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Medea, di Christa Wolf

Infanticida? Ecco, per la prima volta, il dubbio. Un’alzata di spalle canzonatoria, un volgersi altrove...
di Pina La Villa - lunedì 2 agosto 2004 - 25054 letture

Medea / Christa Wolf. - edizioni e/o, 1996

Di Medea sappiamo che è stata tradita da Giasone e lei, per vendetta e per la furia che la possedeva, ha ucciso i suoi figli, i suoi e di Giasone.

E’ la storia che ci ha tramandato Euripide con la sua tragedia. Un personaggio affascinante ma incomprensibile, barbaro, quello di Medea.

Ma, racconta Christa Wolf, quell’uccisione dei figli da parte di una donna appartenente ad una società, la Colchide, in cui vigeva un mite matriarcato, non la convinceva. E poi, Medea: un nome che, etimologicamente, significa "colei che consiglia" e ha la stessa radice - med - che nelle lingue indoeuropee ha la parola medico. Medea è una guaritrice, che usa il sapere delle madri. Un sapere che, da Euripide in poi, è fatto passare per pericolosa magia e Medea è diventata così la maga che avvelena. Per Christa Wolf le cose non stanno esattamente così. E il suo romanzo inizia non a caso partendo dal nome: "Pronunciamo un nome e, poiché le pareti sono porose, entriamo nel tempo di lei, incontro desiderato, dal fondo del tempo ricambia lo sguardo senza esitare." E, dal nome, l’indagine.

Con l’aiuto di altre studiose Christa Wolf rintraccia le fonti sul mito antecedenti la tragedia di Euripide. "Infatti, che Euripide avesse manipolato la vicenda per assolvere gli abitanti di Corinto - colpevoli di aver massacrato i figli di Medea - emerge anche dalla storiografia antica, onorario compreso: quindici talenti d’argento, ricorda Robert Graves, sarebbero stati versati al drammaturgo per questa storia di disinvolta cosmesi di stato, utile per presentare al meglio Corinto sulla scena del teatro greco durante le feste di Dioniso" (dalla postfazione di Anna Charloni).

Il mito viene reinterpretato, come è proprio dei miti. Ma Christa Wolf lo fa con una consapevolezza storica e letteraria che rende il suo romanzo veramente di ampio respiro, un esempio di come si possa ancora dialogare col mondo antico, così vicino e al tempo stesso diverso da ritrovare intatta la sua capacità di provocare emozioni e di far riflettere su temi di respiro universale.

Il romanzo racconta la vicenda di Medea attraverso sei voci. Sono le voci della stessa Medea, di Giasone, di Glauce, di Acamante, di Leuco, di Agameda.

Attraverso le voci la sua storia viene raccontata, composta e ricomposta nei suoi elementi, in ciò che è stato tramandato e in ciò che è rimasto sepolto.

In Euripide Medea rappresenta la violenza irrazionale contrapposta alla razionalità patriarcale della civiltà greca. Christa Wolf ribalta questa lettura. Medea è depositaria di un sapere più vicino all’esperienza, ai sensi. Un sapere che non conforta la "razionalità" del potere, che si rifiuta di condividerla. E’ questo suo diverso sguardo che le fa scoprire la menzogna e la violenza su cui è basato il potere, sia nella nativa Colchide sia a Corinto. Ecco perché tradisce il padre consentendo a Giasone di conquistare il vello d’oro; ecco perché la sua presenza a Corinto diventa a un certo punto intollerabile. Da qui ha inizio la persecuzione e la sconfitta di Medea. Invidie, paure, ambizioni si scatenano contro di lei, la straniera, la donna saggia, la maestra, la guaritrice. Attraverso le voci capiamo le ragioni di tutti, ma soprattutto i meccanismi del potere e della violenza.

E’ una lettura appassionante, quella del romanzo di Christa Wolf, malgrado metta in scena una storia e dei personaggi noti. Solo un personaggio è del tutto inventato. Si tratta di Oistros, uno scultore dai capelli color ruggine, a casa del quale Medea si rifugia durante un terremoto, poco prima che si dispieghi la persecuzione nei suoi confronti, e che diventa il suo uomo. E’un personaggio che consente all’autrice di restituirci la vitalità della donna Medea e di aggirare il passaggio obbligato del compianto per la donna abbandonata, il vittimismo connesso alla rielaborazione del mito di Medea che fa tutt’uno con lo scopo preciso di ogni persecutore, che è di togliere autorevolezza al vinto.

La forza della indagine, la volontà di trarre dalla sepoltura del passato e delle altre interpretazioni la storia di donne e uomini reali, che si erano allontanati nella rarefazione del mito,danno alla scrittura di Christa Wolf la potenza e la forza del linguaggio puro degli antichi, della lingua dell’indagine e della verità filosofica, ma anche della poesia. E confermano la grandezza della scrittrice tedesca che già col precedente romanzo, Cassandra, ha utilizzato la forza del mito per riscrivere la storia, una storia che si ripete. Medea come i tedeschi orientali nel 1990, a cui viene chiesto di negare la propria storia.

"Ho cominciato a interessarmi a Medea nel 1990. Lo stesso anno in cui la DDR [Repubblica democratica tedesca] stava sparendo dalla storia. Ho cominciato a domandarmi perché nella nostra società tutto viene consumato e nello stesso tempo si va sempre alla ricerca di un capro espiatorio. I miei primi appunti su Medea sono del 1991. Di lei conoscevo come tutti la versione di Euripide (..) Mentre pensavo a Medea mi venne in aiuto il caso. Una studiosa di Basilea, curatrice del sarcofago di Medea presso il museo locale mi spedì un suo articolo dal quale risulta che Euripide per primo attribuisce a Medea l’infanticidio, mentre fonti antecedenti descrivono i tentativi di Medea di salvare i tre figli portandoli al santuario di Era. (Da un’intervista a Christa Wolf del 1997)


Scheda biografica su Christa Wolf, su: Antenati


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> Medea, di Christa Wolf
27 settembre 2004, di : jessica Cosmi

Medea.Voci. Un titolo che ci getta a capofitto nella mitologia greca,un sottotitolo che lascia intendere una nuova”versione dei fatti”.E così è,non per una narrazione rivisitata né per una nuova versione teatrale(seppur la struttura del testo teatrale sia ripresa dalla Wolf),ma per soliloqui nettamente separati tra loro nello spazio di capitoli,undici,per sei personaggi:Medea,che lo apre,lo chiude e interviene per un totale di quattro di volte,Giasone e Leuco,che non solo si esprimono ma hanno diritto di replica;isolati invece,gli interventi di Acamante,Glauce e Agameda. Quasi totalmente assente la voce narrante,una Christa Wolf che sembra ascoltare in confidenza amichevole ciò che viene detto colloquialmente,ma che esprime al meglio la sua voglia di rivoluzionare un mito con tutta probabilità corrotto per millenni:voglia di verità,voglia di capire come potesse una donna proveniente da una cultura matriarcale uccidere i propri figli,una donna di nome Medea,”colei che porta consiglio”,non morte! Altro punto cardine,oltre al tradizionale amore tormentato nei confronti di Giasone,è il pregiudizio razziale,che scade nell’intolleranza fino ad arrivare alla lapidazione dei suoi figli da parte dei Corinzi:una sorta di moderno Ku Klux Klan. E’anche la convenzione ad essere presa di mira dalla Wolf,che si diverte a sottolinearne il vuoto totale. Una rivoluzionaria,una donna,una maga,questo fa paura di Medea,e se vivesse oggi probabilmente la società avrebbe la stessa reazione nei confronti di un’intelligenza così viva da schiacciare sotto il suo peso uomini dell’alta società e del governo:Christa Wolf non ha fatto altro che farla riemergere,non ha inventato nulla.
    > finalmente la verità
    27 maggio 2005, di : giorgia |||||| Sito Web: http://www.girodivite.it

    Sono decisamente d’accordo con te, sto preparando la tesina d’esame per la maturità e porto la rielaborazione del mito di Medea nel novecento... Credo che sia la scrittrice che tanto amo Christa Wolf che uno fra i più importanti letterati italiani del secondo novecento Pier Paolo Pasolini le abbiano finalmente reso giustizia: Medea non è assolutamente una donna cattiva che la società deve estirpare ma è in realtà ciò che le donne dovrebbero essere oggi: delle persone forti, vitali, che prima di avere una relazione con un uomo la devono avere con loro stesse. Bisogna avere il coraggio e la forza di dire IO sono DONNA in un mondo dove ancora esserlo fa paura. Se solo a volte riuscissimo a essere come le donne dell’antichità...