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Welby: coraggio o pazzia?

Difficile comprende appieno motivazioni, problemi, generosità, altruismo, che in questo gesto, quello dell’eutanasia, si mettono in gioco. Difficile poter esprimere qualunque posizione, difficile essere tanto realisti quanto credenti...
di Giuseppe Marziano - giovedì 28 dicembre 2006 - 2504 letture

Il problema della morte non è morire, e tanto meno un problema burocratico, o legale, è più coscienza di non poter esercitare più quel diritto della mente umana conosciuto come “ripensamento”. Essere pienamente consapevoli della impossibilità di poterlo esercitare/attuare in quanto gesto estremo, la morte, ci pone in una condizione di capacità comprensiva dell’atto che si compie.

Difficile comprende appieno motivazioni, problemi, generosità, altruismo, che in questo gesto, quello dell’eutanasia, si mettono in gioco. Difficile poter esprimere qualunque posizione, difficile essere tanto realisti quanto credenti. A nulla valgono le inchieste, le ripercussioni, le polemiche per una morte che non siamo capaci di giudicare, giusta o ingiusta, informata o non informata, attesa o attendibile.

Attraverso le pagine virtuali di questo giornale, abbiamo cercato di capire quanto in Italia eravamo pronti al solo abbozzare una forma primordiale di discussione civile. Ci rendiamo oggi conto che non siamo affatto pronti. Il dramma che si è consumato in questi giorni, ove peraltro lo sciopero dei giornalisti ha fatto la sua parte, viene soltanto evidenziato dal caso giudiziario che ne verrà fuori, come a dire che è tutto un problema di “legalità”. Non è una discussione politica, sarebbe un errore pensare che la si possa ridurre ad una discussione in aula, sia essa della Camera o del Senato, sarebbe riduttivo per noi liberi pensatori della società, quelli che la vivono e la conoscono profondamente.

“Chi siamo noi per giudicare...” - frase oggi ricorrente, usata scherzosamente, ma che racchiude tutta la forza del pensiero che pone. E tanto meno dobbiamo pensare che sia “…di destra o di sinistra…” come quella canzone, o di centro aggiungiamo per riferirci alla Chiesa. È, e rimarrà, un problema personale, il diritto di poter esercitare un gesto estremo, dettato anche dalla disperazione, ma pienamente cosciente quando sappiamo che sopraggiungerà senza pietà, quando la nostra qualità della vita si è ridotta alla stregua di quella di un vegetale.

Noi, o chi per noi, che non prestiamo attenzione nemmeno alla richiesta che viene dal paziente, che è in cerca di una certa qualità di vita, quand’egli è ospedalizzato. L’idea che abbiamo è quella di colui/lei, che gira per i corridoi in vestaglia, quando può. Forse non lo saremo mai pronti a un dialogo corretto sull’eutanasia, ci hanno propinato, quasi a forza, il testamento biologico, che tecnicamente è altra cosa, ma che nei fatti si riduce a quella stessa identica. Oggi, dopo inutili discussioni sull’accanimento terapeutico, sulle responsabilità, sulla necessità o meno di un atto materiale, ci ritroviamo con un fardello enorme, con un pensiero in più che corre nei binari del coraggio, della disperazione, della decisione cosciente e serena. Dell’uomo.


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Welby: coraggio o pazzia?
4 gennaio 2007

Trovo questo titolo inappropriato rispetto all’argomento.

Il coraggio di Welby non si discute. Non comprendo a cosa ti riferisci con la "pazzia".

L’italiano è una lingua semplice!

    Welby: coraggio o pazzia?
    5 gennaio 2007, di : Encelado

    Mi disciace che tu concluda con un insulto. Che ritenga, come è tuo diritto farlo, il titolo inappropriato, è nelle leggi (non scritte), ma l’insulto è cosa eccessivamente facile che non si addice atutte le menti. Comunque, il coraggio di Welby, come dici non si discute, ma in questo caso non è un coraggio che ti porta alla conclusione di un’azione, dove tu sei poi in grado di accettarne gli effetti. Questa, la morte intendo, è un’azione che ti metterà di fatto, non in condizioine di accettarne o no gli effetti. Un pizzico di pazzia (nel senso lato) è, a mio avviso, in quell’insieme di sentimenti che ti inducono a prendere una decisione del genere. Molte volte, e non per nostro volere, ci limitiamo leggere ciò che è scritto, senza scorgere, appena al di la del nostro naso.