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Una giornata al Cozzo Corvo (11)

Era tornato pelle e ossa, le spalle curve, due solchi ai lati della bocca su un viso dagli zigomi sporgenti.

di Antonio Carollo - sabato 1 settembre 2007 - 3934 letture

Di corsa raggiunsi la casa del nonno, una costruzione dipinta d’amaranto, allungata, a pianterreno, disposta a pochi metri dalla strada, davanti un alto pergolato di viti, al lato una pensilina larga quanto la profondità della casa, attrezzata a stalla, un fornello a legna, il forno dietro al fabbricato, dove mia madre veniva ad infornare il pane. Ero curioso dei discorsi di Nonno Mariano. Sarei stato delle ore ad ascoltarlo: la sua voce pastosa, le pause, i gesti della mano destra, che accompagnavano plasticamente il suo racconto, mi incantavano. L’incontro dei due vecchi amici era una buona occasione per soddisfare la mia curiosità. Nella stalla c’era il giovane mulo baio degli zii, il carretto era appoggiato a terra con le aste in giù. Il mulo mangiava tranquillo, battendo di tanto in tanto gli zoccoli ferrati sullo strame e girando all’improvviso la testa verso il dorso per cacciare le mosche. Ammiravo molto quella bestia snella e ben proporzionata, ma ne avevo una certa soggezione per la sua vivacità; non ero sicuro di poterla dominare. Gli zii mi avevano avvertito di stare lontano dal mulo; non si sa mai. Ci sono muli o cavalli che sembra si divertano a fare dei dispetti ai bambini con la voglia di montarli. Con Ciccio non avevo di questi problemi: lui mi accettava con pazienza e sopportava tutte le mie stravaganze, come montare sul dorso senza vardedda, pretendere di lanciarlo al trotto o addirittura al galoppo. Per Ciccio erano cose dell’altro mondo, da pazzi. Per qualche secondo mi assecondava, accennava ad un debole trotto. Se insistevo, a forza di scuotere le redini e di dargli dei calci sui fianchi, riprendeva la sua breve performance, ripetendola al più due volte; poi non c’era più niente da fare. Contrariato, mi sdraiavo sulla terra sotto l’albero d’olivi. Per più di un’ora lo lasciavo lì, libero di estirpare con i denti qualche raro stelo di erbetta secca, lontano dall’odoroso e buon fieno della mangiatoia. Tutto ciò avveniva in assenza di mio padre, se no con un’occhiata mi avrebbe incenerito. Col mulo degli zii non mi sarei mai azzardato: una volta montato, chissà dove mi avrebbe scarrozzato, così prorompente di energie, indifferente ai miei ordini. Salutai il nonno: “Ssa binirica, nonno”. Era seduto su una punta della ghiuttena, il bastone accanto, sul tavolo, fisso, in muratura, aveva un piatto vuoto e dei pomodori. Parlava con lo zu Piddu Fumusa che stava fermo sul suo carretto. “Diu ti binirica”. Parlavano dei figli e della guerra. Zu Piddu stava dicendo che quando suo figlio Carlo tornò dalla guerra quasi quasi non lo riconobbe; aveva la faccia scavata, la barba di una settimana ; magro da fare impressione; indossava pantaloni sporchi e strappati, una camicia nera come la pece, una bbunaca che pareva quella di so nannu; e i pidocchi, riempì la casa di pidocchi; pareva ’u spaventapassiri, alto com’era. La mamma l’abbracciò stretto. Non credeva ai suoi occhi. “Figghiu miu, figghiu miu!”.Non avevano notizie da anni. Sembrava un miracolo. “Mamà, un mi tuccari, ’u viri comu sugnu!”. Zu Piddu si portò la mano alla bocca stringendo coi denti il dito indice: “’A guerra, ’a guerra! Malirittu cu l’avvintò, c’iaveva abbeniri un corpu di sangu!”. Mio nonno gli rispose che doveva ringraziare ’u Signiruzzu: l’unico figlio militare era tornato a casa, invece lui dei quattro figli soldati, Mané, Gioacchino, Santo e Pinù, ne aveva rivisto solo tre. Il maresciallo dei carabinieri gli aveva consegnato un foglio dove Pinù era dichiarato disperso in Russia. La voce gli si era incrinata. Zu Piddu disse che disperso non significa morto, c’era ancora speranza. Il nonno rimase in silenzio qualche minuto, poi tornò a parlare in tono più basso. Gli altri suoi figli avevano ripreso saldamente in mano le proprietà, che i lunghi anni della guerra avevano inselvatichito per carenza di manodopera. Manè, di poche parole e di spirito indipendente, prossimo alle nozze con una prosperosa ragazza, Margherita, sorella di Totò Greco, proprietario e imprenditore, molto conosciuto in paese, aveva preferito andare a coltivare la tenuta dei Pilieri: con i fratelli non faceva tanta cullìa. Santo e Gioacchino badavano alle tenute del Cozzo Corvo.

Mancava il figlio più affezionato, Pinù, il più piccolo. In casa del nonno si parlava molto di lui. Fu chiamato alle armi prima dello scoppio della guerra. Il nonno diceva che era un giovane rispettoso ed educato, molto preso dal lavoro in campagna, di statura lievemente più alta della media, con un fisico asciutto e muscoloso, bruno di carnagione, i capelli castani folti pettinati alla mascagna, sopracciglia vistosi, viso regolare, labbra sottili. Non occorreva dirgli niente: lui sapeva perfettamente quel che c’era da fare nei frutteti e negli oliveti, in ogni stagione. I fratelli lo trattavano con una certa rude affettuosità. In caso di dispute tra di loro zio Pinù assumeva subito il ruolo del pacificatore. Al momento della partenza sembra che amoreggiasse con una ragazza, ma non s’è mai saputo niente di preciso. Il nonno non ne era a conoscenza, altrimenti dal mare di suoi discorsi qualcosa sarebbe emersa. Tuttavia il sospetto aleggiava; lo arguivo da certe chiacchiere delle zie Pippina, Rosa e Nené e delle loro cognate. Un ragazzino quattordicenne, fratello minore di una ragazza il cui genitore era amico del nonno, diverse volte venne a chiedere notizie di zio Pinù. Bussava alla porta di pomeriggio. Gli apriva zia Rosa, allora di 27-28 anni, già in odore di zitellaggio, o zia Nenè, di 15-16 anni. Sulla soglia appariva loro un ragazzo dai calzoni corti, dal viso affilato, le sopracciglia folte ed unite, capelli castani crespi e ribelli, non proprio in carne, già piuttosto altino, occhi neri . Con un certo imbarazzo chiedeva: “Me patri vulissi aviri nutizii di Pinù e saluta a to patri”. Le zie, chissà, forse un po’ maliziosamente, rispondevano: “Ti manna to patri?” All’assenso col capo del ragazzo gli dicevano che non avevano notizie di Pinù. Mi capitava spesso di pensare a questa ragazza in pena, riservata, pudica, che elemosinava una parola dai parenti del suo amore. L’immaginavo vestita di bianco, leggera e veloce nel correre tra le braccia dello zio in mezzo alla vigna del Cozzo Corvo. In certi pomeriggi, verso l’imbrunire, a volte salivo in cima al colle per sedermi sotto un antico albero di fichi, un po’ solitario; gli ulivi, i mandorli, la vigna, i fichi d’India rimanevano poco più giù. La brezza marina, la veduta del Golfo, l’orgia dei colori, i cinguettii degli uccelli erano il paradiso, ove la mente si perdeva in pensieri e fantasie. Ecco, qui vedevo la ragazza di zio Pinù, il volto lucente di felicità, i gesti gentili ed aggraziati, le dolci movenze delle mani sottili. Altre volte mi appariva col viso, avvolto in trasparenze d’azzurro, rigato di lacrime, col capo piegato sotto il peso del dolore. Chiudevo gli occhi, una domanda m’urgeva dal profondo: “Perché mandano un giovane a morire?”.

Il nonno diede un sospiro. Aveva capelli diradati grigiastri lisci e aderenti, ricadenti in avanti fin sulla fronte spaziosa. Il suo viso era di un ovale perfetto, abbastanza liscio pur nella sua tenue ruvidezza, l’attacco delle rughe rintuzzato dalla vincente floridezza della pelle, gli zigomi regolari, gli occhi scuri e vivi, incorniciati da palpebre non all’altezza dalla loro vitalità. Su una guancia aveva una piccola crosta, conseguenza di qualche malaccorto movimento del capo tra le piante del frutteto che ogni mattina attraversava coi suoi passettini strascicati di invalido colpito alle articolazioni inferiori. Alzò lo sguardo verso l’orizzonte. Il mare era una quieta distesa d’azzurro pallido. Due barche sostavano a qualche distanza dalla riva, senza dubbio gozzi di pescatori della vicina San Nicola; al largo del porto di Termini tre grosse barche apparivano come tre punti grigio-scuri nel sottile sfolgorio di vapori. La sera il mare era tornato a popolarsi delle vivide luci delle lampare dopo il lungo vuoto della guerra, le fiammate notturne dei cannoni e dei razzi delle navi che laceravano paurosamente il cielo. Due merli, dai becchi orlati di giallo, s’inseguivano svolazzando a pochi passi dalla casa, riempiendo l’aria di strilli, immergendosi infine nel verde intenso dei cedri, dei peschi, susini, ciliegi, nespoli, albicocchi, peri e delle viti di zibibbo sul ciglio dei terrazzamenti del terreno in discesa. Zu Piddu disse che suo figlio sembrava un altro. Prima era un ragazzo responsabile, serio sul lavoro, allegro tra gli amici. Le ragazze lo sbirciavano: era un bel giovane, alto m.1,80, una rarità, biondo, dalla bella capigliatura voltata all’indietro, il viso sfilato, la pelle fresca del colore dell’oro, le spalle dritte e imponenti. Era tornato pelle e ossa, le spalle curve, due solchi ai lati della bocca su un viso dagli zigomi sporgenti che aveva assunto una espressione amara, diversa rispetto a quella accattivante e furbesca di prima della guerra. Ma non era solo questo. Il cambiamento più vistoso riguardava i suoi comportamenti. la mattina non si alzava. Doveva chiamarlo più volte. Buttava a casaccio il lenzuolo per terra; si presentava in cucina in mutande. Quando mai prima! Era così discreto! Doveva dirgli in quale fondo andare a lavorare e cosa fare. Obbediva, ma con rassegnazione, senza un minimo di interesse. In campagna non combinava un granché: più di una volta aveva constatato la mancanza di una qualsiasi traccia del suo lavoro della giornata. La sera, a cena, con costernazione della mamma, mangiava poco e di malavoglia; però beveva molto vino: non l’aveva mai visto bere tanto. Poi rimaneva seduto, accostava un’altra sedia, vi posava le gambe e raccontava certi episodi della vita militare. Aveva fatto amicizia con due commilitoni, uno siciliano, Sebastiano, e l’altro veneto, Sereno.

(11-continua)


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