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Uno stradivari in Sicilia

Le protagoniste del libro di Alfonso Marchese sono argute e licenziose in barba ad un ambiente attardato e distorto negli atteggiamenti e nella mentalità, retrograda e maschilista.
di silvestro livolsi - mercoledì 21 luglio 2004 - 4592 letture

Uno stradivari in Sicilia / Alfonso Marchese. - Roma : Stampa Alternativa, 2004. - 126 p., br. - (Margini). - 7,00 euro.

Sinora le donne di Mistretta le avevamo conosciute come dimesse, riservate e sottomesse, attraverso i racconti di Maria Messina. Adesso un insolito e piacevole romanzo di Alfonso Marchese, Uno stradivari in Sicilia, Stampa alternativa edizioni (Roma 2004, 7,00 euro), dedicato dall’autore alle donne di Mistretta, di queste ci dà un’idea affatto diversa rispetto alla scrittrice amastratina: le protagoniste del suo libro sono argute e licenziose in barba ad un ambiente attardato e distorto negli atteggiamenti e nella mentalità, retrograda e maschilista.

Con un linguaggio che, avvalorando quanto si scrive sul retro di copertina ’inaugura un nuovo, ustionante codice linguistico: barocco, espressionista, irresistibilmente comico’, Alfonso Marchese narra la vicenda di un Conte che ’naturalmente’ usa la sua domestica per i suoi bisogni sessuali e la ingravida; della sua contessa consorte che per reagire alla noia, ai tradimenti di una vita e di un marito, sposato per convenienza e che consuma esistenza e beni come in un continuo e vano giro di valzer, tra manie di casa e ozi di Circolo, intrattiene una relazione adulterina con il suo maestro di musica, facendosi da questo, anche lei ingravidare.

Marchese costruisce una trama dove alle due donne, padrona e serva, diverse ma alleate nella comune difesa della loro dignità, spetta conquistare alla vita e riscattare alla modernità, un’umanità arcaica (dove la tradizione è richiamata anche dalla scelta dei nomi: Mimì, Filippo, Rusina, Vincenzino ecc.) e dalle anguste preoccupazione, quali quella del pubblico decoro e della forme, in un paese dove il monotono passare dei giorni senza storia suscita la collettiva curiosità, costringendo alla fine i protagonisti, i mariti, all’acquisizione della consapevolezza che è meglio per loro accettare, con molto bon senso la vittoria dello spirito e dell’astuzia femminile, sulla loro ottusità. Così il testo diventa una divertente parodia della remota provincia siciliana (che nelle dovute diversità di scrittura e di intenti, ricorda lo ’Specchio delle mie brame’ di Alberto Arbasino, soprattutto nel rendere ironicamente quel sottofondo di kitsch che pervade spesso le descrizioni della Sicilia), dove vengono rimescolati i temi propri di una certa narrativa siciliana, centro-orientale: dai Mimi di Francesco Lanza ai grandi romanzi di Brancati.


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