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Nessun colpevole per l’incendio al cpt Vulpitta

L’ex prefetto di Trapani, Cerenzìa, assolto anche dai giudici della corte d’appello di Palermo. Non ci sarebbero responsabili per il rogo che nel ’99 uccise sei giovani immigrati.
di Antonio Vesco - mercoledì 4 maggio 2005 - 3762 letture

L’ex prefetto di Trapani, Cerenzìa, assolto anche dai giudici della corte d’appello di Palermo. Non ci sarebbero responsabili per il rogo che nel ’99 uccise sei giovani immigrati. Il Coordinamento per la Pace di Trapani conferma una sensazione già riferita all’indomani della prima assoluzione: “la storia d’Italia dimostra che difficilmente lo Stato processa e condanna sé stesso”.

Mercoledì scorso (27 aprile) “il manifesto” riportava paro paro un dispaccio sull’assoluzione dell’ex prefetto Cerenzìa da parte della corte d’appello di Palermo per i fatti del 28 dicembre ’99 al cpt Vulpitta di Trapani. A dire il vero, a cercare bene, qualcosa si trovava anche su “la Sicilia”: stesso dispaccio (un po’ più lungo, anzi).

Il Coordinamento per la Pace di Trapani ha diffuso un comunicato breve (non c’è molto da dire) per commentare l’accaduto. Questa è la prima parte: “L’assoluzione dell’ex prefetto di Trapani Leonardo Cerenzìa da parte dei giudici della prima sezione della corte di appello di Palermo che sollevano l’imputato da ogni responsabilità in merito alla strage del Centro di Permanenza Temporanea "Serraino Vulpitta" avvenuta nel dicembre del 1999 in cui persero la vita sei immigrati, costituisce un ulteriore insulto alla memoria e alla dignità di chi perse la vita nel tentativo di conquistare la propria libertà per fuggire da una carcerazione ingiusta e feroce.

Con questa sentenza che riconferma l’assoluzione in primo grado di Leonardo Cerenzìa avvenuta un anno fa, si ribadisce la linea di integrale giustificazione delle politiche e delle pratiche repressive con le quali le istituzioni intendono affrontare l’immigrazione. Così come affermammo all’indomani della sentenza assolutoria di primo grado, la storia di questo Paese dimostra che difficilmente lo Stato processa e condanna se stesso, ed è con questa consapevolezza che prendiamo atto di questa seconda ingiustizia”. Quello che successe quella sera del 28 dicembre lo sanno un po’ tutti, ma è più che mai il caso di ricordarlo.

Il fatto

Il 28 dicembre del ’99 in una celletta 3metrix4 del cpt Serraino Vulpitta di Trapani erano rinchiusi dodici ragazzi fra quelli “ospitati” dal centro. Uno di loro incendiò un materasso per ricordare ai carcerieri che niente nell’essere clandestino poteva negargli la libertà: la cella, con il tetto in legno, diventò un forno crematorio e ne uscirono vivi in sei. Dopo il rogo il Vulpitta venne chiuso e riaperto a più riprese per lavori di adeguamento ai parametri di sicurezza, e il numero di detenuti non superò più i 54, mentre prima si era arrivati a rinchiudere fino a 180 immigrati (numero che ne faceva il cpt più “grande” d’Italia).

Leonardo Cerenzìa, prefetto in carica al momento del rogo, fu imputato di omissione di atti d’ufficio, incendio colposo e concorso in omicidio colposo plurimo e assolto con formula piena il 15 aprile del 2004. Mercoledì 27 aprile scorso è stato assolto anche dalla corte d’appello. Durante i circa cinque anni del processo si è assistito a uno scarica barile generale, con l’avvocato del prefetto che accusava i poliziotti del centro di non aver tenuto sotto controllo la situazione, e questi a loro volta a rigirare l’accusa.

I nomi dei sei ragazzi rimasti uccisi sono stati ripetuti come una filastrocca da diversi giornali il giorno dopo la strage, e in occasione dei primi anniversari: Rabah, Jamel, Ramsi, Nashreddine, Lofti e Nassim. Oggi è imbarazzante ripeterli, perché nessuno di noi è riuscito a rendere loro giustizia. E non parlo di sbattere in galera una persona (a nome di tante) che comunque continuerà a fare danni altrove, perché non rientra nella mia idea di giustizia. Parlo, piuttosto, del fatto che per l’ultimo anniversario - il quinto- soltanto in poco più di un migliaio se ne sono ricordati e hanno partecipato alla manifestazione che ogni anno il Coordinamento per la Pace si preoccupa di organizzare.

A questo proposito, mi vengono in mente le parole con cui Dino Frisullo, vicino ai giovani rinchiusi al Vulpitta, ha concluso il suo racconto sul rogo del ’99: “Ho conosciuto molti Ahmet nella mia vita. Spero di ritrovarne qualcuno vivo, prima o poi, e di poterlo salutare senza vergognarmi, di me e di noi, come ora mi vergogno”.

I cpt agli occhi di chi li vede

In occasione dell’ultimo anniversario del rogo al Vulpitta, ne ho approfittato per fare visita ai ragazzi del Coordinamento per la Pace di Trapani, perché volevo sapere di più, capire bene. E nessuno è vicino quanto loro alla situazione all’interno del centro. O piuttosto dovrei dire, era vicino. Perché da qualche mese colui che aveva il permesso di accedere al centro in qualità di operatore sociale non è più in contatto con il coordinamento. Così oggi abbiamo un’associazione che non ha più il diritto di occuparsi degli immigrati, e questo diritto viene conservato da un singolo. Ho anche potuto scoprire che ultimamente sono state cambiate le regole di accesso al centro: se prima gli autorizzati potevano entrare e offrire assistenza a chiunque, oggi possono solo essere convocati dai detenuti, informati di questa possibilità con dei moduli prestampati da compilare. Non c’è bisogno di dire che questo metodo provoca un allontanamento fra detenuti e operatori sociali. Parlando con i ragazzi è ovviamente venuta fuori la questione della polizia nei centri. I sindacati dei poliziotti sono preoccupatissimi dalla situazione dei cpt.

Si trovano in una posizione delicata: essendo questi una via di mezzo fra il carcere e il centro di accoglienza, le forze dell’ordine non sanno come comportarsi. E poi i centri assorbono parecchie energie e uomini al corpo di polizia, e da quando, con la legge Bossi-Fini, i tempi di detenzione sono raddoppiati, è raddoppiato anche il lavoro per la polizia. Ecco spiegato il malcontento diffuso, al punto da “inviare” a Ballarò un esponente del sindacato dei poliziotti a schierarsi contro i centri.

Una delle iniziative portate avanti dal Coordinamento è la stesura di un dossier che riporta le storie di molti dei ragazzi passati per il Vulpitta. E come raccontano loro stessi “il dossier racconta di ragazzi che abbiamo incontrato nel periodo da marzo a novembre del 2003. E’ un libro bianco che riferisce fedelmente le loro storie terribili. Nel dossier abbiamo utilizzato un linguaggio volutamente scarno, impassibile, perché fosse chiaro che l’orrore sta tutto nei fatti. La crudeltà di questo sistema non è difficile da cogliere se parli a quattrocchi con le sue vittime, se ti fai raccontare quello che stanno vivendo”.


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