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Via Castellana Bandiera

Una sfida western al femminile ambientata in un vicolo di Palermo
di Orazio Leotta - martedì 17 settembre 2013 - 3119 letture

Regia di Emma Dante. Con Elena Cotta, Alba Rohrwacher, Emma Dante, Renato Malfatti (Ita/Svi, 2013, drammatico, 94 min.).

Emma Dante, classe 1967, palermitana, la_regista_Emma_Dante affermata regista teatrale con al suo attivo finanche una “Carmen” al Teatro alla Scala di Milano, esordisce al cinema con “Via Castellana Bandiera” tratto dal suo omonimo romanzo del 2009. La storia necessitava di un palcoscenico diverso dal teatro ed è per questo che la regista, per una volta, si scommette (con successo) dietro la macchina da presa; difatti, per una resa migliore, la storia necessitava di polvere, strade, carnalità, tanto da divenire naturale il passaggio sul grande schermo.

In una periferia degradata di Palermo, in un budello di strada, s’incontrano nei sensi opposti di marcia due auto: in una ci sono Clara e Rosa, nell’altra Samira, anziana donna di Piana degli Albanesi. Nessuno vuole cedere il passo e il traffico si blocca quando altre auto s’incolonnano. Il finale è chiaramente tragico ma è di una sorprendente sapienza registica.

Quando ormai il fattaccio è successo e tutti gli abitanti del quartiere corrono verso il luogo della tragedia, la strada agli occhi dello spettatore diventa improvvisamente larga, come a dire che le strade della vita sono di per sé larghe, c’è posto per tutti, grandi, piccoli, diversamente abili, coppie gay (Clara e Rosa si amano), basta volerlo, basta aprirsi agli altri e seppellire stupidi orgogli e prese di posizione inutili. Le donne al volante che nel corso del film parlano poco ma molto ricorrono alla mimica, si guardano in cagnesco e mentre insistono nel loro risoluto intento di non cedere, lentamente, senza accorgersene, stanno cambiando dentro, stanno prendendo atto della loro mostruosità e ottusità (come il Minotauro che si guarda allo specchio e riconosce il mostro che è in sé).

Il film è ambientato nella periferia di Palermo, ma in esso più che uno stato geografico viene raccontato uno stato dell’essere, ove il ragazzino – il nipote di Samira – è dipinto come l’unica persona illuminata del quartiere, che riesce a parlare un’altra lingua, il messaggero di speranza, la fiammella di una società che può migliorare, ma dipende sempre da noi far diventare larghe quelle strade che apparentemente sembrano strette. In concorso alla 70° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile (Elena Cotta – Samira) e la menzione speciale per la miglior colonna sonora ai fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso.


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