I veleni di Lula


Lula conta meno di 2.000 abitanti; è un paesino in cui si entra con difficoltà, è così piccolo che un colpo di fucile rimbomba da una punta all’altra dell’abitato.


di pietro g. serra pubblicato il 22 luglio 2009

Per leggere L’inconveniente di Laura Manfredi, bisogna dimenticare Pennac. Se esiste un dovere di leggere, questo è il caso di aggrapparsi mani e piedi a questo dovere.

Per uno come me, che ha fatto politica, e che vuole tornare a fare politica, questo è un dovere ancora più forte, perché il libro racconta la storia di una sconfitta, quella dello Stato. Le esperienze (in questo testo cercherò di non usare aggettivi) dell’autrice, poi, mi riportano alla mente la storia di una ragazzina, una mia alunna al Liceo Cannizzaro di Palermo, figlia di un detenuto in 41 bis, alla quale i colleghi spiegavano il valore della legalità. Peccato che lei fosse stata sbalzata dal motorino sul quale viaggiava, (riportando lesioni gravissime), scaraventata in una scarpata e recuperata al mattino, dopo una notte di atroci sofferenze, in condizioni disperate. Del criminale che rischiato di portarle via la vita, non si è saputo mai nulla. Questa ragazza dello Stato aveva sperimentato i due aspetti peggiori: la durezza e l’inefficenza. Qualcuno avrebbe dovuto spiegarglielo e qualche altro avrebbe dovuto chiederle scusa.

Lula conta meno di 2.000 abitanti; è un paesino in cui si entra con difficoltà, è così piccolo che un colpo di fucile rimbomba da una punta all’altra dell’abitato. Eppure l’omicidio di Luisa Manfredi rimane impunito, come sono rimasti impuniti tanti altri reati, meno gravi ma egualmente pericolosi.

Occorre che si gridi allo scandalo, che si chieda giustizia a furor di popolo, che si rovesci sottosopra questo paese fin quando non spunti il colpevole. E anche se fosse troppo tardi, questa cosa va fatta ugualmente. Occorre che ognuno senta vergogna per quello che non ha fatto, occorre che lo Stato intervenga con pugno di ferro suoi suoi rappresentanti, se non vuole portare il peso di questa infamante incapacità a garantire i diritti della persona.

Ciò detto: Laura Manfredi scrive un’inutile filippica contro Maddalena Calìa, filippica che non manca tuttavia di qualche importante elemento di interesse, del quale tratteremo in seguito. Filippica inutile, perché il popolo di Lula ha espresso un giudizio inappellabile sulla sua Amministrazione, con il voto, come avviene in democrazia.

Avevo proposto a Maddalena Calia – che per me resta donna di particolare coraggio – quando aveva vinto le lezioni, un sito in Internet, aperto a tutti, sul quale riversare non solo le iniziative del Consiglio e della Giunta, ma anche tutti gli interventi, le opinioni, le critiche che da ogni parte sarebbero arrivati, vista la notorietà alla quale era approdata Lula.

Portare Lula nel mondo, l’unico modo per liberarla da se stessa.

Così come avevo proposto ad Elvira Calìa di portare un mazzo di fiori alla neo-sindaco. Le vie della nonviolenza sono difficili da percorrere, e non mi meraviglia che l’una e l’altra abbiano rifiutato le proposte.

Nessuna meraviglia dunque se Lula è rimasta identica a se stessa: un paese in cui le persone di buona volontà sono costrette a convivere, obtorto collo, con ciò che definirei la feccia dell’umanità, condividendo, per fortuna a volte soltanto geograficamente, un substrato culturale di evidente connotazione criminale.

In questo senso il libro è interessantissimo, e non perché ci porta a concludere, come vorrebbe la Manfredi, che il l’omicidio di Luisa sia frutto dell’atmosfera creatasi a causa dell’amministrazione Calìa. Anzi, la Calìa, rispetto ai giovani di Lula, ha avuto il merito di farli sentire a pieno titolo cittadini italiani, gente normale, non balenti che se ne fregano dello Stato.

Ma perché, attraverso le intercettazioni, ci presenta Lula come è. E dobbiamo ragionevolmente credere che la gente non si imbarbarisce in un giorno, che i nostri comportamenti hanno origine remote, e che la gente non manifesta i suoi istinti peggiori perché c’è un sindaco giallo anziché un sindaco viola. La tesi, tutta politica, della Manfredi, non regge. Su Maddalena Calia, sui suoi limiti e sui suoi errori si può discutere, ma non nei termini proposti dalla Manfredi. Sulla composizione della Giunta si può discutere, anche se sono convinto che, prendendo a parametro di valutazione la qualità degli amministratori, Lula non sia rara avis.

Ora seguiamo le intercettazioni proposte dalla Manfredi e lasciamo che ognuno si faccia un’idea di quel microcosmo che è Lula:

1)Ambiente Un amministratore: … se mettono fuoco al terreno comunale ci fanno un favore. 2) Licenze edilizie … se non si include nella zona artigianale, non si può fare un cazzo lì, noi gli abbiamo detto di andare avanti abusivamente che cazzo vuoi. Ieri sera aravamo riuniti fino a tardi... proprio per questa storia, perché noi siamo entrati al comune mettendo il lavoro al primo posto e lui sarebbe costretto a licenziare, perciò gli abbiamo detto di andare avanti abusivamente come ha fatto anche xxx

3) Senso civico Ognuno si dovrebbe risolvere i propri problermi da solo... non capisco come mai c’è gente chew si è foiccata in mezzo quando la cosa non li riguarda minimamente... in paese non c’era così tanta tensione neppure quando c’erano gli omicidi... semmai c’era solo fra le famiglie, fra di loro, ma la gente era tranquilla..

4) Leggi di Mercato … tanto c’è il mercato nero, Lula ne è piena, circolano anche un paio di Kalashnikov... che tutto sommato il mercato nero è più conveniente anche se è molto più caro... 5) Buone maniere ...è ora di finirla, dobbiamo ucciderli tutti, comunque lei lavora per i servizi segreti... Può lavorare per chi cazzo glipare, vuole ammazzata come un cane. 6) Progetti di innamorati
- Perché non...
- Lo so, te l’ho detto cosa bisognerebbe fare...
- E allora perché non lo facciamo?
- ...basta accendere un piccolo fuoco e andarsene... pensano subito a... e gli spezzano subito le gambe, non gli basterà il tempo di preparasi la valigia...

Quanti gioelli siamo costretti a censuare per non annoiare il lettore! Né lo annoieremo con le pippe sulla legalità che la Manfredi vorrebbe propinarci. Tedieremo invece il lettore con altre poche e brevi riflessioni. La prima è questa: nel libro non si fa cenno al fatto che Matteo Boe, in carcere, ha appreso dell’omicidio della figlia dalla Tv. Lo ricordiamo perché troppo spesso si dimentica che i detenuti sono esserei umani e queste forme di amnesie sono un problema politico.

L’altra riflessione non è nostra, nel senso che è espressione di di un’antica saggezza popolare, di quella parte onesta di Lula con la quale abbiamo il dovere di essere solidali: Luisa non è morta per una stronzata, per l’amore deluso di un ragazzino. Luisa è il capro espiatorio di una follia generale, vittima innocente di questo schifo. Condividiamo in pieno queste parole; anzi diremo di più: qualunque sia il movente che sta alla base del delitto di Luisa Manfredi, chiunque sia l’assassino, è solo questo ambientino lulese che gli ha fornito forza e ragioni.

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