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Uno si, tre no

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, solo un paziente su quattro guarisce dall’Ebola, ma la tempestività e l’assiduità delle cure può fare la differenza. (Articolo di Roberto Satolli, fonte rivista Emergency n. 73, dicembre 2014)
di Redazione - mercoledì 21 gennaio 2015 - 2913 letture

Guardo i malati dentro la tenda del Centro di cura per Ebola di Emergency a Lakka, in Sierra Leone. Stanno seduti o sdraiati sulle brandine. So i loro nomi, che ricorrono spesso uguali come capita nei paesi: Mandaray, Sesay, Bangura, Turey... Conosco l’età, il sesso, il lavoro che fanno: pescatore, giocatore di football, casalinga, disoccupato. Cerco di immaginare come vedono loro questa scena.

Sono attaccati ai monitor, ai deflussori, alle siringhe per infusione, ai cateteri vescicali e guardano a loro volta entrare e muoversi i medici, gli infermieri e gli addetti alle pulizie, tutti bardati come marziani. Li ascoltano urlare, in inglese o in italiano, le rilevazioni cliniche ai colleghi che ne prendono nota stando al di là della doppia rete che, come un pollaio, recinge la "zona rossa", dove solo Ebola è davvero padrone di casa. Tutti gli altri sono ospiti di passaggio.

Pochi riusciranno a uscire dalla tenda sulle loro gambe: uno si e tre no, dicono le statistiche ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità, per questa epidemia nell’Africa occidentale, la più grande dal primo focolaio registrato nel 1976.

I malati stanno male, alcuni molto male, e potrebbero morire da qui a poche ore, magari all’improvviso e senza che si capisca bene perché. Alcuni sono già in coma, o quasi, altri sono confusi e agitati, si strappano i fili e i cateteri. Anche quelli che sono svegli e calmi capiscono probabilmente poco di che cosa sta succedendo qui, di chi sono e che cosa fanno gli uomini e le donne che si muovono attorno a loro dentro lo scafandro.

Forse si sentono aiutati e curati, o forse hanno paura che venga fatto loro del male: l’aspetto dei soccorritori non è rassicurante, e il "full Personal Protection Equipment" (o PPE, come viene chiamato nel gergo tutto sigle della cooperazione internazionale) assomiglia a una caricatura della distanza crescente e delle barriere che la medicina tecnologica occidentale sta costruendo fra chi dovrebbe curare e chi ne ha bisogno.

Nessuno in realtà piò dire con certezza se le cure più o meno intense che vengono prestate dentro la tenda, siano adeguate e se siano sufficienti a cambiare la tragica sentenza: uno si e tre no. Perché dobbiamo ammettere che nessuno è in grado di capire sino in fondo che cosa succede dentro la tenda, almeno per ora.

Che ne sanno i malati, e che ne sappiamo anche noi al di qua della rete, di cosa sia un virus, e in particolare questo Ebola, e di come e perché dobbiamo farci i conti ora? Chi è istruito di scienza può dire molte cose su come è fatto questo minuscolo oggetto filamentoso, con un’anima di RNA e un involucro di proteine, e su come si moltiplica e produce danno. Apparentemente ne sappiamo molto, ma in realtà il costrutto mentale di virus è talmente astruso che non possiamo neppure dire con sicurezza se è materia viva o inerte. Se ne può discettare.

Invisibile o astratto, talmente piccolo da penetrare qualsiasi filtro, il virus sfugge alla comprensione, e finisce per essere personalizzato. Ci si chiede: dove si nasconde, dove sta andando, quali sono le sue intenzioni e le sue strategie, come si adatta ai nuovi ambienti, quale sarà la prossima mossa? Come si ci fosse un signor Ebola, o triliardi di tali individui, che agiscono, pensano, hanno progetti, astuzie, successi e fallimenti. In realtà non accade nulla di tutto questo. I virus sono ovunque e in nessun luogo, ciechi, sordi e indifferenti alle nostre paure e speranze come ogni altra cosa nell’universo, viva o inerte che sia.

E in questo angolo di Africa, il più massacrato da guerre, miseria, corruzione e ignoranza, con sistemi sanitari ridotti sotto i minimi termini, i filamenti di Ebola non hanno trovato ostacoli alla possibilità di moltiplicarsi ciecamente per mesi, nella quasi completa indifferenza del resto dell’umanità e delle sue istituzioni.

Sono usciti dalla foresta dove stavano acquattati in qualche ospite animale per la cui specie sono innocui, trovando per caso l’occasione di fare il salto in un corpo umano verso la fine del 2013 al confine tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, e da lì si sono sparsi, aiutati dall’aumento dei contatti. E da allora continuano quasi indisturbati, nonostante la flebile e tardiva risposta di governi, organizzazioni internazionali, volontariato e comunità scientifica.

Se avessimo una vista acuta come un microscopio elettronico, guardando dentro la "zona rossa" vedremmo brulicare ovunque questi oggetti filiformi, ripiegati come spaghetti spezzati, soprattutto dentro i corpi di chi sta male, ma anche nello spazio attorno, per terra, sugli oggetti dove si siano sparse anche minime quantità di liquidi organici, sulla superficie esterna delle tute. Magari li vedremmo anche sul corpo blu e arancio di qualcuna di quelle lucertolone (Agama agama è il nome assegnato loro da Linneo quasi tre secoli fa) che si aggirano nella terra di nessuno tra le due reti, come se fossero attratte dal regno di Ebola. Sicuramente vedremmo tantissimi filamenti nei corpi che giacciono in fondo al campo, nella tenda obitorio, avvolti in sudari di plastica e in attesa della squadra dei seppellitori. Queste sono fantasie, eccitate dall’aspetto surreale della scena. Neppure l’occhio acutissimo degli avvoltoi, che girano in cerchio sopra le tende del centro, può accorgersi della presenza massiccia di Ebola in quei cadaveri.

Mi volto indietro, verso la "zona verde", dove lavorano i medici e gli infermieri quando non assistono direttamente i malati. Qui neppure la vista di Superman dovrebbe trovare traccia di virus nelle persone e nelle cose. O almeno così tutti ci auguriamo - ieri, oggi e domani -, se le procedure di protezione sono rispettate senza eccezioni e senza un istante di disattenzione. In teoria, però, oggi potrebbe trovarsi qui con noi qualcuno che ospita già una certa quantità di copie di Ebola in incubazione, e ancora non lo sa, perché sta bene. La possibilità esiste, ed è già accaduto molte volte durante questa epidemia in Africa occidentale, come nelle precedenti, due volte nell’insieme dei due Centri di Emergency in Sierra Leone: l’ospedale chirurgico e pediatrico di Goderich, in funzione dal 2001 e l’Ebola Treatment Unit (ETU) di Lakka, aperto a metà settembre con 22 letti, che ha trattato sinora un centinaio di malati di Ebola.

Spesso, nei casi d’infezione che avvengono tra chi lavora nei centri di Ebola, non si riscontra nessuna apparente violazione delle procedure di protezione, per cui si pensa che il virus possa essere stato acquisito inconsapevolmente altrove, nel mondo là fuori dove, se potessimo vederlo, lo troveremmo qua e là, nei corpi delle persone solo infette o già malate e non ricoverate o dei cadaveri non ancora sepolti. Magari anche di qualche animale, come i pipistrelli della frutta o alcune specie di grandi scimmie, se ci spingessimo a entrare nella foresta. Questo pensiero mi fa paura quando mi troco in mezzo alla gente in luoghi affollati, come il mercato di Goderich o la ressa fuori all’aeroporto per caricare le valigie sui bus che portano al traghetto. Mi rasserena ricordarmi che il virus Ebola non esce facilmente dal corpo che lo ospita. Solo dopo un’incubazione che può durare da due giorni a tre settimane, comincia a moltiplicarsi in miliardi e miliardi di copie, cui il corpo malato reagisce con febbre alta, e spesso vomito o diarrea violenti.

A quel punto, e non prima, i filamenti cominciano a spargersi, con il sudore, la saliva, le urine, le feci, le secrezioni di qualsiasi mucosa, ma non sono capaci di andare lontano, per esempio viaggiando nell’aria con l’aerosol di uno starnuto o di un colpo di tosse, come fanno molti altri virus, dalla varicella al comune raffreddore. Solo toccando i fluidi carichi di filamenti e portandoli inavvertitamente a contatto con le mucose del naso, della bocca, degli occhi o con abrasioni della pelle (per esempio con una puntura accidentale), si consente al virus di entrare in un nuovo corpo, e in questo caso bastano anche poche copie per ricominciare il ciclo. Le particelle virali che restano fuori, in macchie di sangue o d’altro sulle superfici circostanti, ci possono mettere molto tempo, anche giorni, a dissolversi, ma non è facile che trovino la strada di una nuova vittima. Nel gergo degli esperti di malattie infettive, queste peculiarità si riassumono dicendo che l’Ebola è poco contagioso - perché solo per contatto diretto passa da una vittima all’altra, ma molto infettivo - perché basta anche una "carica" di poche particelle virali per dare il via all’infezione, all’incubazione e alla malattia, che poi risulta altamente letale.

La malattia si manifesta subito violentemente, e la sorte tra morte e guarigione si gioca spesso nel giro di pochi giorni, come in una gara tra la velocità con cui i filamenti prendono possesso delle cellule umane e quella con cui le difese della vittima riescono a organizzare una resistenza. Chi non muore a cavallo della prima settimana può farcela, a patto che nel frattempo non vengano meno le funzioni degli organi vitali, come il rene, il polmone o il fegato. Possono fare una differenza le cure che gli esseri scafandrati riescono a portare dentro le tende, con grande fatica e pericolo? Probabilmente sì, a patto che siano tempestive e assidue, quanto basta per seguire i repentini cambiamenti di fonte e per misurare gli interventi su quello che serve.

Si sarebbe potuta fermare la tragesia agendo per tempo a isolare i contatti dei malati, quando erano ancora pochi. Forse è troppo tardi per riuscire a farcela (anche se non si deve rinunciare a provarci), o forse il mondo è ancora in tempo a evitare che l’epidemia segua il suo corso, sino a estinguersi ancora una volta in modo "naturale", magari dopo aver tracimato in altri Paesi confinanti, come il Mali.

In ogni caso, le decine di malati che arrivano ogni giorno nelle ETU, hanno diritto di essere curati al meglio possibile, al pari di ogni essere umano, e di avere la massima possibilità di salvare la vita. Questo sarà possibile solo se medici e infermieri saranno disponibili a stare nella "zona rossa" tutto il tempo necessario. "Se la volpe non entra nel pollaio non prende i polli", sento ripetere spesso in questi giorni da Gino Strada. Potrebbe essere la chiave per capovolgere la situazione: tre sì e uno no?


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