Via lo scansafatiche dall’ufficio

di Vincenzo Raimondo Greco - venerdì 11 luglio 2014 - 2660 letture

Siamo una squadra”, “ci troviamo nella stessa barca”: è quello che i dipendenti pubblici si sentono spesso dire dal loro capo. E’ il cosiddetto “team work”, il lavoro di gruppo dall’aria vagamente conviviale e familiare: si pranza insieme, spesso in ufficio; ognuno porta qualcosa e la divide con il resto del gruppo. La regola è che tutti devono lavorare per un obiettivo comune; ma non di rado si è costretti a fare i conti con l’infiltrato: colui che beneficia di tutto senza offrire nulla, neanche il suo lavoro. Gli inglesi li chiamano “slacker”, scansafatiche.

Le loro ore lavorative li trascorrono al computer, giocando e leggendo i giornali on line; programmandosi qualche vacanza o tentando la fortuna con un sistema al totocalcio, frequentano il bar in cerca di qualche collega con cui intavolare una discussione sui massimi sistemi. La loro giornata la passano in questo modo ma inizia nel peggiore per chi è costretto a conviverci. Tono di voce inizialmente alto con il quale si lanciano anatemi, condanne e accuse, quasi ad intimorire l’interlocutore e a frapporre una barriera con l’ascoltatore obbligato. Poi si passa ai successi sessuali, ai problemi coniugali e familiari, alla situazione scolastica dei propri figli, agli impegni finanziari da affrontare. Insomma, il malcapitato di turno diventa un semplice sfogatoio. Di lavoro, neanche l’ombra.

Sono proprio queste persone la malattia della pubblica amministrazione. Il motivo? Elementary, my dear Watson, ripeteva spesso il celebre Sherlock Holmes al suo fido John H. Watson. Per due motivi: il lavoro che questi signori non svolgono grava sulle spalle degli altri colleghi; la copertura di cui godono va dagli stessi colleghi schiavizzati, spesso a loro insaputa, ai diretti superiori ai quali basta raggiungere l’obiettivo senza curarsi delle modalità.

E’ come essere in guerra: se l’ordine è di raggiungere e tenere la collina non ha importanza quanti morti si lasciano sul percorso; ma questo capita in guerra e il discorso non è assimilabile nella vita civile.

Per queste sanguisughe umane vi è un generale tasso di impunità nonostante, scrive sul suo blog Michele Martone, ex viceministro del governo Monti, ci siano le leggi e i contratti collettivi; e questo accade in barba alla tanto sbandierata disponibilità di tutti, sindacati compresi, a premiare i meritevoli e punire gli scansafatiche.

Un’attenzione che diventa tutela dello sfaticato ad ogni costo; persino nell’elargizione generalizzata del premio di incentivazione, nel trattamento premiante in occasione di trasferimenti o mobilità interna, nell’incarico di mansioni superiori.

Insomma più non lavori più hai da guadagnare! Cosa fare? Innanzitutto bisogna liberarsi da questa atavica questione culturale che sposa “senza se e senza ma” la tolleranza verso il proprio collega. In secondo luogo va migliorato il sistema di valutazione della dirigenza, dei capi ufficio e dei singoli dipendenti. Serve più sostanza e meno fuffa. Infine, bisogna abituarsi all’idea della mobilità obbligatoria e, se necessario, del licenziamento. Si resta in servizio solo se si contribuisce al miglioramento dello stesso. Il lavoratore che resta, senza doversi portare sulle spalle un peso non suo, sarà più motivato e meno stressato. Questa è la strada maestra per ridare lustro ai tanti uffici della pubblica amministrazione.

Vincenzo Greco già coordinatore della RdB Università di Salerno Portavoce nazionale del CNUSUER (Coordinamento Uffici Stampa Università e Enti di Ricerca)


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