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All’attenzione delle Sardine: Il Vulnus generazionale (29/12/2011)

Il vulnus generazionale porta in sé una tragicità che ne impedisce la rimozione: solo un generale parricidio politico può rilanciare le speranze dei giovani.
di Gaetano Sgalambro - domenica 22 dicembre 2019 - 863 letture

Immersi in un marasma culturale, oltre che politico, generato dai padri e preoccupati del presente, ancor prima del futuro, molti giovani reagiscono all’attuale loro condizione o partecipando sul web ad una contestazione polverizzata in mille forme o allontanandosi dalla politica o abbandonandosi alla sfiducia nella società.

“Mi guardo intorno – scriveva, ancora nell’aprile 2010 sul Messaggero, il presidente Ciampi -, sento il peso dei miei novant’anni, e cerco con lo sguardo i volti, il cuore, il cervello dei nostri giovani. Alcuni sono ottimi, ma molti, troppi mi appaiono sbandati, intuisco nei loro occhi che non hanno stelle polari, punti di riferimento, che non sentono le istituzioni.”

Saltuariamente li si vede nelle piazze a partecipare a manifestazioni di protesta di vario colore o di contro-protesta o di richieste di riforme salva-tutto (dietro questo o quel personaggio del momento, politico o no), che osservate con una lente generazionale non sono altro che astrutturate contestazioni dei loro padri, in quanto responsabili solidali della grave crisi generale in cui si trovano.

Si può obiettare, con una buona parte di ragione, che esse rientrano nella dialettica fisiologica dei rapporti generazionali.

Ne è un esempio il movimento giovanile del ’68-’69 che contestò aspramente l’autorevolezza delle istituzioni democratiche dei loro padri, di cui ne coglievano i limiti e le distorsioni. Ma, a parte le distorsioni intestine al movimento stesso -frutto di intrusioni ideologiche e partitiche che, peraltro, avranno ripercussioni devastanti su alcune istituzioni (vedi sulla scuola)-, i giovani avanzavano una legittima e decisa richiesta di maggiore democrazia, entro un contesto costituzionale apparentemente sensibile a queste tematiche ed un contesto socioeconomico che registrava una crescita percentuale del PIL vicino alle due cifre.

Queste reazioni si sono ripetute nel tempo, scemando sempre più in coralità, per concludersi nelle mani di alcune frange estremiste con gli “anni di piombo”, cancellate con l’adozione di una legislazione d’emergenza.

Raffrontando nella sostanza i fatti di allora con la situazione di oggi, si rilevano due punti importanti.

Primo punto: dopo oltre quaranta anni, nessuna di quelle richieste è stata soddisfatta; il contesto politico si è ulteriormente degradato; i giovani di oggi, per lo più, hanno smesso di coltivare utopie di sana democrazia.

Secondo punto: quei soggetti, già in erba politicizzati, che avevano assunto la leadership del movimento oggi fanno parte del management della politica e dei più importanti organi d’informazione nazionali (laddove i diversi capi del movimento giovanile tedesco furono suicidati nelle carceri di rigore).

L’impegno di questi leader fu sincero? Come mai oggi li ritroviamo dalla parte del potere prima contestato? Non è che si fossero infiltrati nel movimento per guadagnarne il consenso da portare in dote ai partiti di potere, cui ambivano accedere?

Sta di fatto che quei giovani leader, appena divenuti adulti sono entrati nel dominio della politica per farsi impigliare nella rete trasversale di privilegi e connivenze ivi presenti, entro la quale poi si sono lasciati andare alla conquista di una più solida convenienza: a discapito degli interessi generali e del sistema-paese una volta sostenuti, magari con l’intenzione, non proprio sana, di patrimonializzare una buona eredità per i propri figli.

E’ certo però che, per conseguire questo risultato, hanno ulteriormente compromesso il loro futuro restringendone drasticamente lo spazio di crescita, la capacità di difesa democratica dei diritti personali, i quali sarebbero tornati loro utili negli attuali difficilissimi frangenti.

Oggi tutto appare ingabbiato in un’impenetrabile partitocrazia, anche la mancata crescita produttiva ed economica del paese – si badi bene, a prescindere dalla crisi finanziaria internazionale ed europea - e con essa il futuro dei giovani.

In conclusione il movimento studentesco del ’68, nonostante la sua importanza, finì per raccogliere solo risultati marginali: un individualismo anarcoide e edonistico; il femminismo; il libero amore; la libertà di tutti da tutto!

Ancora una volta dobbiamo fare nostra la domanda del presidente Ciampi: “Dobbiamo stimolare e prepararci ad un cambio di generazione, la sfida capitale di un Paese è quella di passare la mano ai giovani, ma mi chiedo (e tremo): come li abbiamo formati? Abbiamo proposto loro una scelta di valori? Abbiamo dimostrato davvero di saperlo fare?”

Se la risposta sta nelle condizioni in cui si trovano oggi, ebbene, i fatti dimostrano che non ne siamo stati capaci o che non l’abbiamo voluto fare!

Un “vulnus” profondo si è scavato tra le generazioni della nostra società: tra quelle dei padri ricche di prospettive individuali - economiche, professionali e sociali- in crescendo dal dopoguerra a ieri, e quelle dei figli che appaiono in continuo “decrescendo”, perché innestate su una curva di bassa crescita (a volte nulla) del PIL, per di più gravata da una massa enorme e crescente di debito dello Stato (senza contare quello delle regioni, delle province e dei comuni).

Si tratta di una vera e propria inversione della curva del destino che, ben lungi dall’essere una fisiologica oscillazione, i giovani subiscono e dovranno subire a lungo. Infatti, sono stati lasciati privi di efficaci strumenti democratici per reagire ad una arresto colpevole della crescita economica, che, al momento, condanna uno su tre di loro alla disoccupazione senza speranza nel breve periodo e per opporsi ad una distribuzione iniqua della ricchezza (con metà circa della ricchezza generale nelle mani del 10% della società). Condizioni già pessime, ma che secondo le previsioni degli economisti più seri corrono il rischio di peggiorare ulteriormente.

Il vulnus generazionale porta in sé una tragicità che ne impedisce la rimozione: solo un generale parricidio politico può rilanciare le speranze dei giovani.


Questo intervento è stato già pubblicato il 29 dicembre 2011 sul web, viene qui ripreso su Girodivite.



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