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W i cretini

Alcuni episodi a confronto: quello di Quarto, quello del magistrato Ceglie e quello avvenuto a Torino nel 1983
di Adriano Todaro - mercoledì 13 gennaio 2016 - 3905 letture

2015 – Poco prima di Natale apprendiamo quello che sta avvenendo a Quarto, comune di poco più di 40 mila abitanti, alle porte di Napoli. E apprendiamo che un’inchiesta del Pm antimafia Henry John Woodcock rivela che un ex consigliere 5 Stelle, Giovanni De Robbio, è indagato per voto di scambio camorristico e per tentata estorsione aggravata al sindaco, sempre M5S, Rosa Capuozzo.

Agli atti c’è un’intercettazione che lo collegherebbe al clan Polverino, lo stesso imprenditore delle pompe funebri che aveva, a suo tempo, organizzato il funerale di Casamonica, a Roma. Il figlio di Polverino parla dell’ex grillino come referente di un patto elettorale: voti in cambio di favori sulle politiche cimiteriali e sullo stadio. Non solo. Sembra che l’ex consigliere (nel frattempo dimessosi ed espulso dai 5 Stelle) abbia provato a ricattare la sindaca per irregolarità urbanistiche scattando foto aeree sul presunto abuso edilizio della casa del marito.

Fermiamoci qui e lasciamo stare le polemiche più o meno pretestuose degli altri partiti nei confronti del M5S. Soffermiamoci, invece, sul comportamento della sindaca Capuozzo la quale è stata vittima di un ricatto. Qua s’impongono delle domande: 1) perché la sindaca non è andata subito dai magistrati? 2) Perché ha taciuto tutto sino a quando non sono uscite le carte dell’inchiesta? 3) Perché non ha il coraggio di dimettersi e perché il suo partito non la fa dimettere?

12 gennaio 2014 – Donato Ceglie è stato un punto di riferimento importante dell’antimafia sin da quando era procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere. Ed era un riferimento importante per le sue inchieste compiute nella Terra dei Fuochi. Gli investigatori l’hanno messo sotto accusa per essere colluso con la mafia per abuso d’ufficio, violazione fiscale, corruzione aggravata (prescritto) e concorso esterno in associazione camorristica.

Naturalmente saranno i magistrati a decidere se Ceglie è colpevole o no. Ma ecco che spunta un’intercettazione ambientale, un dialogo fra lui e suo cugino, imprenditore, mentre sono a bordo di un’auto. Il cugino del magistrato, scrivono i carabinieri, racconta di essere in “rapporti con gli esponenti della criminalità organizzata locale (definiti ’malandrini’)" e di aver regalato tre bottiglie, tra cui una di Chivas Regal. Il cugino spiega di “essersi rivolto al capo mafia” per “far desistere un imprenditore che aveva cominciato a rompere i coglioni e che intendeva partecipare a una gara di appalto per dei lavori che lui voleva completare essendovi impegnato da 15 anni”. Poi, spiega sempre il cugino, il boss aveva minacciato il concorrente “che si era ritirato senza discussioni”.

A questo punto il magistrato avrebbe dovuto far fermare la macchina, scendere e, in qualità di pubblico ufficiale, sporgere denuncia. E invece questo non avviene. Anzi replica al cugino: “Così si è regolarizzata la questione”.

Anche qua alcune domande: 1) perché il magistrato colloquia con un personaggio che gli dice chiaramente di essersi rivolto a un boss per risolvere un suo particolare interesse? 2) Perché il magistrato non l’ha subito denunciato? 3) Perché la Magistratura non interviene considerato che Donato Ceglie è, attualmente, sostituto procuratore generale della Repubblica, a Bari?

1983 – Torino, palazzo comunale. Un imprenditore chiede di parlare con il sindaco Diego Novelli. E’ la terza volta che si presenta e che denuncia fatti illeciti, senza però fare i nomi, sugli appalti di cui lui è uno dei beneficiari. Alla fine il sindaco lo “minaccia”: “O lei fa i nomi o io lo denuncio per calunnia”. I nomi l’imprenditore li fa e Novelli telefona al procuratore della Repubblica per annunciargli che l’imprenditore verrà da lui, per una denuncia. Poi per timore che l’imprenditore cambi idea, chiama un vigile urbano e lo fa accompagnare in procura. A seguito della denuncia sono incriminati, per concussione, il vicesindaco socialista Enzo Biffi Gentili e un faccendiere, anch’esso socialista, Adriano Zampini.

Era Tangentopoli, circa dieci anni prima di quella milanese. Il mondo politico trema e Bettino Craxi afferma che: "Novelli non può più fare il sindaco, non gode più della fiducia del Psi". Ed è sfiduciato perché si è permesso di rivolgersi alla magistratura piuttosto che risolvere la cosa all’interno delle segreterie politiche. In quei giorni, a Milano, c’è il congresso del Pci. Novelli dovrebbe entrare in direzione ma il suo nome è depennato. In pratica, la “carriera” politica all’interno del Pci, per lui, è finita.

Meglio di tutti, su questa vicenda, si esprime Emanuele Macaluso che considera il sindaco di Torino un “povero cretino moralista”.

Se questa Italia avesse avuto tanti “cretini” come Diego Novelli – ex giornalista dell’Unità e, oggi, presidente onorario dell’Anpi – non ci saremmo ridotti in questo modo. Se Rosa Capuozzo si fosse rivolta, immediatamente, ai magistrati, ora il suo partito non sarebbe accusato di essere come tutti gli altri. Se Donato Ceglie avesse avuto il coraggio e il buon senso di denunciare le cose dette dal cugino, avremmo più fiducia nella magistratura e nei magistrati spesso lasciati soli a combattere i “malandrini”.

Oggi non ci sono più “cretini”, sono tutti intelligenti anche quelli che litigano una notte intera per avere i Rolex degli arabi, quelli che salgono sul carro del vincitore, quelli mai eletti e quelli rieletti più volte, quelli che sanno dire solo di sì, quelli che speculano, che rubano, che malversano. Tutti intelligentoni.

Siamo rimasti noi, cretini per eccellenza, il comunista Diego Novelli, le associazioni che si battono contro la mafia e contro lo stupro della Costituzione, qualche giornalista con la schiena dritta che rischia di persona pur di denunciare il malaffare. Sì, diciamolo forte, “W i cretini!”.


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