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Una ’pioggia di sangue’ su Catania



giovedì 13 gennaio 2005, di silvestro livolsi - 1836 letture

Una guerra di clan, un traffico complicato e furbo di mafiosi in vari parti della Sicilia, è quello che scopre il vice-questore Aurelio Zen, trasferito in Sicilia, a Catania, nel corso della sua nuova avventura, raccontata dal giallista Michael Dibdin. Nella stessa storia, Aurelio Zen si trova a stare assieme a sua figlia - adottiva - anche lei a Catania, impegnata per la Divisine Investigativa Antimafia a creare una rete, interna alla struttura, di collegamento telematico informatizzato. La figlia, purtroppo, assieme alla sua amica, giudice, verrà uccisa perché scopre che un ’intruso’ naviga nella rete della Dia e ne carpisce informazioni, accedendo ai documenti segreti che i magistrati si scambiano tra loro. D’altro canto non va bene neanche a lui, Zen, perché alla fine del romanzo, Dibdin ci lascia con il dubbio: il suo eroe è stato ucciso in un attentato - che ricorda quello di Falcone, per modalità e luoghi - o si è salvato? Comunque la sua nuova storia è scorrevole e suscita le giuste curiosità del giallo senza trascurare gli spunti di riflessioni che una ’materia’ come il racconto di fatti dove mafia e politica sono intrecciati,, comporta. Così il romanzo Pioggia di sangue, edito da Passigli (2004,euro 15,90) si presta ad una interessante lettura e si snoda, nella trama, nella Catania del centro, tra Piazza Carlo Alberto e la via Garibaldi, tra la Via Etnea e Piazza Dante: dove cose e personaggi del luogo conservano le loro caratteristiche inconfondibili di una città solare e singolare- al vicequestore Zen, Catania, ricorda addirittura Venezia con - l’unica vera differenza era il rumore costante del traffico esterno, un runore tipico di Catania: lo stridere dei pneumatici sui blocchetti di lava lisci come ciotoli di fiume cui venivano pavimentate le strade, come i canali neri nei tratti a nord di Venezia -, - e non vengono ’piegati’ a banalizzazioni strumentali e stereotipate (come è accaduto in una recente fiction televisiva dove Catania è stata presentata come una sorta di far-west). Una bella descrizione fa Dibdin del luogo deputato all’osservanza delle leggi - come immagine simbolica e come costante consapevolezza della presenza delle ombre malefiche che pervadono la città - che merita di essere riportata: ’Il Palazzo di Giustizia in piazza Verga era un’imponente costruzione che risaliva ai tempi del fascismo e occupava un intero isolato. Accanto all’entrata principale si ergeva l’enorme statua raffigurante una figura femminile, ornata di corona, che rappresentava la giustizia che in teoria veniva dispensata all’interno del palazzo. Uno dei suoi palmi sporgenti sorreggeva una figura maschile, nuda e giubilante, mentre sull’altra mano una figura simile all’altra cercava di nascondere la testa, per vergogna o per paura. Entrambe le figure erano più o meno a grandezza naturale, mentre la Giustizia in persona era alta almeno dieci metri, e le sue vesti, che ricordavano vagamente quelle romane, scivolavano sul plinto di pietra sotto di essa. Le allusioni classiche continuavano sotto forma di ventiquattro pilastri rettangolari che sostenevano un portico decorativo che, nel clima politico del momento, dava l’impressione che il palazzo stesso fosse stato imprigionato, e stesse guardando fisso la città attraverso le sbarre della sua gabbia. Ma l’effetto che disturbava maggiormente era che, tranne per un’ora circa a mezzogiorno, i pilastri a entrambi i lati della statua proiettavano forti ombre verticali attraverso di essa, trasformando l’immagine della Giustizia in un’icona di qualche deità pagana del tutto indifferente alla gioia o alla rovina delle misere figure umane che sorreggeva sul palmo delle mani’.

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