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Z-eyes: Al suono della campanella

In Italia stiamo vivendo in apnea e la scuola ne è il simbolo supremo.

di Evaristo Lodi - mercoledì 24 maggio 2023 - 584 letture

Immaginate il suono di una campanella che indica agli studenti di entrare a scuola. Se ci fosse un ingresso scaglionato, si vedrebbero entrare prima i maschi, poi le femmine e, infine, i ritardatari. Oggi, un Dirigente scolastico verrebbe come minimo denunciato per sessismo se non per apologia di reato. Quando ho frequentato le scuole medie, nei primi anni Settanta, si entrava davvero così.

Ho fatto una ricerca su internet per la frase che spesso mi citava mia madre, toscanaccia inveterata: «Studia studente, più che studi e più che un’ capisci niente». Forse la citava dai suoi ricordi infantili, forse, chissà … Forse era una sottile e nascosta rivolta ai metodi gentiliani che vengono giustamente disprezzati e di cui nessuno osa più fregiarsene.

Sono nato e vissuto a Bologna per i miei primi trent’anni. Insegnai per un paio d’anni negli anni Ottanta e poi pensai che la scuola non mi avrebbe mai dato delle attraenti prospettive di carriera. Mai pensiero fu più peregrino. Ripresi a insegnare, dopo una lunga pausa, nella quale le mie esperienze professionali mi forzarono a credere di essere un volontario della mobilità, ante litteram.

Gli insegnanti corrono ancora dietro a una remunerazione adeguata che ormai viene loro negata da più di 10 lustri. Si concede loro di sentirsi dei missionari volontari senza alcuna possibilità di protesta. Si sventola sotto il loro naso il miraggio del tempo libero senza far loro capire che rappresenta la carota che si concede ai lunghi periodi di bastone. E gli insegnanti precari? Per molti che non conoscono il mondo della scuola immagino sia ormai stabile l’idea che non esistono e che sono un’infima minoranza, legata all’idea che non siano in grado di raccontare la loro materia perché non hanno la preparazione adeguata, soprattutto pedagogico-didattica. Tale idea è stata inculcata alle masse, ogni anno scolastico: ogni mese di settembre il ministro dell’istruzione precisa che ci saranno una valanga di assunzioni; i numeri variano da ministro a ministro che, in questo modo, ha svolto il suo compito di burocrate di stato, strapagato. A soli due anni dalla pensione, faccio parte della categoria dei docenti precari, nella scuola secondaria di secondo grado. Si fa un gran parlare di suole elementari e medie ma pochi sono coloro che si inoltrano nel ginepraio semantico delle scuole superiori.

I dirigenti scolastici sembrano essere diventati dei super eroi che possono utilizzare il loro arbitrio nella scelta degli insegnanti e in tante altre simpatiche attività che costellano la loro vita da manager. Vengono considerati dei manager che devono gestire delle situazioni amministrative con forti responsabilità (anche se molti le delegano a cascata) ma senza effettivi poteri esecutivi. Ma sto protestando per una categoria molto meglio pagata della mia? Ho sempre sospettato che in me ci fosse una vena di masochismo…

Non voglio inveire contro il Ministro in carica, forse l’età mi tradisce, ma l’attuale ha puntualizzato il fatto come sia deplorevole l’uso del cellulare in classe. Ma come, dove ha vissuto questo onorevole ministro dell’istruzione e del merito, negli ultimi trent’anni? Non crede di essere un filino anacronistico, nelle sue convinzioni? È mai entrato in un’aula scolastica delle scuole di ogni ordine e grado? Facendo tesoro della mia esperienza negli istituti superiori e non mi sottraggo alla generalizzazione, ogni anno i docenti cercano di trovare soluzioni alla piaga elettronica e le soluzioni fantasiose si incorniciano nella loro mente come panacee che falliscono sistematicamente. Le voci che corrono fanno pensare all’uso dei fondi del PNNR per portare la scuola verso il mondo dell’apprendimento ”metaversico”, orrendo neologismo che ho creato in questo istante, per gridare la mia strenua opposizione alle più moderne teorie didattico pedagogiche che si stanno insinuando in questa nostra modernità.

I nomi dei Ministri/e non li faccio perché sono stati purtroppo talmente tanti che non ricordo nemmeno i loro nomi, tanto sono risultati insignificanti o significativi, in senso negativo. Inoltre, voglio assolutamente prescindere da qualsiasi logica di partito che sia presente oggi in Parlamento o che sia ormai scomparso/a nella fitta nebbia creata dalla fine della prima repubblica. Il mondo della scuola è un Moloch che tutto ingoia, che tutto omologa, che tutto certifica. Forse Pasolini intendeva proprio questo quando criticava l’omologazione della televisione e della riforma della scuola dell’obbligo.

Chissà Don Lorenzo Milani cosa voleva affermare con la frase «Quando non capite, dovete dirlo, altrimenti per ogni parola che non capite oggi è un calcio nel culo domani». Ma come, un sacerdote che usa il turpiloquio? Che fosse un comunista? Nemmeno la pandemia è riuscita a spazzare via le granitiche teorie pedagogiche che governano la scuola da quasi sessant’anni e che non riescono ad avere una sola idea originale nell’ormai sconsolante e decrepito panorama dell’affastellata congerie di spirito democratico, mediato dal mondo anglosassone. Eppure Maria Montessori e Don Lorenzo Milani sono stati dei fari internazionali per modificare il mondo della scuola imperante. Oggi ci sono decine e decine di scuole intitolate a questi due insigni insegnanti anche se le loro frasi subiscono una revisione retorica quasi quotidiana.

I decreti delegati portarono la democrazia a scuola e si allargarono a macchia d’olio le assemblee di classe a cui potevano partecipare i rappresentanti dei genitori e quelli degli studenti (gli studenti partecipavano di più, a volte per protestare). E poi last but not least lo studio calava e sorgevano i gruppi di studio con gli insegnanti più accondiscendenti; era un po’ di sollievo in una valle di lacrime. Le maglie dello Stato si stavano allentando, lo si percepiva dalla retorica scolastica e dalle nuove metodologie didattiche che si insinuavano silenti. Ovviamente non me ne accorsi, ero un adolescente proiettato verso il futuro e come avrei potuto accorgermene.

Dai decreti delegati in poi, tutte le riforme sono state dei palliativi, delle pennellate di rinnovamento, delle rinfrescanti tinteggiature che hanno teso a mantenere lo status quo inserendo una marea di organismi consultivi, burocratici e di apparato; in poche parole, hanno contribuito a far aumentare la democrazia nella scuola. Risultato: nessuno sa più come muoversi in un ginepraio di norme dove ognuno pensa di essere nel giusto, compreso i genitori. La macchina giudiziaria viene interpellata ad ogni piè sospinto da una marea di ricorsi che vengono da ogni categoria della scuola, comprese le famiglie.

In Italia stiamo vivendo in apnea e la scuola ne è il simbolo supremo.

L’omologazione già temuta e denunciata da Pasolini ha condotto le giovani generazioni verso la dittatura della società dei consumi, la nostra società, quella in cui tutti siamo immersi e che non lascia il ben che minimo spazio all’individuo. Quella pacifica convivenza basata sul profitto, sul consumo dei più che sono costretti a lavorare e cedere il loro stipendio per acquistare i cosiddetti beni, diventati effimeri e assolutamente superflui. Quello stesso profitto che non permette a molti di avere accesso al necessario per vivere.

Ma quando vedi un migrante tremare di concentrazione per strapparti l’essenziale che gli permetterà di comunicare con gli abitanti del bel paese, allora speri di essere immerso in un mondo più accogliente in cui la disobbedienza trovi ancora la dignità di chi, come Don Lorenzo, la scrisse e la gridò in faccia ai giudici.

Quando la conoscenza reciproca dell’insegnante e del discente si fa amicizia allora la scuola, come apparato dello Stato, svanisce in una nebbia diradante che lascia il posto alla luce. Capita di rado ma, a Dio piacendo, capita ancora.

Quando poi l’adulto studente o studentessa che sia, freme per raccontarti il suo disagio, dovuto a mille ragioni, vicende o destini che lo hanno condotto fino a lì, allora la Scuola ti penetra e stravolge e non lascia spazio alcuno per le lamentele: vorresti solo sussurrarlo al vento, sperando che qualcuno ti stia ascoltando.

Le migliori lezioni non si imparano dai libri ma dal cuore di maestri veramente grandi. Se c’è una cosa che ho imparato da tutti gli insegnanti è che un buon insegnante può ispirare speranza .” Frase scritta da una studentessa migrante e adolescente che non riusciva a raggiungere la sufficienza in tutte le materie più importanti. La speranza che ci spinge a credere che il suono della campanella permetta l’ingresso a scuola più per i Gianni e che i Pierini di oggi calino vistosamente in un oblio senza ritorno (Don Lorenzo Milani definiva Gianni il figlio, penalizzato, di contadini, solo pochissimi sono rimasti; mentre Pierino era il figlio di borghesi che si beava nella ricchezza della sua famiglia. Oggi i Pierini dominano incontrastati, anche fra i migranti, che vedono nel costoso cellulare l’affermazione positiva del loro status symbol). Vivo nella speranza che domani, al suono della campanella, sorgano idee geniali per cambiare radicalmente la scuola di oggi e far entrare trionfalmente i Gianni di tutto il mondo.


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