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Una lettera dal nonno

"So che vorreste un qualche riferimento o un insegnamento su quello che vi sta succedendo intorno. Ma non ne ho, dovrete cavarvela da soli. Mica possiamo fare tutto noi nonni. Direi che, nel bene e nel male, abbiamo decisamente fatto abbastanza. Fateci vedere di cosa siete capaci."

di Redazione - lunedì 27 agosto 2018 - 4138 letture

Salve a tutti.

Mi chiamo Giovambattista e sono il nonno di Paolo.

Scusate, nemmeno il tempo di iniziare e già il primo errore: io ERO il nonno di Paolo, sono morto nel 1998.

Perdonatemi, è che mi sono fermato alla terza elementare, all’epoca studiare era un lusso e non potevamo permettercelo. Per dirne una, non ho mai imparato a scrivere in corsivo. Oddio, non ne ho mai sentito l’esigenza: documenti e Settimana Enigmistica mica li compili in corsivo, ho vissuto una vita tutta in stampatello. Una vita piena, permettetemi di dirlo.

Perdonate l’intrusione, come tutti i vecchi tendo a mettermi in mezzo per cercare compagnia e, quando inizio a parlare, non mi fermo.

Credo vi sia già stato detto qualcosa su di me. Sono quello che si è mangiato il cane del comandante tedesco e che, come hanno chiesto di scegliere tra deporre le armi o essere fucilati, ha gettato il fucile a terra così velocemente da far quasi partire un colpo. Sarei stato il primo ad arrendersi e venire fucilato lo stesso.

Ho fatto il contadino e il ferroviere. Non macchinista, sia chiaro, ero uno di quelli che si spezzava la schiena a posare traversine e martellare i rivetti sui binari. Ero quello che non ha mai voluto entrare in guerra per togliere la terra ad altri disgraziati come me e che ha visto il fascismo dalla parte sbagliata dell’arroganza e del manganello, ma questa è un’altra storia.

Sono qui per un caso.

Come dicevo prima, va bene in stampatello, ma sapevo scrivere. E mio nipote ha trovato oggi pomeriggio le lettere che mandavo a mia moglie, Maria Assunta.

Lo so, all’epoca non c’era una grande varietà di nomi, specie dalle nostre parti. Diciamo che per incontrare un Alessandro o un Guido dovevi prendere il treno e passare almeno sei stazioni, mentre se chiamavi a gran voce “Giovanni!” o “Giuseppe!”, si girava mezzo paese.

Quando da un balcone ci hanno mandato a spezzare le reni alla Grecia, sapevamo che non sarebbe stato semplice o breve. Sapevamo soprattutto che sarebbe stato inutile. Il maggiore ci disse che andavamo a conquistare nuove terre coltivabili, che saremmo tornati dalla Grecia con migliaia di otri d’olio. Mi permisi di far notare che addirittura la caserma era circondata da chilometri e chilometri di ulivi che nessuno stava raccogliendo, mi venne quindi risposto, in maniera molto marziale, di farmi i cazzi miei e di sparare.

Sulla prima, poco da dire. Sulla seconda… beh, se ne discusse.

Ma eravamo alle lettere.

Non avevo molto da lasciare ai miei nipoti, tutto quello che avevo lo misi dentro un baule, baule che oggi è stato spostato e aperto per fare spazio in una cantina dove lo spazio non basta mai.

E hanno trovato una cartellina. Con dentro fogli che iniziavano quasi tutti con “mia cara Assunta” e continuavano con racconti di quotidianità militare, di marce e spostamenti, di fame, soprattutto.

Nelle prime minimizzavo le condizioni e cercavo di tranquillizzare, poi, man mano che le settimane passavano, le lettere diventavano più corte e più secche. Capitemi, vedevo cose che nessuno dovrebbe vedere e, a volte in preda a sconforto e chissà cosa, ne descrissi un paio.

I miei compagni erano tutti più o meno delle mie parti, ma incontravamo facilmente anche altri uomini del nord, dai dialetti incomprensibili, ci chiedevamo come diamine facessero a capirsi tra loro. Erano tanto ingarbugliati che non capivano bene cosa dicevamo noi, eppure parlavamo italiano, eh.

(Nota: descrisse davvero con sincera incredulità quanto fosse incredibile che dei ragazzi di Mantova non li capissero. Immaginate dei mantovani e dei beneventani mentre si parlano tra loro nei rispettivi dialetti stretti, roba da mandare in tilt Google Traduttore).

Al paese ci dicevano che al nord ci consideravano meno che bestie, che ci avrebbero picchiati e trattati da cafoni ignoranti. Che ci avrebbero disprezzati, insomma.

Non successe.

Diventammo una cosa che non si può definire amici, un tipo di rapporto che stringi con qualcuno che non sai se rivedrai il giorno dopo o no, che non sai se all’alba seguente stringerai la sua mano o la sua piastrina.

Eravamo tutti sulla stessa barca.

Le lettere che scrivevo erano ancore, servivano per far capire che ero ancora vivo ma servivano soprattutto a me per rimanerci, vivo. Mi servivano per continuare a sentire di avere qualcosa a cui tornare. Che non mi avrebbero strappato via mai.

Finivano quasi tutte con la stessa frase.

Maledetti fascisti.

Mio nipote le ha trovate e lette. Si sta chiedendo come sia stato possibile dimenticare una simile lezione, come siano bastati pochi anni per far tornare al potere chi pensa prima a odiare il prossimo per un proprio tornaconto e a trovare tanta gente a sostenerli.

Non so rispondervi, ovviamente.

Posso dirvi solo che in una delle ultime lettere, dopo che gli americani sono venuti a liberarci, racconto di come dividemmo il pane e l’acqua che avevamo con qualche soldato tedesco fatto prigioniero. Non è stato nulla di eroico o scaturito da chissà quale generosità, era solo il pensiero che anche tra quegli uomini c’era sicuramente qualcuno che pensava fosse una stronzata andare a rompere i coglioni ai contadini italiani quando, a casa loro, avevano ettari di patate da raccogliere. La fame era uguale per tutti, la legge lo sarebbe diventato solo in seguito. E sempre con qualcuno più uguale degli altri.

Insomma, dopo tutto quello che avevamo visto e fatto, trovavamo normale sfamare quello che, fino a poco prima, era il nemico.

Oh, sia chiaro, in questo non aspettatevi soluzioni ai vostri problemi o frasi illuminate in chiusura di discorso, ero sempre un ferroviere con la terza elementare, so che vorreste un qualche riferimento o un insegnamento su quello che vi sta succedendo intorno.

Ma non ne ho, dovrete cavarvela da soli.

Mica possiamo fare tutto noi nonni. Direi che, nel bene e nel male, abbiamo decisamente fatto abbastanza.

Fateci vedere di cosa siete capaci.


Questo testo è stato pubblicato da Paolo Longarini su Facebook.



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