L’imbroglio nucleare


Perché siamo contro il nucleare. Una lotta lunga mezzo secolo.


di Sergej pubblicato il 22 gennaio 2005

Appartengo a una generazione cresciuta con il mito del progresso e del nucleare. La speranza di una energia a basso costo, "facile" e non legata alla finitezza delle risorse tradizionali: il carbone, il petrolio. A scuola, alle elementari, la maestra con il supporto dei sussidiari dell’epoca, ci dicevano di come una nave, grazie a un propulsore nucleare, avrebbe potuto navigare per mesi senza essere costretta a fermarsi per fare rifornimento. C’erano già i primi prototipi statunitensi. E i sommergibili già utilizzavano i motori nucleari per andare sotto i ghiacci del Polo Nord. L’informazione che non veniva detta a scuola dalle nostre maestre distratte era che c’era stata Hiroshima e Nagasaki, e che tutto il mondo viveva nel terrore della Guerra Fredda, con i missili nucleari pronti a partire e a distruggere tutto. Le potenze nucleari facevano gli "esperimenti" a cielo aperto, con le ricadute radioattive su tutto il globo. Negli anni Cinquanta gli americani sperimentavano sulle popolazioni civili rilasciando dosi di materiale radioattivo nell’acqua: ma questo l’avremmo saputo solo negli anni Novanta quando sarebbero stati desecretati i soliti "documenti segreti" di CIA e FBI.

Alla fine degli anni Sessanta il movimento pacifista era antinucleare, contro l’impiego del nucleare negli armamenti. Le potenze nucleari cominciavano a nascondere lo sviluppo delle loro armi facendo diventare gli esperimenti "sotterranei". Sudafrica e Israele iniziavano i loro programmi nucleari ma senza dirlo in giro. Insomma, la faccedna nucleare cominciava a essere vista come una faccenda sporca. Sui libri di scuola spuntava Nagasaki e Hiroshima, si cominciavano a vedere le foto di quegli orrori.

L’infatuazione industrialista nei confronti dell’uso civile dell’energia nuclare domina per tutti gli anni Sessanta e Settanta. Noi, negli anni Settanta, eravamo contro il nucleare civile perché:

- la tecnologia ingegneristica non era sicura;

- era un’energia troppo costosa. Pensavamo si dovessero impiegare meglio risorse e tempo per lo sviluppo di energie alternative e riciclabili;

- era una tecnologia militare, che presupponeva una militarizzazione dei territori: per controllare e rendere sicure le centrali i territori dovevano essere sorvegliati giorno e notte;

- c’era il problema delle scorie. Già sapevamo, e lo dicevamo: non esistono sistemi per rendere sicure le scorie nucleari, per garantire la sicurezza dei siti nei millenni che ci vogliono perché le scorie la smettano di uccidere.

L’Italia intanto si dotava delle prime centrali sperimentali. C’era da una parte la voglia di restare al "passo con i tempi", far vedere che il paese era industriale e "evoluto". Fanfani e le autostrade. Il dibattito a sinistra era diviso tra chi vedeva il nucleare come progresso, parte del mito industrialista. Felice Ippoliti era uno di questi. Altri cominciavano a fare discorsi diversi, che sarebbero presto confluiti nelle istanze ecologiste e ambientaliste. Marcello Cini, il gruppo di scienziati attivi attorno alla rivista "Sapere".

La crisi energetica petrolifera della metà degli annni Settanta diede l’alibi ai governi centrali di imporre il nucleare. L’Italia cominciò a produrre energia nucleare, i piani prevedevano una sempre maggiore quota di energia prodotta con questo sistema. Noi dicevamo:

- l’Italia non ha miniere di uranio. Il nucleare non elimina la dipendenza del nostro paese dall’estero. Anzi.

- costruire centrali nucleari è troppo costoso. Sono cattedrali nel deserto, instabili dal punto di vista tecnologico. Le risorse destinate a queste centrali potrebbero essere destinate meglio per migliorare le tecnologie d’uso dell’energia: motori più efficenti, mezzi di trasmissione dell’energia che non perdano per strada il 50% dell’energia elettrica immessa.

Quando si è verificato il collasso a Chernobyl nessuno in Italia poteva dire: questa cosa non lo sapevamo, nessuno ci avevama mai detto che il nucleare è questo. L’attività del movimento antinuclarista è stata continua per tutti gli anni Settanta e Ottanta, anche contro l’indifferenza di dirigenti della sinistra di allora. No nukes era un impegno categorico. Un film come "The day after" aveva messo davanti agli occhi di tutti l’incubo di una generazione che viveva nel terrore atomico.

Dopo Chernobyl, immense regioni europee contaminate. Le radiazioni che sono arrivate fino a noi ("non mangiate verdura fresca, è contaminata!"). Un referendum che abbiamo voluto, in cui ci siamo impegnati e che abbiamo vinto.

Poi, dopo un periodo di silenzio, i nuclearisti sono ripartiti. Gli USA avevano scelto di non costruire più centrali nucleari nei loro territori, ma le loro multinazionali continuano a costruirne fuori gli USA. In Italia esiste una lobby nuclearista interessata ai profitti che portano la costruzione di centrali nucleari, una lobby che fa il suo lavoro al di là delle ideologie. Che trova sempre qualche scienziato disposto ad assicurare che le "nuove" centrali sono sicure: Regge, la rivista "Le Scienze". In realtà sul nucleare c’è davvero poco di nuovo:

- dal punto di vista ingegneristico sono stati fatti pochi progressi, e in ogni caso nessuno in Italia, paese che non ha brevetti ingegneristici nel settore: chi ci guadagna nell’imporre una tecnologia come il nucleare sono i detentori dei brevetti che rimangono multinazionali private estere;

- nessuno ha risolto il problema delle scorie;

- il nucleare continua a essere molto costoso, e poco efficente dal punto di vista termodinamico. Costruire una centrale nucleare costa 10 volte più di una centrale tradizionale, e la sua resa termodinamica è risibile dato che non abbiamo sistemi per convertire direttamente energia nucleare in energia elettrica, ma tutto passa attraverso la dispersione termica (il riscaldamento di acqua);

- costruire una centrale nucleare significa impiegare ingenti risorse finanziarie, e vedere la prima energia prodotta dopo almeno 10-15 anni. Tanto ci vuole per costruire una centrale nucleare. Chi vuole affrontare i problemi dell’energia, che sono quelli di oggi, non vedrà energia proveniente da queste centrali se non dopo almeno dieci anni (se va bene);

- nessuno ha ancora risolto il problema di come smantellare una centrale nucleare una volta che essa ha esaurito la sua vita. Una centrale nucleare "dura" una ventina di anni: e dopo? Dopo sappiamo solo che occorrono 10 anni altri per raffreddare il nocciolo. Dopodiché occorrebbe trovare il sistema di stoccare le tonnellate di acciaio e cemento radiottivi: con quali soldi? dove? in che modo?

- continuiamo a non avere miniere di uranio; saremo soggetti al "mercato" così come avviene ora per il petrolio;

- con i problemi di instabilità politica, una centrale nucleare è la prima cosa che un "terrorista" vorrebbe far saltare in aria. Questo significa che per proteggere una centrale nucleare occorre mettere in campo ulteriori costi e risorse senza la sicurezza di riuscire a farlo davvero;

- si continua a pensare lo sviluppo in termini anacronistici: nell’era della miniaturizzazione e dell’elettronica, ancora vogliamo andare appresso alle cattedrali nel deserto?

- perché non si vuole investire nell’energia riciclabile e alternativa? Perché nessuno ascolta Rubbia?

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