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Ungheria ottobre 1956 – ottobre 2006

La registrazione di un discorso «riservato» del primo ministro socialista infiamma la destra. Ma Gyurcsány dice: «La vera questione della politica ungherese oggi è … chi è capace di smettere di dire bugie»
di T.M. - giovedì 19 ottobre 2006 - 3599 letture

Il 23 ottobre l’Ungheria dovrebbe celebrare unitariamente un giorno di ricordo. Tutti insieme: si vedrà se questo resterà un pio desiderio del Presidente della Repubblica Ungherese László Sólyom, rispetto al quale molti si affrettano a precisare “quell’intellettuale” e vai a capire a quale gradino sia posizionato, nel dato contesto, il significato del termine, oscillando esso su un continuum tra l’elogio e l’insulto. E vai a capire se il “tutti insieme” sarebbe l’ennesima “finzione a fin di bene” oppure la maturata condivisione di un puntino almeno su quella pagina di storia. Per esempio la visione “mai più in bianco e nero” – o forse in “rosso e nero”? – della storia contemporanea dell’est europeo (e non solo). Ma una lettura non nettamente di parte ora appare più lontana che mai.

Sullo sfondo di questa giornata nel 50° della “rivoluzione/controrivoluzione” dell’ottobre-novembre ’56 ci sono le piazze invase da mani-festanti della destra magiara che chiede la testa del governo di centro-sinistra. Perché il primo ministro e il suo Partito Socialista hanno detto bugie negli ultimi anni del loro precedente governo e poi hanno continuato a dire bugie durante la campagna elettorale per vincere. E non si può liquidare la faccenda con un “ebbe’? che c’è di strano?” oppure con un “la solita interpretazione malevola dell’opposizione” perché esiste un “corpo del reato”: la registrazione di una riunione di fine maggio del gruppo parlamentare socialista, la registrazione di una riunione non pubblica, “a porte chiuse”, opportunamente mandata in onda e stampata su carta nella parte in cui il primo ministro Ferenc Gyurcsány dice ai convenuti: sì, abbiamo raccontato un sacco di bugie, abbiamo fatto di tutto per nascondere la reale situazione del paese, abbiamo taciuto su quanto costerà a tutti il risanamento, per altro dovuto in base alle norme imposte dall’Europa.

Ad onor del vero, l’opposizione di destra che si era candidata al governo non è che non sapesse nulla sui conti dello Stato: ne faceva forza nella sua campagna elettorale, mentre – diciamo ancor più ad onor del vero – prometteva ai pensionati ungheresi la tredicesima mensilità e l’abbassamento delle tasse per tutti. Sapeva bene la maggioranza socialista e liberal-democratica a quale destra populista non intendeva cedere il governo del paese. Ma ora non è questo il punto.

Salvo qualche mia svista, la data di nascita del blog del primo ministro Gyurcsány, è il 31 gennaio 2006. L’immagine qui riprodotta accompagnava il primo post. Per questo modo di “colloquiare” con amici e nemici il primo ministro è stato oggetto di scherno; molti sostenevano (e sostengono) che non sia lui personalmente a scrivere. Qualche giorno dopo che “brani scelti” del suo discorso furono resi pubblici, sul blog era apparso il testo integrale della trascrizione di quella registrazione. Scriveva, Gyurcsány, di non andare fiero del linguaggio che aveva usato, ma di non rinnegare la passione con cui aveva pronunciato quelle parole. Scriveva: «Non è un male che sia saltata fuori quella registrazione. Perché la vera questione della politica ungherese oggi non è più chi quando non ha detto la verità ma chi è capace di smettere di dire bugie. Chi è che con sincerità, a volte in modo appassionato e talvolta anche sboccato ha il coraggio di confrontarsi con le bugie e le mezze verità degli ultimi 16 anni.»

Non è proprio un discorso da “giornata del ricordo”, quello trascritto dal nastro, e la sua traduzione è resa difficoltosa dal suo carattere non strutturato, non “scritto”. Quello che segue è pur sempre un “brano scelto”, parte di un ragionamento. Certo, è un’ “altra” parte rispetto a quella che ha portato la destra ungherese a riempire le piazze. Quei pochi o tanti che del ’56 ungherese (e polacca perché no?) hanno potuto farsi una conoscenza il più possibile obiettiva, forse converranno che non ne tradisce lo spirito. Mai più “bugie a fin di bene”.

« […] E io voglio dirvi per una volta sola, una cosa, tre minuti. Ve lo dirò al massimo un’altra volta. Fare politica è una cosa fantastica. Fantastica. È fantastico governare un paese. Personalmente ho potuto fare l’ultimo anno e mezzo perché mi spingeva e mi alimentava una sola cosa: ridare alla sinistra la fiducia che poteva farcela, poteva vincere. Che non doveva chinare la testa in questo fottuto paese. Che non doveva farsela addosso di fronte a Viktor Orbán e alla destra, che doveva imparare a misurarsi non con loro ma con il mondo. Era questo a darmi la fede, la ragione per cui vale la pena di fare tutto. È stata una cosa grandiosa. Mi appassionava. È stata la parte migliore della mia vita. Ora questa fede viene data dal fatto di fare la storia. Non per i libri di storia, non me ne fotte niente. Non mi interessa affatto se ci saremo, io personalmente, nei libri. Non mi interessa affatto. Faremo qualcosa di grande? Riusciremo a dire: per la miseria, sono arrivati quelli che hanno avuto il coraggio di farlo, che non stavano lì a cazzeggiare su come cavolo avrebbero fatto saltar fuori i rimborsi delle spese di viaggio, c****. Sono arrivati quelli che non stavano lì a cazzeggiare se avrebbero avuto o no i posti nelle autonomie locali, invece hanno capito che si tratta d’altro in questo fottuto paese. Che capiscono che vale la pena di fare i politici in questo inizio XXI secolo per fare un mondo diverso. Solo per quello. Per campare si possono trovare tanti altri modi. […]

Noi abbiamo paura di toccare una serie di evidenti bugie nella società perché temiamo le conseguenze che ricadrebbero su di noi. Ma, signore e signori! Il problema di un centinaio di persone e delle loro famiglie e dei loro conoscenti è un nostro problema. Ma non si deve fare politica perché ci si può vivere un casino bene. Perché abbiamo già dimenticato come si vive a fare i carrozzieri. Ma perché vogliamo risolverli [i problemi]. Del resto l’esperienza dei 4 anni trascorsi, l’esperienza del governo di Gyula Horn è che di solito non si cade per quello che si fa, o per quello che non si fa. - E allora per cosa, cavolo?... - [risate in sala - N.d.T.]

Bisogna partire. Bisogna sapere cosa si vuole fare. I primi anni saranno tremendi, è chiaro. Non ha importanza che sarà il 20 % della popolazione a votarci. [Si era alle soglie di elezioni amministrative – N.d.T.] L’estate scorsa, per la prima volta in 8 anni, secondo “Szonda” su 100 persone solo 18 diceva che ci avrebbe votati. L’estate scorsa, ragazzi! Un anno dopo abbiamo vinto. E se perdessimo popolarità non per le rotture di coglioni tra di noi ma perché facciamo le grandi cose della società? E allora non è un problema se perdiamo temporaneamente il consenso. Ce lo riprenderemo dopo. Perché dopo capiranno. E si potrà andare nei paesi tranquillamente, [per dire] l’abbiamo fatto, per la miseria. Non stiamo meglio tutti, adesso. Hanno ragione. Ma lui, lui e lui sì. E finalmente sono nati nuovi collegi [per studenti] in questo paese sgangherato. Di questo parla la politica. Non di chi di noi farà il borgomastro di quartiere e quanti vice potrà avere. È importante anche quello, lo so, non sono un ingenuo. Ma non è tra le 100 cose più importanti di questo paese. E siamo noi a decidere di quale di queste occuparci, noi. E il paese, io penso, meriterebbe – ma anche noi stessi – che ci occupassimo di quelle cose.»

Vedi: Gyurcsány-blog

La registrazione: Index.hu


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