Andrea Bellardinelli fa parte dello staff italiano di Emergency che lavora in Sierra Leone.
Ci ha scritto una lettera, pubblicata in Medici di guerra inviati di pace.
25/03 Goderich, Sierra Leone: Pubbliciamo una lettera che Andrea Bellardinelli ha scritto dalla Sierra Leone a tutto il "popolo di Emergency". L’abbiamo chiamata "costruire speranza", una speranza che è importante non solo per il popolo sierraleonese, ma anche per tutti noi che facciamo questo lavoro, e tutti voi che ci aiutate a
farlo. E’ una lettera rivolta a tutto il popolo di Emergency: a chi lavora in ufficio, alle
migliaia di volontari, alle decine di migliaia di sostenitori, alle centinaia di migliaia di
iscritti alla news letter.
Carissimi, vi scrivo questa lettera per mille motivi, il
principale è che credo moltissimo nel lavoro che fate.
È anche per il vostro grandissimo impegno che il Centro
chirurgico di Goderich funziona così bene.
Qualche numero può darvi un’idea.
Dal 2001 ad oggi, le operazioni chirurgiche effettuate sono
circa 3.000. Nel solo 2003, i bambini visitati
nell’ambulatorio medico sono più di 19.000, i trattamenti di
fisioterapia circa 5.000 e l’ambulatorio chirurgico effettua
almeno una quarantina di visite al giorno.
Forse il modo migliore per chiudere questa chiacchierata
sarebbe questo.
E invece no, perché ogni numero è una vita, una famiglia
(allargata), una storia da raccontare. Ogni volta che leggo
una statistica, penso alla persona che ci sta dietro che di
solito ha da raccontare qualcosa che riuscirebbe a inchiodarmi
sulla sedia per ore intere.
Forse fa lo «spaccatore di pietre»: due dollari al giorno, due
quintali di polvere ingeriti e muscoli da bronzo di Riace.
Oppure è un «uomo della sabbia», pala e sacchi di sabbia sulle
spalle.
Magari invece, come tanti, non ha lavoro ed era nel posto
sbagliato al momento sbagliato quando quattro ruote motrici
gli hanno spappolato la gamba. Una gamba che dev’essere curata
subito - ma come in un paese che quasi non ha strutture
sanitarie? - e che gli renderà la vita molto difficile.
E lui, senza lavoro, con la sua gamba malconcia, riesce pure a
farti una battuta e accenna a un passo di danza reggendosi
sulla sua stampella.
Devo ancora abituarmi a tutto questo.
Ho appena finito di leggere un libro sul paradosso umanitario.
L’autore è una persona autorevole, ha visto la guerra in
Bosnia, in Ruanda, in Kosovo. Io, però, non sono riuscito a
capire le sue analisi: le organizzazioni umanitarie sono un
fallimento? L’azione umanitaria è un fallimento? Le Ong fanno
«pietas marketing»? Bene, allora, lasciamo perdere tutto,
cambiamo lavoro, godiamoci il nostro tempo libero. E Freetown?
E la Sierra Leone? Lasciamo tutto, è solo un’enorme fatica,
come svuotare l’oceano con un secchio.
Avevo tanti dubbi sul fatto di lasciare la mia vita in Italia,
ma ora non li ho più perché, mentre scrivo a delle belle
persone che credono in quello in cui credo io, sto seduto in
«casa 1». «Casa 1» è la casa "selvaggia" dello staff di
Emergency.
«Casa 1» sta a Obafunkya, frazione di Goderich, frazione di
Freetown.
Obafunkya si raggiunge dall’ospedale percorrendo una stradina
piena di dossi, pozzanghere, pietre, capanne, polli in pessimo
stato di salute e bambini panciuti. Un viaggio compensato
dalla vista di questa arteria di granito nero che crea una
piccola penisola e un’insenatura meravigliosa.
Giorgio, pazzo pioniere di questo progetto, l’ha scoperta
subito quella spiaggia e l’ha chiamata «doggy beach».
Immagino quante sigarette abbia fumato guardando il tramonto e
quante domande si sia fatto durante i suoi mesi di lotte per
avviare il progetto.
Lo facciamo spessissimo anche noi perché quella spiaggetta è
la nostra seduta dall’analista. Ogni giorno ci sono problemi
con l’acqua, con il generatore, con il caldo e con i pensieri
che continuano a frullarti in testa, ma questa casa ha un
panorama che alla sera fa fiorire tutte le cose brutte che hai
dentro e ne fa un giardino unico.
Questa casa ha due guardiani: Tijan, che è qui da quando «casa
1» era la casa di un ufficiale dei ribelli, e Mohamed - che ha
due figli bellissimi - che abbiamo assunto più tardi. Mi
ricordo quando è arrivato Richard, «big Richard» il nostro
ortopedico canadese alla seconda missione con Emergency in
Sierra Leone.
Appena è sceso dalla macchina, lui e Mohamed si sono
abbracciati; Mohamed lo stringeva al petto e aveva una gioia
nel rivederlo che non riesco a trascrivere. Poi ho pensato: se
qui ci si affeziona a qualcuno, noi possiamo sempre prendere
un aereo e venirli a trovare. Loro no.
Loro possono solo aspettare.
Come loro i 156 dello staff dell’ospedale di Emergency, per
l’80% donne: infermiere, «cleaners», reparto cucina,
dottoresse che portano avanti il loro lavoro, la loro famiglia
in questo paese conosciuto solo per l’esportazione di
diamanti.
Con loro, secondo un’espressione da addetti ai lavori, stiamo
facendo «capacity building», costruiamo capacità.
E insieme a loro costruiamo speranza con professionalità e
affetto, tirando le 3 di mattina parlando di quello che non
va, di quello che si potrebbe fare, a incoraggiare e a
cercare, a sentirsi male e bene, a non capirci più niente e
voler mollare, a feste con le nostre amiche sierraleonesi che
si muovono con un’armonia da allineamento dei pianeti, a
capire chi sono le persone fidate e chi no.
Questo ha senso, costruire con queste persone le capacità, la
dignità e la speranza.
Se questo è «pietas marketing», benissimo: chiunque sollevi
questo dubbio, legittimo e forse a volte giusto, è invitato
ufficialmente dallo staff dell’Emergency Surgical centre a
Goderich, a Obafunkya, a Odokoko.
Da Bruxelles partono due voli a settimana.
Se passa da queste parti al tramonto e non ci trova in
ospedale, basta che guardi nella spiaggetta di «doggy beach».
Troverà qualche bianco un po’ affaticato e molti " abbronzati"
in gran forma, che sono andati fuori di testa: continuano a
svuotare l’acqua del mare con dei secchi.
E sorridono.
Un abbraccio a tutti,
Andrea
Fonte www.emergency.it