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Che Guevara

Senza perdere la tenerezza.Vita e morte di Ernesto Che Guevara,un libro da leggere e rileggere

di Pina La Villa - mercoledì 10 marzo 2004 - 6286 letture

6 marzo 2004

Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 1997

Il Che all’inizio è solo un ragazzo intelligente e di buona famiglia, amato e coccolato dalla madre e dalla zia. Unica nota caratteristica: soffre di asma. Per questo legge tanto e all’inizio non va neanche a scuola e viene istruito dalla madre. Appena si laurea - in medicina, facoltà scelta dopo aver assistito alla malattia e all’agonia della nonna - parte, vuole viaggiare, conoscere l’America. E nelle sue lettere ai familiari durante i viaggi, anche quando sta per sposarsi, l’argomento è sempre lo stesso: il viaggio, Parigi, l’Europa dell’est...Si guadagna da vivere facendo fotografie e lavora come ricercatore in un ospedale.

Ma a Città del Messico conosce alcuni esuli cubani, fra cui Raùl, il fratello di Fidel Castro. Il colpo di stato di Batista, la decisione di Fidel di invadere Cuba. Una impresa che definire velleitaria è un eufemismo. Partono in ottanta su uno yaght sgangherato, li aspetta un esercito di 35.000 uomini.

La nave arriva per miracolo, la prima imboscata li decima, ma man mano che i sopravvissuti avanzano, cercando di ripararsi e riorganizzarsi, l’esercito aumenta.

Nel racconto di Taibo II questo racconto è un’epopea. Scandita da brani del diario del Che, la storia viene raccontata nei minimi dettagli, da quelli "edificanti" a quelli che lo sono meno. Dettagli, racconti dei testimoni, brevi ma precisi interventi di collegamento dello scrittore: Taibo ha insegnato storia all’università e forse ha capito soprattutto questo: la storia va raccontata, non spiegata. Un grande libro, da leggere e rileggere.

Il Che comincia , nel ’55, a studiare dattilografia: "Adesso lotto con più vigore davanti al marchingegno, e quasi senza guardare la tastiera; quando lo avrò dominato imparerò a ricamare" .

La marcia è lunga e pesante, nella Sierra Maestra. Man mano che avanzano e il tempo passa - almeno un anno, il 1957 - nei luoghi in cui il plotone di Guevara si ferma, sempre più numeroso, il Che istruisce i giovani volontari, e costruisce scuole, ospedali, forni. Dà vita a un giornale e a una radio, Radio Rebelde. E non perde, malgrado le incazzature, la sua ironia. A La Mesa era in funzione una scuola, vi insegnavano i ribelli. Uno di loro aveva scritto al Che una lettera pomposa in cui diceva che gli mancavano gli strumenti per fare lezione. Il Che gli risponde : "Ho ricevuto con giubilo la missiva in cui lamenti di non disporre degli strumenti pertinenti per sviluppare il tuo compito pedagogico nella satrapia che ti è stata assegnata dalla rivoluzione. I puerili soggetti della tua attenzione accademica si dovranno arrangiare con il tuo ingegno, dato che non dispongo delle armi di cultura che reclami. Colgo l’occasione per comunicarti che la prossima volta che fai camminare un uomo per dieci ore per dirmi una simile sfilza di stupidaggini, mando qualcuno a tagliarti i coglioni. Assimilato? Il tuo incazzato comandante. Che."

8 marzo 2004

Raffaele De Berti, Dallo schermo alla carta. Romanzi, fotoromanzi, rotocalchi cinematografici: il film e i suoi paratesti, Vita e pensiero, 2000

Interessante ricerca sui rapporti fra il cinema e altri generi "popolari"fra gli anni trenta e gli anni cinquanta. E’ il caso soprattutto della nascita del fotoromanzo, fenomeno tutto italiano come il neorealismo e ad esso collegato. Succede praticamente questo. Attorno al cinema, già dagli anni trenta, fioriscono riviste che amplificano le storie dei film, alimentano il divismo con le storie e le interviste agli attori, fanno conoscere i retroscena della lavorazione dei film. Dopo la guerra il fenomeno riprende con più vigore, accompagna cioé la fortuna del cinema italiano del dopoguerra, il cinema neorealista. Dalle riviste di cinema nascono i primi fotoramanzi. "nell’immediato dopoguerra la vera novità italiana sul fronte dell’industria culturale è rappresentata dalla nascita del fotoromanzo". Un primo esperimento risale al periodo 1936-1946. La rivista "Cinevita" (Edital di Milano) pubblica, a cadenza settimanale, per ogni film rappresentato una serie di immagini montate in continuità, legandole fra loro con didascalie. In seguito i dialoghi vengono resi con i fumetti. Ma il grande successo dei fotoromanzi comincia nel luglio 1946, con "Grand-hotel", pubblicato dall’editoriale Universo di Milano (Del Duca).Si tratta qui ancora di disegni, che presto cederanno il posto alle fotografie (nelle riviste "Il mio sogno" e "Bolero film") Regista dei primi fotoromanzi pubblicati su "Bolero Film" è Damiano Damiani. "Si ipotizza anche, ma non ci sono prove certe in questo senso, una partecipazione diretta di Cesare Zavattini all’ideazione di questo nuovo mezzo di comunicazione popolare nato in Italia e che si diffonde con grande successo nel mondo, particolarmente in Francia, Spagna, e Sudamerica. Dice Ermanno Detti (Le carte rosa): "L’idea di realizzare racconti a fumetti utilizzando la fotografia circolava da tempo: all’epoca una delle accuse ricorrenti rivolte al fumetto era quella di usare la finzione del disegno, mentre nell’ambito del dibattito sul neorealismo si sosteneva che il cinema possiede la forza della realtà della fotografia".


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