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Violenze e torture, Stati Uniti sotto accusa


Occorre ricordare che la prima, elementare forma di rispetto per le donne, islamiche e non, consiste nel non ucciderle e non torturarle, non uccidere i loro bambini, non uccidere e torturare i loro uomini?
mercoledì 25 maggio 2005, di Redazione - 3033 letture

La sequenza è impressionante, e catastrofica per l’immagine degli Stati Uniti. Nell’arco di poco più di due settimane si sono succeduti i seguenti fatti:

- il soldato che nell’ottobre 2004, sotto l’occhio di una telecamera, aveva ucciso a sangue freddo un ferito inerme in una moschea nel corso della battaglia per Falluja, è stato scagionato;

- lo stato maggiore dell’esercito ha emanato un nuovo regolamento per gli interrogatori che, sostanzialmente, vieta di torturare (evidentemente non era vietato prima), ma non di terrorizzare (fear up) i detenuti;

- gli alti gradi militari responsabili delle torture ad Abu Ghraib sono stati tutti scagionati, mentre soltanto alcuni soldati e graduati hanno subìto una sentenza di condanna, ma a pene talmente miti da assomigliare piuttosto ad assoluzioni;

- un rapporto interno militare, portato a conoscenza da Newsweek (numero del 9 maggio), riferisce di un gesto di profanazione del Corano (gettato nel bagno per umiliare un prigioniero), causando una serie di tumulti e conseguenti repressioni in molti territori islamici, e provocando la morte di decine di persone. Sotto la pressione della Casa bianca, il settimanale americano ritratta, ma la notizia viene confermata da altre fonti (ultimo il Los Angeles Times del 22 maggio);

- un tabloid inglese diffonde immagini di Saddam Hussein in mutande: è un atto contrario alle convenzioni di Ginevra, che impongono il rispetto nei confronti dei prigionieri, e suscita la reazione rabbiosa della popolazione sunnita irachena (si ricordi che Saddam è detenuto in un carcere segreto sotto il ferreo controllo militare americano);

- Il 20 maggio, il New York Times pubblica un dossier raccolto dall’esercito, secondo il quale nel carcere annesso alla base militare americana di Bagram in Afghanistan, fin dal febbraio 2002 (quando la guerra in Iraq non era ancora iniziata), venivano praticate sistematicamente torture eguali e peggiori di quelle commesse ad Abu Ghraib e Guantanamo. Inoltre, si aggiunga che i due uomini morti a causa delle sevizie subìte per numerosi giorni, pare fossero stati arrestati per caso senza alcuna precisa accusa nei loro confronti;

- sempre nello stesso carcere, la Croce Rossa Internazionale ha denunciato la pratica illegale dei “prigionieri fantasma”, persone detenute non registrate, che vengono fatte sparire durante le ispezioni per nasconderle agli osservatori internazionali.

Le Nazioni Unite, la Croce rossa internazionale, le più autorevoli organizzazioni umanitarie, hanno emesso una durissima condanna di questi comportamenti, contrari al diritto di guerra e alle convenzioni internazionali (di cui gli Stati Uniti sono firmatari), chiedendo al governo americano di porvi fine. Perfino il fido Hamid Karzai, il presidente afgano difeso dai guardiaspalle della americana DynCorp, è stato costretto a protestare e ad annunciare che chiederà spiegazioni al presidente Bush nel corso della sua visita di questi giorni negli Stati Uniti.

In tutto questo il governo italiano, pure presente sia in Iraq che in Afghanistan con propri contingenti militari, non si è minimamente pronunciato. Il generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio, che ad agosto assumerà il comando delle truppe della NATO in Afghanistan, in un’intervista al Sole 24 Ore di domenica non menziona nessuno degli episodi di cui si sono resi responsabili i nostri alleati e suoi commilitoni americani, “con i quali -afferma del Vecchio- gli scambi sono molto positivi e importanti”. Ancora una volta, come ai tempi della denuncia delle torture (e di un omicidio a sangue freddo) nel carcere di Nassiriya (allora come adesso sotto responsabilità italiana), i militari italiani, il governo italiano, i ministri degli esteri e della difesa, non vedono, non sentono, non parlano.

Se paradossalmente si trattasse di una campagna pubblicitaria, per il governo americano sarebbe la più disastrosa mai ideata, e la più efficace per gli insorti iracheni e per i fondamentalisti anti-occidentali di tutte le denominazioni, in tutte le parti del mondo. Ma non lo è. Non si tratta di propaganda (negativa o positiva a seconda dei punti di vista), ma di fatti che disonorano i militari che li compiono,e i loro alleati che stanno a guardare senza dire nulla.

La lettura delle carte pubblicate da Tim Golden sul New York Times (20 e 22 maggio) fornisce un quadro agghiacciante di sadismo, degno dei peggiori torturatori nazisti o latino-americani: l’accanimento da parte dei militari statunitensi contro uomini inermi tenuti appesi al soffitto per giorni con la testa coperta da un cappuccio, le percosse sistematiche, gli arti spezzati, le “ispezioni” rettali, la violenza fisica applicata con derisione e leggerezza, e spinta fino alla morte dei detenuti.

Nell’esaminare il cadavere di uno dei detenuti, un giovane autista di taxi dalla corporatura minuta, il medico militare incaricato dell’autopsia ha dichiarato: “La morte è sopravvenuta per arresto cardiaco a seguito dei violenti colpi inferti agli arti inferiori; il tessuto delle gambe del giovane era ridotto ad una massa informe.” Poi aggiunge: “Ho visto ferite simili soltanto su una persona che era stata travolta da un autobus.” Nonostante questo rapporto, il comandante delle truppe americane in Afghanistan, generale Daniel K. McNeill, liquida il caso come morte per cause naturali.

Dopo pochi mesi, tutto il gruppo di torturatori della 525a brigata, 519° battaglione dell’intelligence militare, al comando del tenente (ora promossa capitano) Carolyn A. Wood, viene trasferito ad Abu Ghraib per continuare ad applicare sui civili iracheni le stesse tecniche di interrogatorio messe a punto a Bagram.

In questo contesto di umiliazione e di repressione indiscriminata, di condanna a parole e di assoluzione nei fatti dei comportamenti più aberranti, ci si può stupire se il terrorismo iracheno ha raggiunto le forme estreme che conosciamo e se trova giustificazione, o accettazione, anche tra la gente comune non direttamente coinvolta?

Uno studioso del fenomeno terrorista, Robert A. Pape, dell’Università di Chicago, ha analizzato in un volume di prossima pubblicazione (Dying to Win: The Strategic Logic of Suicide Terrorism) gli attacchi suicidi verificatisi in tutto il mondo dal 1980 al 2003. Su 315 di questi, in cui hanno perso la vita l’attentatore e almeno una vittima, 301 non sono risultati motivati da fanatismo religioso, ma da una “laica”, per quanto esecranda, strategia politica e militare: in Cecenia, in Kashmir, in Sri Lanka, in Libano, in Israele, così come in Afghanistan e in Iraq, i terroristi suicidi hanno un obiettivo “razionale”, quello di porre fine all’occupazione da parte di una potenza straniera o di un regime dittatoriale, che nega loro l’autonomia cui ritengono di avere diritto. Insomma, è l’occupazione militare americana (e occidentale) che “provoca” il terrorismo, lo alimenta e lo rende accettabile agli occhi di chi lo compie come strumento di lotta politica e militare, non viceversa. Non solo il fatto dell’occupazione e della repressione, ma il modo: umiliare, torturare, uccidere indiscriminatamente, non solo è contrario al diritto di guerra (lo jus in bello che anche gli Stati Uniti in un’altra stagione storica contribuirono a sviluppare come temperamento della ferocia delle armi), ma è controproducente perché alimenta il furore dei resistenti e il senso di dignità ferita della popolazione.

Risibile e inefficace, in questo contesto, appare anche il viaggio “di buona volontà” in Medioriente della consorte del presidente Bush, con un messaggio propagandistico rivolto alle donne islamiche. Occorre ricordare che la prima, elementare forma di rispetto per le donne, islamiche e non, consiste nel non ucciderle e non torturarle, non uccidere i loro bambini, non uccidere e torturare i loro uomini?


L’articolo di Stefano Rizzo è stato pubblicato su www.aprileonline.info n° 267 del 25/05/2005.

Rispondere all'articolo - Ci sono 1 contributi al forum. - Policy sui Forum -
> Violenze e torture, Stati Uniti sotto accusa
7 novembre 2005, di : luca

vero giusto avete ragione. Quando si interrogano i terroristi e i possibili terroristi che eroicamente si fanno saltare in aria nelle nostre metropolitane e nelle nostre strade uccidendo donne e bambini e uomini e chi cazzo viene prima, bisogna prima di tutto farli accomodare in una comodissima poltrona, poi cominciare a preparare il caffe e offrire loro un bel sigaro cubano, solamente così loro parleranno e ci diranno dove sarà il prossimo attentato o chi sono i loro complici.
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