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Vogliamo anche le rose

Un film di Alina Marazzi.

di Antonio Cavallaro - martedì 18 marzo 2008 - 3908 letture

Attraverso i racconti dei diari di Anita, Teresa e Valentina, le testimonianze delle lotte politiche e famigliari, personali e collettive, vissute dalle donne nell’Italia sessista e patriarcale degli anni sessanta e settanta. Fra la liberazione sessuale e i mutamenti di costume, fra il movimento femminista e la lotta politica sull’aborto, storie diverse - vere e private - ma percorsi tragicamente comuni a molte di quelle donne, che in quei vent’anni così fondamentali e così fatali, percepirono per prime la necessità e si batterono per ottenere il riconoscimento dei diritti, di un’autonomia e di una identità di genere.

Mutuando il titolo dallo slogan adottato dall’operaie americane per lotte di fabbrica degli inizi del secolo scorso, “Vogliamo anche le rose” è il terzo film realizzato dalla milanese Alina Marazzi dopo i precedenti lavori, l’acclamato “Un’ora sola ti vorrei” e “Per sempre”. “Vogliamo anche le rose” è un lucido e profondo viaggio nel paese reale, nell’Italia delle donne, un viaggio iniziato quarant’anni fa, nell’alba del ’68, ma che attraverso l’ideale continuità rappresentata dalle storie delle protagoniste ha come punto d’approdo le contraddizioni e i conflitti dell’odierno presente.

Sviluppato con la collaborazione e il lavoro di sole donne, questo film documentario si avvale per la sua realizzazione di materiali di repertorio di diverso tipo, smontati, riadattati e forzati nell’originale interpretazione dell’autrice: dai fotoromanzi ai filmini famigliari, dalle fotografie alle pubblicità, dalle immagini televisive ai fondamentali contributi del cinema indipendente e sperimentale italiano con i lavori di Comencini e soprattutto Alberto Grifi, di cui vengono utilizzate le immagini dei capolavori “Anna” e “Parco Lambro”; materiali essenziali, perché rappresentano per la regista la “…stratificazione visiva e sonora su cui riscrivere una storia del passato recente alla luce di un futuro incerto”.

Il ritmo del film viene scandito dal talento cinematografico della Marazzi in collaborazione con l’oculato e sapiente lavoro di montaggio di Ilaria Fraioli, e se la prima parte ricorda (per le illustrazioni visive) i primissimi lavori lynchiani, le continue invenzioni narrative e la visionarietà delle immagini conferiscono all’opera una cifra stilistica unica ed originale e non di meno adatta ai contenuti. L’espediente delle voci off (Valentina Carnelutti, Teresa Saponangelo e Anita Caprioli), esalta il tormento e la problematicità delle atmosfere, fondendo in maniera riuscita l’oggettività del racconto storico con la soggettività e l’intimità delle protagoniste.

Altro merito che va riconosciuto al film è la misurata caratterizzazione ideologica. Non eccessivamente schierato, il grado di equilibrio scelto dalla Marazzi nullifica qualsiasi preconcetto o rilettura politica di parte. Sul finale si allunga la cupa ombra dei problemi irrisolti, la minaccia revisionista che potrebbe incombere sulle conquiste ottenute, e l’ultima scena ha quasi la valenza di un monito: la condizione d’ignoranza in cui sono state tenute le donne; qualcosa di antico, ma i cui echi giocano ancora un ruolo fondamentale nel presente di questo paese.

Curiosità: fra i brani musicali scelti dalla Marazzi come commento sonoro a quegli anni c’è “orrore” della Kandeggina Gang, cantata da una allora punk Jo Squillo, prima, molto tempo prima, di una personale svolta conformista, perbenista e fininvestiana.


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