"Montanelli e il cavaliere". L’ultimo libro di Marco Travaglio

mercoledì 2 giugno 2004, di Luca Salici

Il ventisette Maggio, presso la libreria catanese Cavallotto, Marco Travaglio ha presentato il suo ultimo libro "Montanelli e il cavaliere". Un libro biografico che racconta la storia di un grande e di un piccolo uomo.

Il ventisette Maggio, presso la libreria catanese Cavallotto, Marco Travaglio ha presentato il suo ultimo libro "Montanelli e il cavaliere", edito da Garzanti. L’incontro, organizzato dai girotondi catanesi e moderato dal giornalista Paolo Casicci (del Giornale di Sicilia) e con gli interventi dell’avv.Colonna (del foro di Messina), si prefiggeva inoltre di analizzare la questione "stampa e censura in Italia".

Il libro. Montanelli e il cavaliere; un’opera che vuole descrivere realisticamente attraverso citazioni, atti e documenti, la figura di uno dei maggiori esponenti del giornalismo italiano: "Di Montanelli - spiega Travaglio - sono state scritte biografie che lo hanno dipinto in maniera diversa da come era, da autori che possiamo definire cerchiobottisti o più semplicemente paraculi". Travaglio non vuole interpretare Montanelli, ma vuole descriverlo per quello che è stato realmente, analizzando la storia dell’ultimo decennio caratterizzato da diversi tentativi di oscurare la migliore firma giornalistica nel panorama italiano. Il libro racconta il rapporto di Montanelli con il cavaliere Berlusconi; un rapporto professionale fatto di alti e bassi, soprattutto di bassi.

Montanelli e il Cavaliere. Il loro rapporto professionale inizia negli anni 70. Si conoscono in una circostanza insolita: Berlusconi va a trovare all’ospedale Montanelli, da poco gambizzato dalle BR, e gli si propone come editore, viste le condizioni economiche precarie de "Il Giornale". "Si accostò al letto questo ometto - racconta Travaglio, citando Montanelli - che senza presentarsi, cominciò a piangere a dirotto. "Può bastare - dopo un po’ gli disse Montanelli - mi dica cosa desidera". Il non ancora cavaliere gli dimostrò tutta la sua sofferenza e tristezza per ciò che gli era accaduto, poi gli chiese di essere il suo editore". Montanelli, viste le condizioni economiche non felicissime del quotidiano da lui gestito, accettò, ma alla sola ovvia eccezione che Berlusconi non mettesse il naso nel suo lavoro, limitarsi ad essere solo editore. Berlusconi era disponibile a mettere per iscritto che il proprietario e direttore sarebbe rimasto Montanelli; ma quest’ultimo gli rispose che non era obbligatorio, "mi basta la sua parola di uomo". "Tanto, se scritta o orale - aggiunge Travaglio - non avrebbe mantenuto comunque la promessa".

Dopo questo accordo Berlusconi cominciò a costruire a piccoli pezzi il suo impero mediatico; acquistò televisioni commerciali, case editrici, giornali, ma anche parrucchieri e centri estetici (come ricordato ironicamente nel libro di Travaglio "L’odore dei soldi"). Bettino Craxi diventa il suo padrino e protettore politico. "Nel 1983 - racconta l’autore, basandosi su intercettazioni telefoniche di dominio pubblico - Craxi, appena nominato presidente del consiglio, chiama infuriato Berlusconi perche il suo giornale lo aveva deriso (Montanelli gli diede del "guappo di cartone"); Berlusconi promette licenziamenti e lavate di capo ai responsabili. Ma non farà niente di tutto questo. Si limiterà a chiamare il vicedirettore del Giornale e gli dirà semplicemente di avere un occhio di riguardo per colui che - testualmente secondo Travaglio - gli deve fare le leggi sulla tv. Ma non dirlo ad Indro…"

"Nel 93 - spiega Travaglio - in seguito alla fuga di Craxi in territorio tunisino, Berlusconi perde il suo padrino, capisce che per sistemare le proprie "cose" deve scendere in politica in prima persona, fonda il partito liberal-democratico Forza Italia". In quell’anno convoca i giornalisti alle sue dipendenze e spiega il progetto che ha in mente. Montanelli non lo condivide e non vuole aiutarlo in questa sua esperienza politica. È spaccatura. "Ma come può allora Berlusconi, politico liberale, licenziare in tronco Montanelli? - racconta Travaglio - Non lo fa; tuttavia inizia un terrorismo mediatico alla figura di Montanelli nelle TV del cavaliere, protagonisti assoluti Fede e Sgarbi. Inoltre vengono tagliati i finanziamenti editoriali al Giornale, ciò per mettere alle strette Montanelli, che nel gennaio del ’94 rassegna le dimissioni e fonda "La Voce" con una cinquantina di giornalisti, tra cui me. In quel periodo tutta l’opinione pubblica era scossa per ciò che stava accadendo alla redazione del Giornale. Molti attestati di solidarietà - spiega Travaglio - arrivarono a Montanelli e alla redazione tutta. Ma era ipocrisia, quando Montanelli fu portato al licenziamento nessuno effettivamente ci dimostrò tutta questa solidarietà. Montanelli fu etichettato come comunista, mentre era molto più liberale del cavaliere.

"Qualche giorno dopo Montanelli cominciò a parlare di Regime per la situazione che si stava delineando in Italia. Fu preso per pazzo, - racconta il giornalista - ma fu l’unico a capire a cosa stava andando incontro lo stato italiano: un presidente del consiglio che controlla l’informazione, mentre in un paese normale dovrebbe essere l’inverso".

Dopo la breve esperienza al potere, il governo Berlusconi cade e fa spazio al centro-sinistra. Montanelli finisce di attaccare il cavaliere. In un incontro privato, cerca di dissuadere il cavaliere dalla nuova entrata in politica. "Ma il cavaliere non può uscirne - spiega Travaglio - sarebbe rovinato dai processi a suo carico"

Nel 2000 Montanelli ritorna a parlare pesantemente di Regime; in quel periodo si assiste ad un tipo di censura mai vista in Italia. Una censura fissa, regolare. Vengono appuntati i nomi di Luttazzi (dopo la famosissima intervista proprio a Marco Travaglio - ndr), di Santoro, Biagi. Quando il centrodestra salirà nuovamente al potere - afferma Travaglio - loro tre saranno i primi ad essere "censurati", oltre ai soliti noti Grillo, Rossi e ultimamente la Guzzanti.

Citazioni di Montanelli raccolte dal libro.
«Il regime si realizzerà dopo la vittoria del Polo. La prima cosa che farà Berlusconi sarà di spazzare via l’attuale dirigenza Rai per omologarne le tre reti a quelle sue.» (27 febbraio 2000)

«Berlusconi è il più grande piazzista del mondo. Se un giorno si mettesse a produrre vasi da notte, farebbe scappare la voglia di urinare a tutt’Italia.» (15 febbraio 2001)

«Questa non è la destra, questo è il manganello. Gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello.» (17 marzo 2001)

«Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice. Ha l’allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne. "Chiagne e fotte", dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni.» (25 marzo 2001)

«L’Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni.» (26 marzo 2001).

«Spero che l’Europa tratti Berlusconi con l’indignazione e il disprezzo che merita.» (8 maggio 2001).

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