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Una giornata al Cozzo Corvo

Le corse per vedere passare il treno. La pastorella timida e il padre selvatico.

di Antonio Carollo - martedì 3 luglio 2007 - 4678 letture

Ai Pilieri svoltammo per la strada di Sant’Onofrio. Il passaggio a livello era chiuso; le due sbarre di ferro erano accostate ai battenti, da un lato e dall’altro. Al casello non si vedeva anima viva. Forse passerà un treno, pensai. La vista del treno era per me una cosa magica. Mi piaceva anche l’odore del fumo che la locomotiva lasciava dietro di sé per la campagna. Dopo un bel po’ una donna coi capelli grigi che uscivano da un berretto a visiera rigida, unico residuato di una divisa ferroviaria, prese una specie di asta con bandiera avvolta in un astuccio di tela e si mise impettita, quasi sull’attenti. Da lì a qualche minuto, sferragliando, annunciato da un fischio, passò un treno passeggeri, sicuramente l’unico della giornata diretto a Palermo. I treni passeggeri erano una rarità, perché due anni prima i bombardamenti avevano distrutto tutto, stazioni, ferrovie, treni. Per me, che in estate stavo con i miei alla casa del Cozzo Corvo, e per i miei cugini, quando trascorrevano delle giornate in campagna da nonno Mariano, il passaggio del treno era uno spettacolo da non perdere. Sapevamo più o meno l’orario: verso le sedici. Non appena vedevamo il primo pennacchio di fumo dalla parte di San Nicola e sentivamo il fischio in prossimità del passaggio a livello di Pilieri, ci lanciavamo di corsa giù per i viottoli in mezzo ai giardini; in qualche minuto, trafelati, eravamo sul ciglio della scarpata a monte della ferrovia mentre la locomotiva era in arrivo, a pochi metri. Le vetture ci sfilavano davanti, semi avvolte da una nuvola di vapore bianco. Salutavamo agitando i fazzoletti; molti dei passeggeri ai finestrini ricambiavano i saluti con la mano. Poi seguivamo con gli occhi la coda del treno fino a quando scompariva sull’ampia curva che immetteva su un lungo rettilineo. Quei passeggeri ci sembravano gente speciale, misteriosa, diretta verso luoghi sconosciuti e fascinosi. Adesso ero giù, sulla strada sotto il livello dei binari, col naso in su per scorgere almeno qualche passeggero nell’attimo dello scorrere delle carrozze. Non riuscii a vedere quasi niente. Passato il treno la casellante, con calma, venne ad aprire la sbarra. Ciccio si mosse. La strada cominciò a salire. Da un lato le piante secolari dell’oliveto che sale alle alture di Serra ’o Scirocco, dall’altro i rigogliosi giardini di peschi, susini, albicocchi, nespoli A qualche centinaio di metri prendemmo la stretta stradella che porta al Cozzo Corvo. Tre cani scesero di corsa abbaiando dalla casa colonica tra gli ulivi posta su un cocuzzolo del terreno. Gemma rispose ma non si scompose più di tanto. I cani si fermarono ad una decina di metri dal carretto sempre abbaiando. Non osavano avvicinarsi troppo. Passato il carretto, piano piano l’abbaiare dei cani andò esaurendosi. La distesa delle stoppie della Salina inondate dal sole, sulla destra, era come un tappeto dorato. Nugoli di passeri vi si posavano approfittando dell’abbondanza di grano rimasto dalla mietitura. In fondo si vedeva la sagoma della trebbiatrice che in quello scorcio di giugno era in funzione giorno e notte. Il terreno scendeva lievemente per poi impennarsi in una salitella e scendere dall’altro versante su un tratto pianeggiante. Percorrendo la breve pettata, con evidente fatica di Ciccio, vedevo progressivamente emergere la nostra casa, prima il tetto di tegole rosse, poi il muro di fianco, la terrazza, con la pergola sul davanti rivolta verso il mare, il rosso delle rose e il bianco dei gigli piantati da mia madre. Vi ero quasi nato; mia madre mi ci portò di pochi mesi: venuto alla luce a marzo, a fine giugno già ero qui. La costruzione rasentava la stradella. Mio padre l’aveva costruita nel 1933 con grossi massi di tufo, ben squadrati, tratti da una piccola cava non esercitata posta in un podere a ulivi di mio nonno Antonio, in contrada Serra ’o Scirocco. Era stato proprio lui, dopo tante insistenze, a convincere mio padre. Il nonno non si rassegnava a vedere sua figlia Nunù, con la famigliola, d’estate, boccheggiare dal caldo a Trabia; Cozzo Corvo era una collina, ben ventilata dalla brezza marina; l’ideale per farci un’abitazione. Certo, non lo diceva, ma voleva avere, durante i lunghi mesi estivi, figlia e nipotini interno a sé, data la vicinanza della nuova costruzione con la sua casa di campagna. Anche l’altro nonno, nonno Mariano, in quell’anno stava costruendo la sua a cento metri dalla nostra proprietà. Un muratore e un manovale tirarono su il fabbricato; mio padre, col suo bracciante fisso, Pitrinu, provvedeva ai trasporti dei materiali per mezzo del suo carro e l’allora giovane Ciccio. Nei lunghi soggiorni estivi il momento magico della giornata per me era l’alba. Prima si alzava la mamma per andare a trafficare in cucina, quella di fuori; poi il babbo, che certo non badava a far piano, ci svegliava tutti. Con gli occhi ancora mezzi chiusi scostavo la tenda della porta d’ingresso, da cui filtrava una tenue luce dorata, e subito dal filo dell’orizzonte, in mezzo al mare, vedevo alzarsi lentamente il grande disco del sole con i suoi lucidi riflessi sulla superficie argentata delle acque. Cozzo Corvo, o Supra i Chiani, come spesso si chiamava, era una fascia di terra sul fianco nord della collina che scendeva dolcemente fino alla ferrovia, tra oliveti, vigne e frutteti. Sulla sommità due enormi massi, su un terreno coltivato, completamente spoglio da qualsiasi asperità rocciosa, era meta di incursioni di noi bambini. Ci arrampicavamo da un lato dove si poteva trovare qualche appiglio. Da lassù s’ammirava l’immenso paesaggio a 360 gradi: a sud la catena delle montagne che da Altavilla Milicia si estendeva fin quasi a Calamigna, l’altipiano delle grotte di Burgio, dove eravamo stati sfollati, il colle della Costa ’a Mennula, il costone della Suvarita, la torre di Sant’Onofrio, ad ovest il profilo della Serra ’o Scirocco e di San Miceli, ad est il colle della Spina Santa, la montagna della Cura ’a Vulpi e le colline Da Mureddu, a nord la piana dei giardini e il paradiso dell’ansa di mare racchiusa tra Capo Zafferano e Cefalù. Ciccio si fermò sotto la pinnata (pensilina) dove al muro c’era la mangiatoia. Gemma venne a leccarmi le gambe nude. “Gemma, via!”. C’erano da compiere le impegnative operazioni di spaiare Ciccio dal carretto. Me la cavai bene. Appesi i finimenti ad un grosso chiodo, misi la cavezza a Ciccio, presi il piolo, una piccola mazza, la fune e mi tirai dietro il mulo per portarlo al pascolo. Attraversai un tratto di oliveto. Usignoli, cardellini, cince, passeri facevano il loro concerto mattutino. Lasciato l’oliveto uscii sulla piana delle stoppie. Gemma ci seguiva. Ogni tanto puntava una lucertola e la inseguiva fino alla sua scomparsa in una crepa del terreno. Mi fermai, piantai il piolo sul terreno con cinque colpi di mazza, vi legai un capo della fune, legai l’altro capo alla caviglia di Ciccio e gli sfilai la cavezza. Ciccio cominciò subito a brucare la fine paglia che sta intorno agli steli recisi del grano. Sentii un suono di campanacci. A un centinaio di metri tre mucche con tre vitelli procedevano lentamente sulle stoppie, dietro a loro una ragazzina con un cappellaccio di paglia, una vecchia vestina che le cadeva tra uno strappo e l’altro fino ai ginocchi e un paio di zoccoli; aveva in mano un legno nodoso col quale pungolava le bestie. Le mucche si fermarono pascolando tranquillamente. Anche la ragazzina si fermò. Mi diede uno sguardo e rimase lì, in piedi sotto il sole già piuttosto alto, nel tepore della freschezza rugiadosa che cedeva alla calura incipiente. Mi avvicinai. Il viso abbronzato, le labbra appena disegnate, un nasino perfetto, erano quasi nascosti dal cappello dalle falde larghe, sfilacciate qua e là. I ginocchi scoperti e le gambe fini non eccellevano, certo, per pulizia. I capelli lunghi sulle spalle spuntavano da sotto il cappello in ordine sparso. Le chiesi: “Pozzu tuccari i vitidduzzi?”. Rimase in silenzio guardando a terra. I vitellini brucavano poco discoste dalla loro mamma. Uno alzò la testa e andò a ciucciare le mammelle di una mucca che con un colpo di coda e col muso cercò di allontanarlo, non riuscendovi. A passo lento mi avvicinai; lo carezzai sulla testa e sul dorso, cercando infine di abbracciarlo per il collo. Il vitellino, sorpreso, si scosse e filò via lontano. Mi girai verso la ragazzina. La vestina a colori sbiaditi disegnava una figurina, esile ma ferrigna, temprata dalle piccole fatiche della sua vita di campagna. “Su tto sti vacchi? ” le chiesi. “Di me patri” rispose. “Si ’a figghia di Bifumu?” Mi guardò un attimo “Ma chi vvuoi sapiri” disse e subito si allontanò verso le mucche facendo un fischio ai vitelli che erano un po’ distanti. Conoscevo il padre; qualche volta passava dalla stradella dietro casa nostra. Se c’era mio padre si fermava a chiacchierare con lui. Si sedevano sotto un ulivo appoggiandosi al terreno con un gomito. Parlavano di vecchi tempi, di personaggi di Trabia che non conoscevo; delle formiche argentine che dopo la trasuta degli americani avevano invaso tutti i giardini ed erano insopportabili (ce le trovavamo pure addosso, sul collo, sulle braccia, sulle gambe); dei bombardamenti a Trabia, Termini e Palermo con tante morti e distruzioni; dei tradimenti che avevano fatto perdere la guerra; della ricchezza di mezzi dell’esercito americano, i cui aerei avevano oscuravano quasi il cielo più volte. Sotto quella chianca d’alivi stavano come su una terrazza. Dalla linea della stradella carrozzabile partivano, in leggero declivio, le tenute dei frutteti di proprietà nostra e degli zii; laggiù, oltre la ferrovia, si estendevano i giardini dei Piani, in fondo l’azzurro intenso del mare. Bifumu era un uomo ruvido, la barba e i capelli sempre incolti, la faccia rugosa bruciata dal sole. Portava una camicia sudaticcia e strappata in più punti, un paio di pantaloni scuri tenuti su con una cordicella, scarpe scalcagnate e scucite davanti, una bisaccia a tracolla confezionata con un sacco tagliato a metà e tenuto da un filo di corda; le mani erano come due artigli che davano sul verde-cupo perché intrise dell’umore dell’erba tenera che falciava ogni giorno, con o senza permesso dei proprietari. Era l’unico che abitava estate ed inverno in campagna, pur possedendo una casa in paese.

(6-continua)


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Una giornata al Cozzo Corvo
4 luglio 2007, di : junior

Emozioni raccontate con sintesi ed efficacia. Il linguaggio semplice consente al lettore d’immergersi in ambienti e paesaggi. Personaggi di vita quotidiana sembrano sbucare dalle parole dell’autore. Si materializzano nell’immaginazione del lettore. Una giornata al cozzo corvo non è un racconto. E’un dipinto fatto di parole. complimenti. angela colella