docet. Infine: ammettendo di avere a disposizione sito e tecnologie passerebbero almeno 7-8 anni per progettazione, scelta dei fornitori, costruzione e avvio dell’impianto. E saremmo così al 2013-2014, troppo per qualsiasi governo.

L’Italia deve riconsiderare la scelta sull’energia nucleare? La domanda, posta nel voto online sul sito del Corriere della Sera , trova un’ampia maggioranza di favorevoli: oltre il 70 per cento di sì. Un dato che sorprende a diciotto anni di distanza dal referendum popolare dell’87 quando, nei tre quesiti sottoposti, la maggioranza dei voti contro il nucleare variò dal 71 a oltre l’80 per cento.

Articolo di Stefano Agnoli, pubblicato su: www.corriere.it, 21 gennaio 2005.

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