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Via i bambini dalla guerra!

Ammettendo di non dire niente di nuovo ci piace sempre usare il condizionale perché i bambini "non dovrebbero mai entrarci". Usiamo il condizionale perché molti, e sembra ormai una moda, li inseriscono indifferente tra gli "effetti collaterali" e tra gli "errori di percorso". Quando, per colpa della guerra muore un bambino, non era iracheno, non era palestinese, non era solo israeliano. Era sopratutto un innocente.

di Piero Buscemi - martedì 16 dicembre 2003 - 7333 letture

Mentre le televisioni del mondo hanno trasformato in un talk-show l’annuncio diramato dall’agenzia iraniana Irna, sulla cattura di Saddam Hussein a Tikrit, città irachena che ha dato i natali al dittatore; mentre altre autobombe hanno provocato la morte di almeno altri 30 morti tra poliziotti iracheni e civili, ci sembra doveroso affermare, pur ammettendo di non dire niente di nuovo, che in tutto questo i bambini non dovrebbero mai entrarci! Usiamo il condizionale perché molti, dietro motivi più o meno legittimi, legati a democrazie da ripristinare e Pace da distribuire con la Guerra, li inseriscono tra gli "effetti collaterali". E quando parliamo di bambini, abbiamo l’ingenuità di affermare, che quando ne muore uno per colpa della guerra, non era solo un iracheno, non era solo un palestinese, non era solo un israeliano. Era sopratutto un innocente.

Erano degli innocenti, i tre bambini uccisi a Ghazni nel sud dell’Afghanistan, il 6 dicembre. Morti per una "svista" di un’intelligente raid americano, che a caccia di miliziani Talebani, ha abbattuto un edificio distruggendo una famiglia di otto persone, tra le quali i tre bambini.

Erano degli innocenti, i nove bambini ritrovati il 7 dicembre, vicino a Kabul. Erano distesi accanto ad un "probabile" terrorista (obbiettivo della missione USA), quando l’esplosione li ha sorpresi a condividere il breve destino di una morte assurda.

Erano degli innocenti, i sei bambini schiacciati da un muro crollato vicino a Gardez, nell’est dell’Afghanistan, il 10 dicembre. La dinamica sempre la stessa: azione americana contro presunti militanti di Al Qaeda. Risultato: disagio ed incertezze di fronte ad una storia di morti "giuste", che talvolta implicano sacrifici inevitabili. Questo è, almeno, il parere del colonnello Bryan Hilferty, che avremmo voluto ascoltare, in una meno probabile constatazione di morte, di figli americani. Perché la guerra, gli Stati Uniti hanno imparato bene a condurla fuori casa. Lontano da perdite "ponderate", che i manuali di West Point hanno inculcato ai coraggiosi marines e non solo (vedi Bin Laden). Lontano da calcoli economici, troppo evasivi ed imprecisi, per da loro credito. Come quelli comunicati dal Ministero della Guerra inglese, che ha lasciato qualche dubbio sull’antieconomicità di un progetto di "democrazia per tutti", da portare a termine ad ogni costo.

Kofi Annan, forse impaurito dai 5,5 miliardi di sterline spese dalla Gran Bretagna per la "missione umanitaria" in Iraq e in Afghanistan, ha dichiarato che la presenza di militari in questi due martoriati paesi, dovrà essere mantenuta ancora per molto tempo, valutato intorno ad un ventennio. Il segretario delle Nazioni Unite ha aggiunto che, tutto questo rappresenta una spesa futura difficilmente sostenibile. Il sospetto che la diagnosi di Kofi Annan non sia molto lontana dalla realtà, lo ha fomentato il discorso alla nazione che Bush junior sta propinando a scadenze regolari, al popolo americano e al mondo intero. I suoi progetti avveniristici di una "induring freedom" da estendere in ogni angolo del Globo dove "...ci sia un folle dittatore e un popolo che soffre", la dice lunga sui prossimi vent’anni, che il Presidente americano ha stimato necessari, per completare l’opera di risanamento mondiale. Purtroppo, in questo suo sogno "americano", sarà ancora lunga la lista delle vittime da sacrificare per la giusta causa.

Adesso che Saddam Hussein, il Signore del Male, si è consegnato alla giustizia e che la politica preventiva di Bush reclama la sua giustificazione da consegnare alla Storia, vogliamo chiudere attirandoci addosso le critiche di quanti vedranno nel nostro sfogo, solo un demagogico tentativo di strumentalizzare un’annosa tragedia. Vogliamo provare a renderla umana, la guerra, rivendicandone un diritto di cronaca. E lo vogliamo fare, rivolgendoci a coloro che da sempre sono impegnati in iniziative umanitarie (Telethon è un esempio fra i tanti) e che cercano di dare una speranza a chi l’ha persa da tempo. Vogliamo soffermarci sulla promessa di libertà, fatta senza richiesta, che un arrogante mondo occidentale, pretende di mantenere. Perché viviamo in una paese sensibile alla sofferenza e detentore di fittizie risoluzioni di pace. Un paese distratto che troppo facilmente dimentica. Dimentica che, i bambini che giocano a piedi scalzi sulle montagne d’immondizia nelle strade polverose di Kabul o di Bagdad, sono gli stessi ai quali abbiamo "promesso" un futuro con le scarpe per poi regalar loro, una protesi di consumo appesa ad un paracadute di aiuti umanitari. Dimentica che, un bambino non capirà mai perché gli adulti gli hanno costruito un muro per proteggerlo dai pericoli, mentre lui pretendeva solo di restare a giocare anche se il suo compagno di giochi, era un palestinese. Dimentica che, la guerra di questi ultimi cent’anni, non la combattono più soltanto uomini travestiti da eroi se i cimiteri continuano a riempirsi di piccole bare bianche. E tutto questo, ancora una volta: in nome di Dio!


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> Via i bambini dalla guerra!
29 dicembre 2003, di : Puccio

Caro amico Piero, ti rispondo con le parole di Tolstoj:

"Non vi è fetore al quale l’olfatto non finisca per abituarsi, non vi è rumore al quale l’udito non possa assuefarsi, nè mostruosità che l’uomo non abbia imparato a considerare con indifferenza." L. N. Tolstoj

    > Via i bambini dalla guerra!
    12 giugno 2004, di : Gianni Fusco

    Forse Tolstoj ha ragione, per quanto riguarda il fetore e l’odore, e forse è anche vero che ci si abitua anche alle mostruosità, ma tutto questo vale, deve valere, per gli animali, o per gli uomini di tale consistenza. Non per quelli che, pur abituati, sono consapevoli che il fetore, il rumore e le mostruosità sono esattamente questo, fetore, rumore e mostruosità. E allora fanno delle scelte.