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ll Movimento delle Agende Rosse di Torino: ieri e oggi

Una chiacchierata con Carmen Duca, coordinatrice della sezione ‘Paolo Borsellino’ di Torino del Movimento delle Agende Rosse.
di francoplat - mercoledì 25 novembre 2020 - 1371 letture

Carmen, presentati.
 Mi chiamo Carmen Duca, sono nata a Torino da genitori emigrati dalla Puglia alla fine degli anni Sessanta. Papà era falegname, mamma una sartina. Una vita di sacrifici, di amore, non solo verso la famiglia ma anche verso i più importanti valori che dovrebbero caratterizzare un individuo. Valori che mi hanno trasmesso. Ho una famiglia che adoro, tre figli, e lavoro nel settore informatico presso un’azienda che si occupa di business information. Dal 2009 faccio parte del Movimento delle Agende Rosse – sezione torinese – di cui sono anche coordinatrice.

Potresti dirci in poche parole cosa sono le Agende Rosse?
 Il Movimento Agende Rosse è formato da cittadini che operano affinché sia fatta piena luce sulla strage di Via D’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992 nella quale furono uccisi il Magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Polizia Emanuela Loi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina e Vincenzo Li Muli. Il Movimento nasce su impulso di Salvatore Borsellino il quale il 15 luglio 2007 scrive la lettera intitolata “19 luglio 1992: una strage di Stato” nella quale afferma che la ragione principale della morte del fratello Paolo è da ricercarsi nell’accordo di non belligeranza stabilito tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra in seguito ad una trattativa fondata sul tritolo delle stragi in Sicilia del 1992 ed in continente del 1993. Salvatore Borsellino chiede di avere delle risposte sulle omissioni delle più elementari misure di sicurezza in via D’Amelio il giorno della strage e di sforzare la memoria ad alcuni rappresentanti delle istituzioni che incontrarono Paolo Borsellino nelle sue ultime settimane di vita e che pertanto conoscono elementi fondamentali per ricostruire lo scenario in cui maturò l’accelerazione della fase esecutiva dell’eccidio.

Quale aspetto del Movimento delle Agende rosse ti ha convinta a entrare al suo interno?
 Per me è stato un coinvolgimento naturale. Non voglio dire che sia nata prima io come attivista e poi il Movimento, ma quando nel gennaio 2009 raggiunsi piazza Farnese ed incontrai Salvatore Borsellino per sostenere Luigi De Magistris (allora magistrato, a cui avevano avocato le inchieste quando le sue indagini si erano spinte “oltre” ed avevano toccato i file della politica) il Movimento non era ancora nato. Fu proprio in quella piazza che Salvatore parlò di trattativa, di agenda rossa e della sua sparizione e invitò i cittadini ad andare a Palermo il 19 luglio dello stesso anno per impedire ai politici di solcare via D’Amelio per depositare le loro “corone di Stato” per quella che fu una Strage di Stato.

Com’è cambiato il tuo modo di guardare alla realtà italiana (politica, sociale, culturale ecc.) da quando sei entrata nelle Agende Rosse?
 Eh…quanto tempo abbiamo? Per essere breve potrei semplificare dicendo che non tutto ciò che leggiamo o che ci fanno intendere corrisponde al vero. Che occorre sempre porsi delle domande per legare nomi, cognomi, fini e soprattutto secondi fini. Si impara che ci sono nomi ricorrenti che nascondono segreti indicibili e che hanno segnato profondamente il percorso politico e culturale della nostra Nazione. Le Agende Rosse ti insegnano a porti domande, ad approfondire e a scoprire. Purtroppo spesso ci si scontra con una realtà dei fatti che ci sconvolge, ma è un esercizio che va fatto se si vuole percorrere la strada della Verità.

Carmen, da quando il Movimento delle Agende Rosse è nato, nel 2007, cosa è cambiato nel suo modo di portare avanti l’impegno civile di Salvatore Borsellino?
 Il Movimento, nato sulle basi delle richieste di Verità e Giustizia per le stragi del ’92-’93, è cresciuto su tutto il territorio nazionale, coinvolgendo un gran numero di attivisti. Alcuni sono più attivi sul fronte dei processi, altri seguono le vicende delle vittime di mafia legate al periodo stragista e comunque alle commistioni tra mafia e apparati deviati dello Stato, altri ancora portano avanti progetti nelle scuole di ogni ordine e grado per diffondere la cultura delle legalità.

Qual è stato, a tuo parere, il successo maggiore del Movimento?
 Indubbiamente il coraggio di un fratello, Salvatore Borsellino, accusato di essere un pazzo visionario, che con le sue denunce ed il coinvolgimento della società civile in questo percorso intrapreso con le Agende Rosse, è riuscito a far accendere i riflettori sulle vicende di cui sopra. E l’accensione dei riflettori non è solamente un’espressione metaforica, ma fa riferimento al percorso giudiziario che si è aperto nel 2012 e si è concluso nella primavera del 2018 con la condanna in primo grado non solo di mafiosi come Bagarella, ma anche di uomini del Ros – Mori e De Donno – e politici – Marcello Dell’Utri.

E quale, invece, il maggior fallimento?
 Un qualcosa che è “Movimento” credo possa subire alcune trasformazioni fisiologiche, non vedo alcun fallimento al momento. Nel corso degli anni si è avuto qualche tentativo di sposare le nostre battaglie per mero fine elettorale da parte di alcuni, ma grazie al nostro essere fermamente liberi e scevri da ogni logica politica, ogni tentativo è stato ben presto isolato e sopito.

Perché, a tuo parere, il fronte dell’associazionismo, che ci si aspetterebbe compatto nella lotta comune al fenomeno mafioso, è così diviso?
 E’ una domanda che mi sono posta più volte anche io, perché ci si aspetterebbe l’aggregazione di tutte le forze “buone” del Paese per combattere questo cancro insidioso che è la mafia. Mi sto convincendo, con il passare del tempo, che questo potrebbe accadere in un mondo ideale, non nel nostro. I motivi li ignoro, posso fare solo delle supposizioni. Potrebbe essere per puro personalismo, oppure perché l’associazione si è nel frattempo fatta istituzione e non gode più di quella libertà che dovrebbe caratterizzare una associazione antimafia. Diversamente non me lo spiego, è logicamente inconcepibile.

Il Movimento è Salvatore Borsellino oppure, secondo te, il suo fondatore è riuscito a creare un gruppo di sostenitori di quel messaggio civile capaci di muoversi autonomamente, di emanciparsi dal suo carisma?
 Al momento sono convinta sia Salvatore Borsellino, un domani potrebbe cambiare pelle, potrebbe rientrare nella naturale evoluzione delle cose, ma, ripeto, ad oggi nonostante ci si muova in autonomia, mi sento di dire che il movimento è Salvatore.

Quali sono le attività che la sezione torinese porta avanti? Qual è il contributo del vostro gruppo alla battaglia che da anni porta avanti Salvatore Borsellino?
 Il nostro gruppo è nato in concomitanza con il movimento, con una spontaneità ed un affiatamento che lo hanno aiutato a lottare, crescere e lavorare con passione ed entusiasmo. Oltre alle battaglie portate avanti per sostenere i magistrati che a Palermo seguivano il processo Trattativa con convegni, sit-in e manifestazioni, abbiamo intrapreso anche un percorso nelle scuole di ogni ordine e grado. Si tratta di un progetto calibrato in base all’età degli studenti, volto a far conoscere dinamiche legate al malaffare, nomi e cognomi di vittime di mafia e le loro storie, finendo poi con l’affrontare il tema del bullismo. Ogni nostro percorso si conclude con un incontro finale che prevede l’incontro di Salvatore Borsellino con gli studenti, oppure di un familiare di vittima di mafia. Da qualche anno abbiamo iniziato una collaborazione con il liceo Cottini di Torino che, dopo averci aperto le porte (cosa non scontata), si è offerto di essere il nostro Presidio in città. Presso il Liceo abbiamo organizzato convegni, mostre e stiamo allestendo una biblioteca “a tema” per consentire ai ragazzi di leggere e documentarsi. Al momento abbiamo in sospeso un corso di formazione con i docenti che riprenderà quando l’emergenza Covid sarà conclusa.

Avete mai l’impressione di combattere contro i mulini a vento?
 Sì, spesso, ma continuiamo imperterriti.

Qual è la risposta della società civile alle vostre battaglie? Sentite la vicinanza dei cittadini oppure percepite questi ultimi come distanti, disaffezionati al tema a voi caro?
 Credo che riguardo questo tema occorre fare dei distinguo. Ci sono cittadini a cui il tema “mafie” interessa da sempre, a prescindere dal momento storico o dalle notizie che ci forniscono i media, e che ci seguono costantemente. Altri invece sono spinti da ciò che si legge sui giornali o da eventuali notizie di cronaca che gravitano attorno a questo tema e che si avvicinano alle nostre battaglie a seconda del periodo. Dal 2009 al 2015 credo si sia registrato il più alto numero di adesioni e di partecipazione ai nostri convegni e alle nostre iniziative ed è stato un bene perché c’era davvero la necessità di far conoscere ciò che accadeva a Palermo e credo che in questo Salvatore Borsellino ed il Movimento sia riuscito nel suo intento. Ora abbiamo altri temi da far conoscere, temi sconosciuti ma che potrebbero scoperchiare un vaso al cui interno si nascondono trame ed intrighi che partono da una piccola cittadina della Sicilia e che coinvolgono l’Italia intera. Ma non voglio spoilerare.

In Italia esiste una specie di culto dell’eroe, coltiviamo eroi che lasciamo poi soli nella lotta contro la violenza mafiosa (Falcone, Borsellino, ma anche Dalla Chiesa, per fare degli esempi). Dal tuo osservatorio, si intravede qualche speranza circa la nascita di un movimento, per così dire, di popolo? Una reazione ampia e allargata contro gli abusi e il dominio delle organizzazioni mafiose colluse con alcuni apparati dello Stato?
 Avevo questa speranza qualche anno fa, purtroppo ho capito che non solo sia improbabile, ma temo, al momento, impossibile. Continuerò a coltivare questo sogno, nella speranza che un domani, i giovani di oggi possano da adulti essere migliori di noi e cambiare il corso delle cose.

Se un giorno, nuove evidenze giudiziarie e una rilettura storica complessiva di questo periodo ipotizzassero che la trattativa Stato-mafia non sia stata la questione centrale alla base dei drammi italiani di questi decenni, riterresti fallimentare il tuo attivismo civico?
 Non vorrei peccare di presunzione ma dubito questo accada. Nel malaugurato caso questo succedesse, penso che ogni cosa fatta con il cuore, sia un qualcosa di profondamente giusto, mai un fallimento.

Grazie, Carmen.


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