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Ustica

Trentotto anni per ricominciare a darsi delle risposte. Le domande rimangono in fondo al mare, che non ha ancora restituito la verità promessa.
di Piero Buscemi - mercoledì 27 giugno 2018 - 1015 letture

Siamo invecchiati. Anche chi non riuscì a comprendere neanche lo sgomento in quelle immagini, che avremmo preferito in bianco e nero. Non ci hanno permesso di vestirci degli sguardi di chi rimase inutilmente ad aspettare almeno una falsa speranza.

Stiamo ancora qui a elemosinare una logica spiegazione a quanto accadde quel lontanissimo 27 giugno 1980. Una spiegazione che forse aprirebbe gli spiragli di una catena di misteri che servono soltanto, dopo decenni, a cerimonie da brevi trafiletti video dalle scalette dei telegiornali nazionali.

Ogni anno, con metodico sistema, quasi propagandistico, a ridosso della ricorrenza, ci annunciano l’avvicinarsi della verità. Quella che rischia di non bastare più a chi è rimasto bloccato nel tempo, dentro una squallida sala d’aeroporto mentre le notizie, sin dai primi minuti dalla strage, avevano già infangato la dignità di chi fu seppellito sotto quei metri cubi di mare.

Forse è stanchezza. Mentale. Forse, è solo una rassegnata diffidenza di chi si chiede perché Ustica debba essere considerata una morte privilegiata, meritevole, chissà poi perché, di una spiegazione logica. Forse, è solo il rispetto verso i familiari che attendono da trentotto anni le conferme di una ricostruzione dei fatti che, nei decenni, la magistratura con molta fatica, è riuscita a ricomporre.

Ci si sente sporchi, banali, a parlare di tutto questo. Non si riesce a soppesare dove il diritto di cronaca lasci lo spazio all’arrendevole vergogna di vivere in un Paese che ha disegnato la sua storia con una lunga striscia di sangue, senza sentire l’obbligo di doversi scusare, più che giustificare.

Potremmo diventare più superstiziosi. Aggrapparci a una interpretazione nefasta, collegata al mese di giugno. Potremmo seguire una folle cronologia degli eventi, che una settimana fa, ci ha fatto ricordare un altro mistero italiano, dietro il volto di una ragazza di quindici anni, scomparsa trentacinque anni fa, chiamata Emanuela Orlandi.

O pensare al 12 giugno, quando ci ha lasciato Luciana Alpi, la madre di Ilaria, che ha aspettato inutilmente ventiquattro anni per scacciare dalla mente un dolore, dilaniato dalla bugia e dal silenzio degli assassini della figlia.

Quel filo conduttore di ipocrisia e di menti che si lacerano. Un oblio che scava il passato per seppellirlo in una grande fossa di amnesia, dove nascondere anche il ricordo di esseri umani che hanno sfiorato la nostra vita, attraverso una pagina di giornale, trovandosi in un momento sbagliato e in un posto sbagliato, per giustificare la loro definitiva scomparsa.

Ci rimane una labile consolazione, che ci aiuta a liberarci del disagio provato, anche scrivendo questo pezzo, come una necessità, più nostra che di chi lo leggerà. Quella voglia interiore di svestirci da cronisti per vivere lo stato d’animo di chi ha vissuto, di chi è morto, sotto il peso di un inganno che allontana la rassegnazione davanti a un corpo sul quale piangere la morte del futuro di un’intera nazione, prima ancora di prendere coscienza di un destino da orfano di qualcuno...


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