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Valzer con Bashir


Tutto incomincia con un sogno, quello di Baaz, amico di Ari; anche lui aveva partecipato a quella guerra...
mercoledì 18 febbraio 2009, di Anna Colia - 342 letture

Valzer con Bashir. Regia di Ari Folman. Con Ari Folman, Lickey Leon, Ori Sivan, Yehezkel Lazaroy, Ronny Dayag.

Uscito nelle sale italiane il 9 gennaio scorso, ‘Valzer con Bashir’ si presenta agli occhi degli spettatori come un insieme di ricordi: quelli ricostruiti da Ari Folman, regista del film, militare diciannovenne in quel settembre 1982 a Beirut.

Tutto incomincia con un sogno, quello di Baaz, amico di Ari; anche lui aveva partecipato a quella guerra e ora non riusciva più a liberarsi di quei 26 cani che aveva ucciso, perché, abbaiando troppo, davano l’allarme ai villaggi palestinesi presi d’assalto dall’esercito israeliano. Ari, invece, aveva rimosso quasi tutto.

Incredulo di quanto poco ricordasse di quel periodo, decide così di raggiungere alcuni commilitoni, per farsi raccontare ciò che anche lui aveva vissuto. Anche questi, all’epoca poco più che diciannovenni, avevano ricordi sbiaditi, fatti di singoli episodi e di immagini traumaticamente personali: dal dolore dei cavalli agonizzanti in seguito a un bombardamento, alla danza di un soldato israeliano che, delirante, spara al cielo sotto una pioggia di piombo nemico tra i manifesti dell’appena morto presidente Bashir (da qui il titolo del film: Bashir è Gemayel, presidente del Libano, assassinato alla vigilia del massacro di Sabra e Chatila).

Un film d’animazione, in cui, partendo dalle caricature essenziali di Yoni Goodman, si arriva, in chiusura, alle immagini di repertorio, che raccontano, questa volta senza più buchi neri e con tutto il suo raccapricciante realismo, il massacro dei profughi palestinesi del campo di Sabra e Chatila del 1982.

Tra gli spunti: il valore terapeutico della memoria e i drammi personali di chi ha vissuto la guerra da giovane militare quasi inconsapevole delle proprie azioni. In Valzer con Bashir, c’è tutto: lo strazio dei morti e il dolore dei vivi; ma, soprattutto, c’è un soldato israeliano che, dopo aver ripercorso quei momenti dimenticati per il trauma, ricostruisce la “propria” storia e può, così, puntare il dito contro i propri superiori (nella fattispecie contro Ariel Sharon, allora ministro della difesa, che nel film viene mostrato indifferente al massacro) e contro le milizie falangiste al comando di quella missione-carneficina.

Ma, dopo tutto, colpevoli o non colpevoli, un numero impressionante di civili (700 secondo stime ufficiali, 3.500 secondo il giornalista israeliano Kapeliouk) non c’è più; resta, invece, l’orrore per quell’eccidio, che, come tanti altri, e non meno di altri, dev’esser ricordato per servire da monito.

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