Passarono due giorni prima che duecentomila persone lasciassero l’area contaminata. Prima che il mondo venisse a conoscenza di una sporca storia di radioattività della centrale di Cernobyl. Era la notte tra il 25 e il 26 aprile 1986.
Si scrutava il cielo. In lontananza, quasi a voler con lo sguardo, contare i chilometri che ci separassero dalla tragedia. Come se tutta la tragedia non ci appartenesse. Poi sono arrivati altri occhi a farci disilludere che, quello, era il nostro mondo. Il nostro e quello delle centinaia di occhi azzurri a chiederci un sorriso, senza domandare perché. Gli occhi azzurri degli orfani di Cernobyl che abbiamo incrociato sulle scalette dei voli charter della disperazione. E delle nostre non-risposte.
Si scrutava il cielo. Con paura, anche nei giorni di un inverno moribondo che anneriva l’orizzonte con i suoi temporali di tarda primavera. Poi si è provato a cercarla, questa Cernobyl. Tra i nomi indicibili dell’Ucraina e della Bielorussia, tra una interpretazione personale della “glasnost” di Gorbaciov e un ricordo confuso dei luoghi delle nostre centrali nucleari. E si è provata a cercarla sui mappamondi impolverati, provando a commentare un enigma nucleare che sembrava un’ombra sul nostro futuro.
Oggi, ci ritorna alla mente l’immagine pubblicitaria di qualche anno fa: una donna anziana, chinata su un campo di grano e un bambino saltellante tra i covoni. Scandivano lentamente il nome “Ucraina”, quasi sillabandolo. Le sequenze filmate erano in bianco e nero. Bianco come il volto della donna, quasi da matrioska. Nero come il colore della polvere, depositata sulle piantagioni.
Oggi, quella donna anziana è rimasta lì con qualche centinaia di nostalgici. Sono rimasti lì a rivendicare un “folle” attaccamento alla terra natia. Sullo sfondo i resti dell’impianto e i cartelli “Zona di Esclusione” a soffocare un’altra libertà. Oltre a quella della vita.
Oggi, non ci resta che pensare alle 438 centrali nucleari sparse nel mondo, agli anni che ci separano dalla prossima tragedia (nel 1999 a Tokaimura, in Giappone, un altro incidente nucleare ci ha ricordato che il problema non è risolto), alle scorie radioattive che tutti i grandi paesi producono, ma che nessuno sa ancora bene come smaltire. Non ci resta che pensare alle generazioni che verranno, ai morti di tumore, ai bambini malformati. Alle risposte sui possibili effetti di natura oscura che il tempo potrebbe riversare sul resto dell’Europa. Risposte da chi credette che, forse, sarebbe bastato sospendere il consumo di frutta e verdura per farci sentire immuni da rischi immediati.
Nel frattempo, un’altra “fusione” religiosa ha unito cattolici ed ortodossi dell’ex Unione Sovietica in una preghiera per i morti di ieri e per quelli di domani. Non ci resta che smaltire la coscienza, stringendo le mani dei loro figli che seminano imbarazzi, con i nostri affidamenti estivi e le cerimonie del ricordo. Loro provano a sognare un futuro: noi lo abbiamo fatto esplodere dentro un reattore nucleare.