I numeri parlano di una dato tanto semplice quanto allarmante: i centri storici italiani si spopolano di residenti, e si trasformano in contenitori di uffici e negozi di giorno e in “divertimentifici” di notte, le campagne diventano quartieri dormitorio
Al di là dei numeri, dei dati statistici, quello che sta avvenendo nelle città italiane è tanto semplice quanto allarmante: i centri storici si spopolano di residenti, e si trasformano in contenitori di uffici e negozi di giorno e in “divertimentifici” di notte. I prezzi proibitivi degli alloggi spingono gli abitanti in periferia, dove è necessario costruire dal nulla quartieri e servizi per i nuovi arrivati, consumando rapidamente aree verdi e splendidi paesaggi. Il variegato tessuto connettivo della convivenza sociale che ha formato borghi e città nei secoli si sfalda cedendo il posto a villette e palazzoni collegate da superstrade e centri commerciali.
L’allarme è stato lanciato da Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la bellezza, e Paolo Berdini, presidente dell’associazione Polis, al convegno sul tema “Sempre meno residenti nei centri storici, più cemento e asfalto nelle campagne”, svoltosi a Roma il 14 giugno.
“Nonostante la popolazione italiana cresca ormai pochissimo, nonostante che lo stock di abitazioni sia enormemente aumentato (oltre 120 milioni di vani) e gli alloggi vuoti o precariamente utilizzati siano centinaia di migliaia - dice Emiliani - le città edificate fino agli anni 20-30 del Novecento sono sempre meno abitate in modo stabile”. La media è di circa il 70% di residenti in meno. Le cause variano da città a città. Ad Urbino, ad esempio, si è creato un circolo vizioso legato all’aumento degli iscritti all’università locale. La città marchigiana rappresenta un caso limite di spopolamento: il calo dei residenti dentro le mura è uno dei più drammatici, pari all’86% rispetto al 1951, con la punta del 95% nel quartiere del duomo, di cui lo stesso Emiliani racconta i propri ricordi d’infanzia nel libro “Il fantasma di Urbino”. Quello che era un pezzo vivo di città oggi appare come un quartiere di istituti e istituzioni universitarie e di affittacamere per studenti. Lo stesso discorso vale per altre città universitarie come Perugia, dove tra il 1971 e il 1981 sono “fuggiti” oltre 5.000 residenti, e Viterbo, dove i residenti nel centro storico sono crollati nel decennio 1990-2000: da 19.000 a 10.000.
Altre città, recentemente diventate sedi universitarie come Cesena, hanno cominciato a fissare un “tetto” massimo agli iscritti per bloccare l’aumento degli affitti che spinge le giovani famiglie verso la periferia. Per le grandi città il problema è dovuto piuttosto alla mancata panificazione dell’assetto urbano. “In Italia si è persa la visione dell’urbanistica come interesse pubblico prevalente rispetto all’interesse privato - chiarisce Vezio De Lucia - Una volta esistevano politiche per i centri storici, dalla Carta di Gubbio all’esemplare restauro dei quartieri antichi di Bologna guidato da Pier Luigi Cervellati”. Nel 1960 la Carta di Gubbio stabiliva che l’intero centro storico è un monumento in sé, incluso il contesto sociale, e per questo il recupero deve occuparsi anche delle attività e dei ceti tradizionali. Cervellati fece sicuramente riferimento a queste indicazioni quando negli anni Settanta avviò il recupero della città emiliana utilizzando i fondi per l’edilizia popolare per restaurare le case in centro invece di costruire caseggiati in periferia. Il cuore storico di Bologna, sebbene accusi da alcuni anni un’inversione di tendenza, è ancora oggi un esempio di gestione urbanistica a livello internazionale. Grazie a un procedimento analogo anche il Centro di Genova è tornato a vivere. Dopo tanti anni di spopolamento, è stato avviato recentemente il recupero e il riuso, pianificato dal Comune, della zona del Porto Vecchio, divenuta sede di Facoltà universitarie, dell’acquario, ecc. il complesso dei tre rioni storici registra addirittura un lieve incremento dei residenti nell’ultimo decennio, a fronte di un continuo e consistente calo di popolazione nel Comune e nella Provincia.
Purtroppo anche le idee migliori senza un terreno fertile non producono risultati. È il caso di Taranto, dove il piano di restauro della antica “isola dei pescatori”, elaborato con intelligenza e competenza da Franco Blandino alla fine degli anni ’80 aveva dato risultati ammirevoli. Mancava però tra gli abitanti una cultura specifica ed era venuto meno il legame affettivo con quel quartiere. Dopo il problematico ripopolamento della zona, è avvenuta una vera e propria fuga di massa tra il ’71 e il 2001(- 78,33%).
Tutte le strade portano a Roma, anche quelle dell’abbandono del centro storico per una colonizzazione selvaggia della campagna. Il caso della capitale riassume gli aspetti problematici e anticipa l’evoluzione probabile delle altre città, se non si riuscisse ad invertire la tendenza: i processi di terziarizzazione, la grande distribuzione commerciale, l’aumento dell’offerta ricettiva turistica e la crescita della domanda di case da parte di studenti e immigrati con conseguente spopolamento del centro. Basta fare un giro tra Piazza Navona e Campo de’Fiori la sera. Deserti e al buio i palazzi utilizzati solo per uffici e negozi, affollati di turisti “mordi e fuggi” i rumorosi pub maledetti dai pochi (e insonni) residenti.
“La popolazione non solo è scesa nel cuore antico della città a livelli di allarme (da 370.000 abitanti a 120.000 in cinquant’anni) - precisa Paolo Berdini - ma ha vuotato anche i quartieri storici, e cioè le zone comprese all’interno dell’anello ferroviario. Da un decennio, poi, scende vistosamente anche la popolazione delle aree situate tra l’anello ferroviario e il grande raccordo anulare”. In altre parole, quella che fino a pochi anni fa era la periferia “speculativa” di Roma comincia ad essere essa stessa proibitiva per gli abitanti. Centinaia di migliaia di persone che lavorano in centro prendono casa nei comuni limitrofi: Fiumicino, Guidonia, Tivoli, l’area di Bracciano, si saldano col cemento alla città eterna formando una conurbazione fino a pochi anni fa tipica di realtà urbane “uniche” come Napoli. La conseguenza più evidente è lo spaventoso consumo di suolo agrosilvopastorale, di spazio verde. Lo splendido agro romano, decantato da tanti letterati, artisti e poeti nei secoli rischia di scomparire divorato dai 15.000 ettari di cemento previsti dal nuovo piano regolatore generale di Roma. Il fenomeno non riguarda solo la capitale: Secondo il Wwf, ogni anno dai 50.000 ai 100.000 ettari vengono sottratti al patrimonio agricolo e boschivo per essere ricoperti di cemento e di asfalto. Nell’arco di un ventennio (nella migliore delle ipotesi) perderemo dunque tanta terra agricola e forestale, per una superficie pari a quella della Puglia. Una conseguenza apparentemente meno diretta ma altrettanto allarmante dello svuotamento dei centri storici è l’aumento dell’inquinamento: sempre più persone sono costrette a spostarsi in macchina per raggiungere il posto di lavoro, per fare la spesa, per andare al cinema, con conseguente aumento di sostanze nocive nell’atmosfera.
Governare la città appare oggi come non mai una questione di scelte coraggiose e lungimiranti. “Etica. Il cuore del problema sta lì - interviene Francesco Scoppola, ex soprintendente ai beni culturali delle Marche - oggi l’area edificabile corrisponde ad un assegno in bianco. Il valore lo decide chi stabilisce cosa farci. Il cemento è una valuta forte, con caratteristiche inverse alla carta di credito: anziché essere compresso, il denaro viene volumizzato più possibile attraverso il cemento. Se il problema è morale - conclude Scoppola - abbiamo bisogno di buoni esempi”. Esempi che partano da un progetto profondamente etico, che restituisca i centri storici alla vita, come la Bologna di Cervellati.
Urbanistica e follia: i centri storici si svuotano, le campagne diventano cemento
5 maggio 2008, di :
Daniele Comoglio |||||| Sito Web:
Paese malato!
Eh si, il problema delle nuove costruzioni è presente in ogni angolo d’Italia.
I paesi dell’hinterland sono un tutt’uno con le metropoli e i centri storici in mano ai giovani balordi.
La gente se ne va dai palazzoni delle città, ed hanno pienamente ragione, ma cosi peggiorano solo la situazione complessiva: per andare a lavoro devono prendere le auto, vengono costruite strade e parcheggi, le aree verdi perdono di dimensione e pregio, vengono costruiti centri commerciali e negozi per chi sta in periferia e cosi si viene spinti a prendere maggiormente l’auto, anzichè il tram per andare al cinema in centro, anzichè usare le gambe per andare nei negozi del quartiere, sempre più in crisi. Tutto in funzione dell’auto.
Ci stiamo disumanizzando, siamo (in) un Paese malato! Ciò che doveva renderci liberi, l’auto, ci sta inghiottendo in un circolo vizioso!
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