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Vivere la vita in sicurezza al tempo di Covid-19?

La consapevolezza della vita, dell’essere in vita è l’essenza che ci distingue dagli altri esseri viventi, ma non è questo che ci rende superiori agli animali.
di Massimo Stefano Russo - mercoledì 25 novembre 2020 - 613 letture

La consapevolezza della vita, dell’essere in vita è l’essenza che ci distingue dagli altri esseri viventi, ma non è questo che ci rende superiori agli animali. Da esseri umani siamo gli unici tra i viventi a piangere i nostri morti, seppellirli e ricordarli, anche se il nascere e il morire non sono più esclusivamente eventi naturali. Nel voler dimenticare la nostra condizione di essere mortali l’imperativo di vivere bene e poter aspirare a realizzare una vita felice oggi più di ieri lo si consegna alla sicurezza sanitaria. Se la vita, in quanto bene primario, va difesa e tutelata in assoluto in questa ottica a occuparsi sempre più del “corporale”, in relazione alla popolazione e alla sua salute, è sempre più il potere politico, coadiuvato dal sapere degli esperti chiamati a raccolta.

Di fronte all’essere umano che da tempo saccheggia la terra in modo selvaggio, a presentare il conto è la natura che si difende e reagisce con tutta la sua forza. L’inquinamento è diventato un problema molto serio e non è un caso se alcuni virus diventano aggressivi e trovano un terreno fertile per diffondersi.

I virus non sono nemici nuovi, nel loro essere invisibili e insidiosi, dobbiamo rimparare a convivere con essi e accettare di sacrificare molte delle nostre libertà. Si può dire oggi che il virus abbia una carica bassa, circoli debolmente e si sia adattato a noi? Può il distanziamento fisico nei rapporti umani diventare la norma e non l’eccezione? Di fronte a una vera e propria svolta antropologica quale comunità umana può fondarsi sulle nuove misure di distanziamento fisico tra i corpi che, nell’essere fatti di carne fanno di tutto per sfuggire alla sorveglianza digitale?

Una società senza contatti è impossibile, a partire dal lavoro la cui dimensione sociale necessita di un luogo per esprimersi. E sopratutto qual è oggi la funzione del governo? Di fronte a tutto ciò l’esecutivo è chiamato a governare politicamente e la funzione del governo, non può essere ridotta a gestire l’emergenza con atti amministrativi formulati dal potere esecutivo. Il rischio nel lungo periodo è di un indebolimento progressivo della democrazia rappresentativa, con il Parlamento sempre più ridotto a ratificare decisioni prese altrove.

Se la sicurezza - che viene prima di ogni cosa - diventa la tecnica del governo, saranno le ragioni di sicurezza a richiamare il dovere di imporre la sospensione delle libertà, dei diritti e di tutte le garanzie frutto delle leggi e dei dettati costituzionali? E’ l’insicurezza a generare la necessità di quelle misure di sicurezza, ritenute eccezionali in quanto giustificate dall’emergenza.

Nel momento in cui l’emergenza si manifesta non si tratta solo di garantire l’ordine, ma, nel capire il disordine che deriva dalle emergenze, bisogna ritrovarsi pronti e capaci quanto più possibile di prevenirle e soprattutto di intervenire e saperle gestire. Le alluvioni, gli attentati terroristici, le epidemie, i terremoti sono tutti fenomeni eccezionali ed emergenze. Ma nel voler riportare la situazione in una condizione di normalità in breve tempo, è possibile che l’emergenza stessa sia utilizzata anche per modificare forme di interazioni e di normalità consolidate nel tempo? Si dichiara che l’obiettivo terapeutico va raggiunto monitorando e indirizzando la curva di morbilità e mortalità, ma il modello economico liberista è un perfetto riferimento da seguire per governare le emergenze?

Sono i bollettini quotidiani e i mass media ad allertare la popolazione, con le misure eccezionali che in quanto tali comprovano il perdurare di una situazione di emergenza. Si può costruire il proprio consenso politico sul tema pandemico e sull’esistenza di un pericolo mortale e di fronte a situazioni drammatiche soprattutto chi e come decide?

Di fronte alle crisi e alle emergenze si tende a giustificare il proprio ruolo e il proprio operato, appellandosi all’azione razionale e all’agire ineluttabile, richiamando l’oggettività della ragione scientifica al di sopra delle parti. (Da quando “l’emergenza sanitaria” ha iniziato a sovrastare “l’emergenza migranti” Salvini ha incominciato a perdere consensi). Nella pandemia l’incubo è la tirannia postmoderna che, con tutta la sua pervasività tecnologica nell’intervenire sui corpi e la vita degli individui, richiama la salute della popolazione. Le scelte emergenziali del governo, se prolungate nel tempo, rischiano di diventare fortemente lesive delle libertà degli individui e non si può approfittare dello stato emergenziale per una legittimazione politica. Se il virus per essere sotto controllo richiede norme e procedure da stato emergenziale cosa potrà accadere se si dovrà prolungare l’emergenza?

Il caos, il disordine, l’emergenza si possono gestire e governare solo per decreto? Chi vince con il virus e chi ne esce sconfitto? Siamo proprio sicuri che a essere sconfitti dal virus siano in primo luogo, sul versante politico, i sovranisti, cioè quanti si considerano appartenenti a una comunità, una nazione, uno Stato, a differenza di quanti si ritengono senza distinzioni di sorta cittadini del mondo? Come considerare che ogni Stato, assente in Europa una strategia comune, ha affrontato per conto proprio le misure di contrasto?

Il contagio globale lo si è affrontato localmente, senza saper tenere conto che l’interdipendenza reticolare globale, nel crearsi dell’emergenza sanitaria che ricade poi gravissima sul piano sociale ed economico. Basta ciò per considerare il virus l’effetto della globalizzazione? La globalizzazione ha generato non pochi problemi e nell’incapacità di risolverli li scarica sul locale e c’è tutta una fragilità che va messa in relazione con l’economia neoliberale e i suoi valori di mercato. Oggi gli Stati investiti dall’emergenza epidemiologica hanno reagito in modo diverso l’uno dall’altro e ogni Paese, rinchiuso nei propri confini, ha adottato proprie soluzioni. Le Regioni, in un momento di grande difficoltà, affermano di trovarsi da sole nell’affrontare una situazione inedita. Nell’emergenza gli strumenti della globalizzazione sono inutili?

Nel passato, con pandemie anche di proporzioni maggiori rispetto all’attuale, il rischio era localizzato e non globale. Quando si dichiara lo stato di emergenza si riconosce l’esistenza reale di un pericolo attuale e presente, non proiettato in un probabile futuro immaginario. Quale interesse avrebbe un governo a prolungare uno stato di emergenza, in assenza di uno stato di emergenza? L’emergenza permanente potrebbe servire solo alla politica virale, di bassa lega di chi vuol far valere indiscriminatamente una logica sicuritaria, incapace di esprimere una valida strategia di governo.

L’incubo di Foucault era quello di dover vivere in uno stato di emergenza permanente, ma senza un’emergenza reale. Poiché la politica non decide la fine del virus, si può trasformare lo Stato di diritto esclusivamente in uno Stato terapeutico dove le decisioni vengono prese dai medici? Si può salvare la vita, ma rinunciare a viverla, per la paura di perderla, in quanto potenzialmente potremmo essere tutti contagiati? L’uso della mascherina, diventata un simbolo di riconoscimento per evitare lo spargimento del virus, è stato alla fine interiorizzato, ma basta l’isolamento fiduciario, domiciliare, per evitare in seguito il ricorso al ricovero in ospedale?

Non dobbiamo dimenticare che è il rifiuto, con i propri comportamenti, dell’isolamento individuale che costringe a decretare l’obbligo all’isolamento, per evitare gli assembramenti dove la malattia del singolo diventa un pericolo collettivo di malattia per tutti gli altri. Se paventare il rischio che si possa alzare pericolosamente l’asticella del controllo sociale, porta a sostenere che si alimenta la paura del virus, per ottenere consenso sociale, oggi onestamente chi può dire che in Italia ci sia una emergenza democratica? In realtà il rischio drammatico è di una emergenza sanitaria ed economica e in questo contesto non ha senso trasformare ricercatori e scienziati in opinionisti in contrapposizione tra di loro.


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