La guerra dovrebbero raccontarla solo i bambini. Perché sono loro che la subiscono, senza richiederla. Perché sono loro che rinunciano forzatamente alla propria infanzia, gettati sulla polvere della follia degli adulti. Quando un proiettile vagante non tolga loro, neanche questo assurdo sacrificio.
Profi è un ragazzino di dodici anni. Ebreo, intelligente, sensibile al mondo che lo circonda. Un mondo racchiuso in un passato troppo recente per essere accantonato, ed un futuro ucciso da rivendicazioni nazionalistiche, che emergono dai corridoi dei campi di concentramento, con il fumo dei camini non del tutto spento nei ricordi dei sopravvissuti.
Profi è già adulto. Forse bambino non lo è stato mai. Né potrebbe mai permettersi il lusso di rivendicarlo. Lo è dalle prime pagine del romanzo di Amos Oz, quando si ritrova già sotto processo, in mano al giudizio dei suoi amici coetanei, partecipi per gioco, o forse no, di un domani incerto all’Olocausto.
In un momento storico per lo Stato di Israele, occupato dagli inglesi subito dopo la guerra, Profi e i suoi amici, emulando i movimenti clandestini sorti con l’obiettivo di dare agli ebrei la propria terra promessa, giocano alla “società segreta” nei loro giochi da bambino. E stabiliscono le loro regole di vita e di gerarchia, alle quali difficile sottrarsi. Rigide ed indiscutibili, per la rinascita di un popolo, perennemente perseguitato.
Profi ha tradito. Questa è la sentenza inappellabile. Ha tradito perché ha ceduto alle lusinghe del nemico. Ha accettato l’amicizia di un sergente inglese, conosciuto durante una sua fuga al coprifuoco. Con il nemico, Profi ha un appuntamento quotidiano, in una saletta tetra e fumosa di una pub. La loro amicizia è fondata sullo scambio rispettoso di cultura. Diversa, ma sufficientemente preziosa, da annullare pregiudizi e incomprensioni. Il ragazzo insegnerà al sergente la cultura ebraica ed in cambio avrà lezioni di lingua inglese.
Si accende, così, nell’animo del ragazzo, quel contrasto di coscienza che lo porterà al bivio tra uno scrupolo creato dai luoghi comuni e dalla diffidenza per ciò che non si conosce, e le domande senza risposta che non giustificano nella sua ingenua esperienza di vita, un senso all’odio, ad una falsa coerenza di ideali, e ad un nazionalismo ottuso, che oggi ha dato vita alla macchina bellica israeliana, davanti ad un nuovo nemico: lo stato di Palestina.